Il tempo non si può fermare
I
l tempo non conosce sazietà. Esso divora i giorni, i mesi, gli anni che passano senza mai trovare appagamento. Il tempo non si può fermare. E chi meglio di uno storico come J. Tomas può avere questo concetto ben chiaro in testa? È proprio questa illusione di poter in qualche maniera arrestare la folle corsa del tempo che gli fa amare il suo lavoro. Potrebbe stare dei giorni interi seduto alla poltrona della sua scrivania o sulla scomoda sedia di una biblioteca a rivivere nella sua mente un incontro di pochi minuti tra Francesco Giuseppe e il suo primo ministro Buol-Schauenstein in vista della guerra di Crimea, o a contemplare estasiato la sfilata della carrozza imperiale tra le vie di Vienna. È un piacere sincero il suo, un godimento di cui non si è mai voluto privare e che ha trasformato, in età adulta, nella professione di una vita.
La passione di J. Tomas per la Storia, e più precisamente per la storia dell’Europa tra Ottocento e Novecento, è nata piuttosto precocemente nelle stanze della casa del nonno paterno, ed è maturata tra i banchi di scuola e poi tra quelli dell’università di Lione, sua città natale. E più J. Tomas approfondiva il passato, più la distanza tra lui e gli avvenimenti che riempivano le pagine dei suoi libri lentamente si accorciava, fino a divenire così labile da essere pressoché intangibile. Gli sarebbe bastato allungare un braccio per sfiorare i capelli di Sissi con la punta delle dita. E delle volte ci riuscì anche, pur se solo in sogno.
Chronos divora il tempo e dalle briciole dei suoi pasti J. Tomas ricostruisce e ridà nuova vita a ciò che era morto. Una vita diversa, certo, ma pur sempre vita, pensa mentre passeggia per la casa con la cipolla d’oro tra le mani. Potrebbe riporla nel suo cofanetto e portarla da monsieur Valérian, l’orafo di rue de Marseille, per farle dare un’occhiata, oppure esporla in bella vista su una mensola della sua libreria, magari accanto alla foto di lui bambino tra le braccia di nonno Jannik; ma più la fa scivolare tra le dita e più ne sfiora i contorni, e meno ha voglia di separarsene. È un oggetto raro, probabilmente unico nel suo genere e, con ogni evidenza, prodotto dell’arte europea della seconda metà dell’Ottocento o dei primi del Novecento. Che si tratti di un’opera francese, italiana, tedesca o svizzera questo J. Tomas non può dirlo con certezza. Quel che può invece asserire senza l’ombra del minimo dubbio, è che chiunque l’abbia prodotta o commissionata avesse una certa dimestichezza con la storia e la cultura del Mediterraneo antico, dagli dèi del Pantheon greco ai più recenti monoteismi.
Ed è proprio la Grecia antica, passione della sua adorata Sissi, a permettere a J. Tomas di datare la cipolla ai tempi della Belle Époque, quando l’amore per tutto ciò che era classico, classico e immortale, esplose tra le aristocrazie del vecchio continente. Sissi avrebbe adorato quell’orologio, anche se decisamente troppo voluminoso per essere indossato da una donna. Magari ne avrebbe fatto dono al suo amato Franz perché lo esibisse assieme alla sua bella divisa bianca delle grandi occasioni o, forse, lo avrebbe tenuto per sé e conservato in chissà quale cassetto di chissà quale mobile di chissà quale delle stanze private di chissà quale delle sue numerose residenze. Sissi era una donna imprevedibile, incline al bello delle piccole e delle grandi cose del mondo, e un oggetto così misterioso non sarebbe di certo passato inosservato ai suoi occhi.
