𝐂𝐚𝐩𝐢𝐭𝐨𝐥𝐨 𝐔𝐧𝐨
Non era la prima volta che la facciata dello St. Jude College le si ergeva davanti, eppure le bastò un solo sguardo perché lo stomaco le si contraesse, prima ancora che capisse perché. Solo allora il passato riaffiorò, insinuandosi dentro di lei come una scheggia rimasta troppo a lungo sotto la pelle. La pioggia le pungeva il viso con gocce fredde, mentre il vento trascinava l'odore dell'asfalto bagnato insieme a quello più umido del bosco.
Ai piedi della scalinata il suo passo perse slancio, fino a spegnersi del tutto. Avrebbe dovuto sentirsi fiera: aveva immaginato quel momento per anni. Eppure non arrivò alcun orgoglio, nessuno stupore da vincitrice di una prestigiosa borsa di studio. Sollevò gli occhi. Le torri di pietra erano rimaste immutate, l'edera aveva continuato a divorare la pietra allo stesso modo, e solo i gargoyle sembravano fissarla esattamente come allora.
Lo conosci. Ci sei già stata.
Il pensiero non arrivò come un ordine, quella volta, ma come un odore: quello dell'incenso spento nella cappella del college, che le si posò in gola senza preavviso. Serrò la mandibola e i muscoli iniziarono a tendersi fino a pulsare.
Era lì per il dottorato. Solo per quello. Aveva passato due anni con la schiena china sui testi critici, a sviscerare ogni variante del First Folio di Shakespeare, per guadagnarsi quel posto come una rivincita sulla drammaticità della propria esistenza. Non doveva cedere alle suggestioni di un'anima stanca.
Varcò la soglia imbattendosi nel turbinio dell'inizio dei corsi. I corridoi del Dipartimento di Letteratura erano attraversati dai passi veloci degli studenti, dai loro cappotti umidi che esalavano un sentore di lana bagnata, dagli zaini pieni di libri che sbattevano contro i fianchi. Un brusio di voci l'avvolse: risate smorzate, il fruscio nervoso di dispense sfogliate all'ultimo minuto. In mezzo a quella marea di ventenni in cerca delle proprie aule, Laysa si sentì stranamente estranea, come se il suo corpo si muovesse a un tempo diverso da quello del mondo che la circondava. Strinse la cartella di cuoio contro il petto: i bordi consumati le piantavano gli angoli nelle costole attraverso la stoffa sottile del cappotto. La stessa cartella, ricordava bene, che era stata di sua madre.
Disorientata dai corridoi che si biforcavano in archi di pietra tutti identici, si avvicinò a una scrivania e si fermò, riprendendo fiato. Dietro la scrivania una segretaria di mezza età, come tradivano i solchi sulla pelle e gli occhiali appesi a una catenella d'argento, timbrava faldoni immersa nella propria concentrazione.
Spostò i lunghi capelli castani dietro le spalle, tossendo per schiarirsi la gola. «Mi scusi» disse, alzando di poco la voce per sovrastare il rumore. «Sto cercando l'ufficio del relatore per il dottorato di ricerca su Shakespeare.»
La donna non sollevò subito lo sguardo. Appose l'ultimo timbro con un colpo secco, poi puntò su di lei due occhi spenti, abituati ormai a quel flusso umano identico ogni anno.
«Nome?»
«Laysa Pierce.»
Poggiò le dita sulla scrivania, sporgendosi in avanti, e guardò con curiosità la donna scorrere un registro cartaceo, sillabandone in silenzio i nomi.
Una volta individuato quello di Laysa, le indicò con precisione il corridoio da imboccare. Laysa ascoltò le indicazioni alla lettera, annuendo, assimilando tutto. Solo dopo essersi allontanata, ripensando a quanto le era stato detto, capì: il suo relatore aveva occupato proprio quello che, un tempo, era stato l'ufficio di sua madre.
Rimase per un attimo destabilizzata. Aveva passato ore in quell'ufficio, ascoltando le tesi degli studenti e le parole della donna che l'aveva messa al mondo e istruita con i sonetti del Bardo dell'Avon.
«E non le consiglio di farlo aspettare.» Solo quando si ridestò da quel ricordo, sentì la voce della donna che la spronava a muovere i tacchi.
Laysa annuì e riprese a camminare a passo svelto, i tacchi che rimbombavano contro il marmo mentre si allontanava dalla folla.
Hai vinto la borsa di studio. È il tuo progetto di ricerca su Shakespeare. È solo un seminario, si ripeteva, cercando di placare un'inquietudine che non aveva nulla a che fare con la paura di fallire un esame o un colloquio. Qualcosa di più profondo, di più insistente, le stringeva la gola.
Salì la scala che conduceva all'ufficio, le dita che scivolavano sul ferro battuto, e si fermò davanti alla porta di legno scuro. La targa d'ottone recitava una sola riga incisa con tratto sottile: Prof. Christian Armenson.
Un crampo improvviso le serrò la bocca dello stomaco. Non era ansia da prestazione, quella la conosceva bene: era una sensazione del tutto diversa, la stessa morsa viscerale che la svegliava certe notti, quando la nebbia filtrava dalle finestre socchiuse portando con sé un profumo di terra bagnata e legno marcio. I palmi delle mani le sudarono contro il cuoio della cartella.
