«Queste strade sembrano tutte uguali.» bofonchia Davide mentre stringe le mani sul volante con i palmi leggermente umidi. Fuori dal parabrezza le ombre degli alberi scorrono sul ciglio della strada formando un enorme muro minaccioso. Solo i fasci luminosi dei fari danno un po’ di speranza, pur se poca. Negli specchietti tutto appare inghiottito da quell’ombra tetra. Un brivido gli solleva i peli sulle braccia, che cerca di scacciare accarezzandosele, ma il freddo sembra venire da dentro. «Un lampione potevano pure metterlo in questa strada.» quasi bisbiglia.«Quanto ti manca?» la voce metallica di Federico gracchia all’interno della macchina.«Penso che in mezz’ora sto lì.» risponde Davide, tenendo gli occhi fissi sull’asfalto appena visibile. «Voi avete già iniziato?»«No, aspettiamo te e un’amica di Michele.». Poi abbassando il tono e con voce complice aggiunge: «Forse un’altra delle sue conquiste.»«Non mi sorprenderebbe affatto.» accenna Davide con una mezza risata, cercando di scrollarsi di dosso quella sensazione opprimente.«Allora ti aspettiamo.» il brusio di sottofondo si fa sempre più forte «Fai uno squillo appena arrivi.»«Aspetta…» prima che possa finire la frase un bip secco interrompe la linea. Federico ha riagganciato lasciando Davide solo col ronzio sordo del motore. Dopo pochi minuti, all’ennesimo tornante, i suoi occhi si fermano sulla luce di un bar poco più avanti.«Ma quel bar... è identico a quello che ho visto prima.”. L’insegna al neon illumina leggermente il marciapiede davanti al locale, mostrando un uomo sulla quarantina. Indossa una maglia scura, tra le dita ha una sigaretta accesa e ricurvo fissa lo schermo di un telefono. La luce fredda accentua i suoi occhi scavati e spenti. Davide giurerebbe sia lo stesso uomo di qualche chilometro prima, ma scuote la testa non dandoci peso. Continuando per la sua strada, istintivamente i suoi occhi si muovono verso lo specchietto retrovisore. L’uomo, pur se col volto oscurato, sembra guardare proprio nella sua direzione.
Dopo altre due curve, pochi istanti dopo, i fari illuminano nuovamente lo stesso bar sgangherato. E davanti a questo, lo stesso identico uomo. L’unica differenza è la vivacità con cui parla al telefono. Passandogli a pochi metri penetrano nell’abitacolo le urla e le imprecazioni che sembrando dirette proprio a lui. D’impulso Davide accelera, mentre il cuore comincia a battergli in gola. Guarda con gli occhi sbarrati lo specchietto, cercando di non perdere alcun dettaglio: l’uomo non urla più e lo fissa. Lo sguardo è appena visibile, ma un brivido gli percorre la schiena. Pur ormai lontano, non riesce a levarsi quella sensazione di dosso, cercando consolazione nell’asciugare freneticamente i palmi sudati sui pantaloni. Automaticamente i suoi occhi vanno nuovamente allo specchietto, non vedendo più nulla da qualche minuto tira un respiro di sollievo, tenendo le mani ancora tese al volante.«Cosa cazzo sta succedendo?» dice a denti stretti. Con le mani tremanti preme freneticamente sullo schermo dell’auto per contattare Federico, sbagliando più volte. Dopo varie imprecazioni ad alta voce, sente finalmente squillare. Nel frattempo la curva successiva si fa sempre più vicina. Ancora una volta la luce abbaglia lo stesso identico edificio con sotto lo stesso identico uomo, immobile come una statua di cera, con le braccia tese in basso e il telefono in mano. In quel momento il classico squillo si trasforma in uno stridio acuto e doloroso, simili a unghie contro una lavagna. Più la macchina si avvicina all’uomo più quella sofferenza aumenta penetrando nelle orecchie di Davide.«Rispondi. Rispondi. Rispondi, RISPONDI CAZZO.” urla contro lo schermo, mentre il respiro si fa più pesante vede l’uomo fuori premere un tasto al telefono e nello stesso istante sente Federico rispondere: «Pronto? Sei arrivato?»«Continuo a passare davanti allo stesso bar e allo stesso uomo!» dice con voce tremante. Superando ancora una volta la figura di fronte al bar. Davide strizza gli occhi e nota la sua bocca muoversi in perfetto sincrono con la risposta di Federico: «Cosa? Non ho capito niente. Non dovevi essere qui in mezz’ora? Manchi solo tu.».L’auto si immerge nuovamente nelle strade desolate e buie. «Sto girando in tondo! Come esco da questo loop?» dice agitato.«Come?» la sua voce si fa più gracchiante «Quando arrivi mand...» un brusio copre le sue parole e alla fine si sente solo un bip continuo.«Ma che cazzo fa?» incredulo fissa lo schermo. Le tacche del segnale sono sparite, accanto solo la dicitura: Nessun servizio. «Porca troia.».Riprende a fissare l’asfalto di fronte a sé, circondato da una notte che sembra farsi ogni secondo più fitta. Al di fuori dell’auto percepisce solo il buio e il ritmico brusio delle foglie scosse dal vento.