Nonno Jannik era, per i suoi figli e il suo unico nipote, una fucina inesauribile di storie. Nel tinello della sua casa di Lione, ora ereditata da J. Tomas, era solito raccontare gli aneddoti più incredibili sul mondo che fu, alcuni del tutto veritieri altri del tutto inverosimili. Come quando, solitamente durante le riunioni in occasione del suo compleanno, voleva far credere a tutta la famiglia di aver conosciuto personalmente Grigorij Rasputin, il consigliere privato dei Romanov e, in particolare, della zarina Aleksandra. Era un uomo buono con a cuore il destino della Russia più di chiunque altro alla sua epoca, raccontava Jannik, buono ma ben troppo attratto dalle donne e dalla vodka, che lo rendeva irascibile e violento, per poter dispensare buoni consigli alla disastrata famiglia imperiale russa.
J. Tomas non ha mai creduto alla storia di Rasputin, principalmente perché questi morì nel 1916 e suo nonno nacque nel 1907. Ma i dettagli che Jannik raccontava a proposito di quel monaco pazzo che tentò di alleviare i dolori dei Romanov, erano così tanti e così autentici che si faceva fatica a non prenderli per veri. E più J. Tomas, con l’avanzare degli anni, si addentrava tra i labirinti della storia contemporanea, più rimaneva sorpreso nel constatare quanto suo nonno conoscesse a fondo la corte degli Zar di Russia. E lo stesso discorso poteva farsi anche per quella dell’imperatore Napoleone III e, soprattutto, per quella di Francesco Giuseppe, per il quale nutriva una vera e propria ammirazione.
Come facesse un uomo come Jannik, quasi del tutto privo di istruzione scolastica, ad addentrarsi con semplicità in faccende estremamente complesse come la politica estera dell’impero russo o di quello francese nella seconda metà del XIX secolo, è una domanda alla quale nessuno in famiglia fu mai in grado di rispondere. Eppure, sembrava proprio che quello strambo inventore con i baffi all’insù e la camicia da boscaiolo indosso anche d’estate, sempre alle prese con materiali infiammabili e attrezzi da lavoro improbabili, fosse in grado di penetrare i segreti della storia europea meglio di molti illuminati studiosi.
Per quanto J. Tomas abbia da sempre desiderato essere anche lui, come Jannik, un buon padre, un buon marito e un fantastico nonno, il dubbio di aver fallito su tutti i fronti sul piano famigliare non lo abbandona mai. Il senso di colpa per non aver allevato sua figlia Elisabeth dopo il divorzio da sua madre si ripropone a volte con una forza sempre rinnovata. E quel pomeriggio inoltrato del 20 agosto 2023, mentre si aggirava tra i corridoi e le stanze della sua vecchia casa di Lione con in mano la cipolla d’oro e per la testa una montagna di ricordi, gli venne, chissà perché, una gran voglia di abbracciare la sua piccola, ormai venticinquenne e studentessa in procinto di terminare gli studi in antropologia sociale alla New York University.
È stato lui ad aver trasmesso ad Elisabeth l’amore per la cultura e le scienze umanistiche, ed è lui, d’altronde, che paga la salata retta dell’università americana. Eppure, tra di loro le cose non sono mai andate come lui avrebbe voluto. Sua figlia gli ha sempre rinfacciato di vivere dentro i suoi libri, di non avere altro per la testa se non la sua amata Storia. Ed è proprio l’amore di suo padre per il passato, per quanto recente, che, secondo lei, ha distrutto il matrimonio dei suoi genitori. J. Tomas vorrebbe spiegarle che la realtà è molto diversa da come la immagina, e che la sua ex moglie ha smesso di amarlo a causa non dei libri, ma della noia, della banalità e della monotonia di un uomo negli anni sempre identico a se stesso. Con lui non ha mai vissuto un eccesso, un rischio, una giornata che non fosse in tutto e per tutto uguale a quella precedente. Ecco perché Nathalie ha voluto il divorzio dopo dodici anni di matrimonio e tre di fidanzamento: perché il suo noioso marito non era in grado di darle ciò che lei desiderava, non certo a causa della Storia.
