Storia · capitolo 1

Una vita invisibile

Una vita invisibile di Fabio

Una vita invisibile


«E il mercato di maggio un po' alla volta si svuota, lasciando nell'aria il sapore di un'illusione.»

— Eugenio Montale



Questa mattina al mercato le grida dei venditori sembrano risuonare più forti, nel tentativo di richiamare i clienti che si aggirano incerti tra i banchi stracolmi di mercanzia. Si muovono spaesati sotto i variopinti tendoni, trasformando la piazza in un piccolo suk colorato, sul quale aleggia un'allegra confusione di voci sovrapposte. Le persone si allargano e si restringono come il mantice di una fisarmonica.

In questo caos organizzato, il banco del pesce ha qualcosa di una tela di Soutine: colori violenti e forme contorte, dove anche ciò che sta per morire conserva ancora una sua energia.

Tra le cassette spicca un cartello con una scritta incerta e tremolante, tracciata in fretta con una vernice blu cobalto, quasi a imitare il mare:

«Solo per oggi a prezzo stracciato, baccalà spugnato con la calce, quello buono pescato nei mari artici in mezzo ai ghiacci.»

Una voce sgraziata, degna di un vecchio pirata, gracchia sopra il brusio della folla:

«Pesce fresco! Freschissimo! Preso stamattina, odora ancora di mare!»

A dire il vero, sul banco riposano quattro pesci dagli occhi vitrei, ormai passati a miglior vita da un pezzo.

Dentro una cassettina verde smeraldo, giace una sparuta truppa di alici contorta e sanguinante. I soliti ben informati sostengono che sia un segno inequivocabile di freschezza.

Un grosso polpo si è adagiato lascivo sopra una pietra che ricorda uno scoglio. Allarga lentamente i tentacoli, mostrando la doppia fila di ventose, quasi a ostentare una vitalità fuori posto.

Le vongole e le telline sono le più fortunate: conservano ancora una parvenza di mare dentro una bacinella piena di acqua salata. Ogni tanto dalle valve si alza un piccolo zampillo, uno sputo di vita prima dell'imminente de profundis.


La gente continua ad andare avanti e indietro tra i venditori di calzini e gli ambulanti che insistono nel voler vendere trecce d'aglio. Le ultime massaie si fermano davanti alle cassette di pesce che cominciano già a emanare un odore acre, attirando nugoli di mosche.

Il mercato lentamente si svuota.

Da quella folla ormai diradata si fa spazio una donna sui sessant’anni. Ha aspettato pazientemente il momento della chiusura, quando la merce rimasta può essere acquistata a un prezzo più basso.

Apre il borsellino di finto coccodrillo e controlla con attenzione fin dove possano spingersi le poche risorse rimaste della sua modesta pensione. Conta le monete senza fretta, come chi ha imparato da tempo che ogni scelta comporta una rinuncia.

Suo marito, nel frattempo, si è già avviato verso casa. Cammina a passo svelto, scuro in volto, infastidito dal peso di una boccia da due litri di vino nero e di un grosso pezzo di provolone Auricchio.

Il banconista, con il sorriso consumato di chi passa la vita dietro un banco, gli ha avvolto il formaggio prima nella carta oleata e poi in un vecchio foglio di giornale. Una notizia ormai dimenticata campeggia ancora sulla pagina:

Giunta comunale dimissionaria per scandalo tangenti.

La moglie aspetta ancora qualche minuto. L'uomo con la coda di cavallo pesa due filetti scarni di salmone dal colore rosa smorto, esangue, appena arrivati — a suo dire — dai remoti fiordi norvegesi.

Pagato il conto, si allontana stringendo il sacchetto e cercando di ricordare la ricetta appena suggerita dal pescivendolo:

«Salmone al pepe di Caienna con aglio e prezzemolo tritato.»

La donna indossa un semplice vestito estivo a fiori neri e blu, con leggere sfumature lilla. Cammina lentamente, già pregustando il momento in cui potrà sfilarsi le scarpine nere di finto capretto che per tutta la mattina le hanno stretto i piedi artritici, tormentati da calli e geloni.

A casa il marito ha già appoggiato la fiasca del vino sul tavolo e sistemato il pezzo di provolone accanto al pane.

Ogni cosa al suo posto, come sempre. Non perché ci sia ancora un particolare piacere in quei gesti, ma perché dopo tanti anni anche le abitudini diventano una forma di compagnia.



Quando s’incroceranno non si diranno nulla, perché da tempo hanno consumato tutte le parole.

Forse una volta avranno avuto delle cose da raccontarsi. Ora sono rimasti soltanto i piccoli rituali: apparecchiare, mangiare, sparecchiare, chiudere le finestre la sera.

Ognuno rimarrà nel proprio angolo di penombra, custode di un silenzio che non fa più rumore.

Anche il loro rapporto, come un oggetto usato troppo a lungo, si è consumato lentamente. Fa male da così tanto tempo che hanno smesso perfino di accorgersene.

Non si aspettano più nulla.

La loro vita, come quella di tante altre persone, è stata vissuta più per necessità che per scelta.

Così, un po' alla volta, anche la sofferenza è diventata invisibile.


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