Ed ecco la curva successiva.
Tutto ciò che aveva visto, le volte precedenti, dopo quella stessa identica curva ora è sparito. Nessuna traccia del bar, nessuna insegna, nessuna luce, né l’uomo sul ciglio della strada. Ora, quel leggero silenzio è appesantito dal martellare violento nel suo petto. Un terrore glaciale gli impedisce di muoversi. Stringe il volante, mostrando le nocche sbiancate e, con estrema lentezza, i suoi occhi risalgono verso lo specchietto retrovisore.L’uomo è lì. Seduto sul sedile posteriore della sua auto. Lo fissa da pochi centimetri, rigido e freddo, con il volto deformato in un sorriso innaturale, mettendo in mostra tutti i denti. Senza muovere alcun muscolo, apre la bocca: «Pensavi davvero di esserti liberato di me?».Davide inchioda con violenza. Gli pneumatici stridono sull’asfalto, il motore si spegne di colpo. Spalanca lo sportello e si getta nella notte, correndo alla cieca. Il vento freddo gli brucia i polmoni, il cuore gli rimbomba nelle orecchie, mentre le ombre degli alberi sembrano allungarsi per afferrarlo. Corre, corre senza mai voltarsi, finché il respiro non si fa corto e le gambe cedono. Ma, all’improvviso, il buio si dissolve. Davide è in piedi sul pianerottolo, il dito già premuto sul campanello.Annaspa in cerca d’aria, il cuore ancora gli batte all’impazzata. Ma la leggera brezza e il passo pesante al di là della porta gli bastano per ricomporsi. Si liscia la maglietta nera e fa un respiro profondo. La porta si apre.Davide saluta Federico con il più grande dei suoi sorrisi: una maschera perfetta, tesa fino a mostrare tutti i denti.
Dopo questo capitolo puoi leggere anche
LETTERA ALLA MAREA Camilla teneva il foglio in mano mentre scriveva con la sua penna preferita. Scriveva in piedi accanto al letto, le lenzuola bianche disfatte. Schiena dritta, le gambe nude; le piaceva sentire il freddo percorrerle la pelle. Vent’anni, ca
di Vanessa · Narrativa
In un contesto dove le sfide quotidiane si intrecciano con la speranza, il libro esplora la storia di Serena Gullaci. Attraverso una narrazione poetica, divertente, nostalgica e immediata l'opera affronta temi cruciali come la resilienza e la ricerca di identi
di Stefania Guarnieri · Narrativa
Il racconto-reportage “Codice aperto, l’algoritmo a Palazzo”, scritto in prima persona da una giornalista che si reca in un piccolo comune del Sud Italia per indagare su un caso straordinario: uno strumento tecnologico chiamato Alba Ferrante è stata eletta sin
di Maria Clelia Rotolo · Narrativa
Oggi è un giorno da Rolex, dice fra sé e sé l’uomo infilandosi la camicia azzurra. Oggi si festeggia, bisogna festeggiare, bisogna fare di questo giorno un giorno indimenticabile. In assenza di ricorrenze più durature, o significative, anche celebrare un mese
di Alvise Bonaldo · Narrativa