Immerso com’è da anni giorno e notte in montagne di documenti d’archivio, era da diverso tempo che J. Tomas non si soffermava a riflettere alla sua infanzia, ai suoi sogni e a ciò che avrebbe voluto e che poi non è stato.
La fine dell’estate a Lione era fredda come al solito, e dalla finestra del suo studio socchiusa su rue Paul Bert un raggio di sole sfiorava il viso di Sissi ritratto nella stampa appesa alla parete. L’incantevole sorriso della sua “imperatrice delle vanità” sembrava più raggiante del solito. Era una donna libera, Sissi, all’avanguardia rispetto all’epoca nella quale ha vissuto ma così incredibilmente specchio dei suoi tempi. Chi l’ha conosciuta è rimasto folgorato dalla profondità romantica del suo animo e dal carattere schietto e fiero che ha rapito il cuore dell’allora giovanissimo imperatore d’Austria; chi non l’ha conosciuta, invece, ha preferito spesso figurarsela nella sua immaginazione come un’altezzosa, subdola e adultera nobile ottocentesca. Niente di più lontano dalla verità, a credere non solo ai diari dell’imperatrice, che tracciano il profilo di una donna riflessiva ed audace, ma anche e soprattutto alle memorie delle sue dame di compagnia e di numerosi personaggi illustri con i quali Sissi ebbe a che fare nel corso della sua vita.
A J. Tomas, quel giorno, venne in mente la prima volta che incontrò Sissi o, per essere più precisi, la prima volta che lesse di lei. Fu al liceo, mentre studiava il periodo storico che avrebbe poi influenzato tutta la sua esistenza. Ricorda che rimase molto colpito dal fatto che i libri di storia delle scuole non si soffermassero che molto poco, o quasi per niente, su una figura così importante come l’ultima imperatrice di uno dei più grandi e longevi imperi che l’Europa abbia mai conosciuto. J. Tomas si chiedeva, in particolare, come fosse possibile che la morte di Sissi, sul tramonto del secolo, non avesse segnato per gli storici un momento di rottura con il passato ancor più del Congresso di Vienna del 1815. Quel che all’epoca del liceo non poteva sapere, è che quel dubbio, o quell’ipotesi piuttosto, avrebbe marcato indelebilmente la sua carriera accademica e sarebbe stato con lui per il resto dei suoi giorni.
Riflettere al proprio passato e al proprio presente è un’attività ben più faticosa della redazione di un articolo scientifico. E così quel 20 agosto, poco dopo il tramonto, J. Tomas non riuscì più a trovare le forze per rimettersi a scrivere il suo saggio. Era strano, pensò, molto strano che un oggetto fosse stato in grado di distoglierlo completamente dai suoi doveri professionali. Da quando aveva ritrovato quell’orologio dentro la scrivania, sentiva come se il tempo si fosse letteralmente messo a volare trascinandolo con sé dentro una pioggia di pensieri che da molti anni non attraversavano più la sua mente. Un senso di spaesamento gli invase l’animo quando, oltre la finestra e più su dei tetti dei palazzi di rue Paul Bert, vide uno spicchio di luna crescente sorridergli. Come aveva fatto a non accorgersi dell’arrivo della notte? Certo, più di una volta gli era capitato di trovarsi talmente immerso nella lettura da non far caso al passare delle ore; come quella volta, circa trent’anni fa, in cui per poco non rischiò di trascorrere la notte sulla moquette della Biblioteca Nazionale di Parigi. Ma mai i suoi pensieri, lontani dai libri, lo avevano catturato al punto tale da non fargli percepire il tempo che scorre e il giorno che finisce. Come appena risvegliatosi da un sogno, con gli occhi stanchi guardò la cipolla un’ultima volta prima di riporla dentro il suo freddo cofanetto. La clessidra di Chronos gli ricordò che la scadenza per l’invio del suo articolo era sempre più vicina.
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