Storia · capitolo 1

lo sguardo dei bambini

Il tempo che fu di Arlex Segovia

Era una mattina di maggio e attraversavo la piazza con la solita fretta, già pensando a riunioni, telefonate e cose da finire. Poi vidi alcuni bambini giocare vicino alle fontane. Ridevano senza motivo, correvano senza meta, completamente immersi in quel momento. Mi fermai a guardarli, quasi dimenticando per qualche minuto chi ero diventato.

Un bambino dai capelli ricci si fermò davanti a una pozzanghera e la fissò con grande serietà. Poi ci saltò dentro con entrambi i piedi, sollevando acqua ovunque, e rise come se avesse appena conquistato il mondo. Quel gesto mi riportò indietro nel tempo: un cortile, le ginocchia sporche, pomeriggi interminabili e la libertà di non avere nulla da fare.

Mi ricordai di quanto fosse facile, allora, essere felici senza cercarne un motivo. Bastava correre, sporcarsi le mani, inventare un gioco e tornare a casa quando il cielo cominciava a scurirsi. Nessuno contava le ore, nessuno aveva fretta di arrivare da qualche parte.

Da bambino il tempo non aveva peso. Non esistevano scadenze, appuntamenti o minuti da recuperare. Esisteva soltanto ciò che stava accadendo, e bastava quello. Forse era quella la vera libertà: vivere un momento senza pensare a quello successivo.

Guardando l'acqua tornare lentamente immobile, sentii una strana nostalgia. Non volevo tornare indietro, ma avrei voluto portare con me almeno una parte di quella leggerezza.

Per qualche secondo rimasi lì, lasciando che il rumore della piazza coprisse i pensieri. Mi accorsi che non ricordavo più l'ultima volta in cui mi ero fermato senza avere un motivo.

Ripresi a camminare con la stessa borsa e gli stessi impegni di prima, ma qualcosa era cambiato. Avevo ritrovato un ricordo che credevo lontano: la capacità di fermarmi davanti alle piccole cose. E forse, qualche volta, crescere significa proprio questo: imparare a ricordare il bambino che siamo stati.

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