Se abbassi quella maniglia, il passato ti inghiottirà.
Chinò il capo, stringendo forte le palpebre. Aveva lottato per quel dottorato. Aveva lottato contro il dissenso di suo padre, contrario alla scelta di quel college. Aveva lottato contro sé stessa, pur di ottenere ciò che desiderava di più al mondo. Riaprì gli occhi e bussò.
«Avanti.»
La voce che rispose dall'interno attraversò il legno con un tono che le fece scattare un brivido lungo la nuca. Quella voce. La sua.
Resse la cartella contro il petto mentre con l'altra mano spinse la maniglia e varcò la soglia.
Laysa richiuse la porta alle proprie spalle. Il rumore della serratura risuonò più forte del dovuto. Solo allora i suoi occhi si abituarono alla penombra dello studio: le alte vetrate ad arco lasciavano intravedere la pioggia che rigava i vetri, sfocando il bosco dell'ateneo in macchie grigie e verdi, liquide come acquerello.
Dietro il tavolo di noce, ingombro di volumi rilegati e fascicoli sparsi, Christian Armenson non si mosse subito. Restò piegato sul manoscritto come chi non concede a nessuno il privilegio della propria attenzione immediata, un'abitudine, pensò Laysa, o forse una forma di potere che aveva imparato a esercitare senza sforzo, col tempo. I capelli neri gli cadevano sulla fronte, e lei si sorprese a notarli con un fastidio che non seppe spiegarsi, come se un dettaglio così semplice non avesse alcun diritto di turbarla in quel momento. Indossava una camicia scura con le maniche arrotolate sopra i gomiti; le braccia scoperte erano segnate da sottili cicatrici che sparivano nel polsino, un segreto scritto sulla pelle che Laysa non poté fare a meno di notare.
Sentì l'irritazione salirle lungo il collo fino alle guance. Odiava il modo in cui quell'uomo occupava lo spazio, come se l'intera stanza ruotasse silenziosamente intorno alla sua presenza, e odiava ancora di più che quella bellezza intatta, quasi ingiusta nella sua perfezione, le rendesse così difficile restare ferma sulla soglia.
«Miss Pierce» disse lui, senza alzare gli occhi. «È in ritardo.»
Laysa avanzò di due passi, costringendosi a mantenere un'andatura regolare, benché ogni muscolo delle gambe le sembrasse più rigido del normale. «Dottore...»
«Professore. Si corregga.»
Laysa si morse la lingua, pensando che l'arroganza le si fosse appena manifestata in forma umana. «Professore» ripeté, scandendo il titolo. «Sono qui per mostrarle la ricerca per la tesi di dottorato, come richiesto dalla commissione.»
Lui continuò a giocherellare con il tagliacarte, gli occhi fissi sul foglio.
Laysa proseguì, estraendo dei fogli dalla cartella. «Ho qui la documentazione. Si intitola...» prese un respiro profondo. «"Analisi filologica delle prime edizioni drammaturgiche".»
Solo allora Christian Armenson sollevò il capo.
L'aria nei polmoni di Laysa si fece pesante, come se la stanza stessa avesse trattenuto il respiro insieme a lei. Gli occhi grigi di lui, freddi e limpidi, si piantarono nei suoi. Non c'era, in quello sguardo, la condiscendenza di un relatore, né la curiosità distratta di un accademico: c'era un'attenzione intera, quasi antica, una lentezza tattile nel decifrare i dettagli del suo viso, che la fece sentire esposta, come se lui stesse leggendo sotto la sua pelle piuttosto che sopra di essa.
Lui sa perché hai scelto Shakespeare.
Il pensiero le attraversò la mente e lei cercò di respingerlo, contraendo la mascella.
Christian si alzò dalla poltrona in pelle con la lentezza di chi non ha fretta di dimostrare nulla a nessuno. Gli anni non gli avevano tolto niente: non la fermezza della mascella, non quella certa bellezza spietata che Laysa ricordava di aver trovato, da ragazza, più simile a un pericolo che a una grazia. Le si fece incontro, girando intorno alla scrivania, e il suo profumo, Hermès, lo stesso di otto anni prima, arrivò prima di lui, portando con sé quella notte in cui il mondo di Laysa era crollato e lei aveva diciotto anni, senza nessuno a cui aggrapparsi se non a lui.
«Perché hai scelto il mio seminario, Pierce?» mormorò.
La domanda cadde nel silenzio dello studio e restò sospesa più a lungo del necessario. Laysa mantenne lo sguardo fisso nel suo, rifiutandosi di abbassare gli occhi, mentre una morsa le si stringeva allo stomaco a ogni secondo di silenzio.
«Lei è il migliore nel suo campo, professore.» La voce le uscì ferma, con una nota di stanchezza che avrebbe voluto nascondere meglio. Quella non era una menzogna, ma una mezza verità.
Christian assottigliò gli occhi. Un'ombra gli si allungò sulla mascella affilata, irrigidendo i lineamenti. «Sai benissimo che non è questo il motivo, Laysa.» Il suo nome, pronunciato senza il cognome, le arrivò come un vecchio oggetto ritrovato in un cassetto, familiare al punto da far male. «O forse la tua memoria funziona soltanto quando analizzi i testi degli altri, e non quando dovrebbe guardare dentro di te?»
Laysa si irrigidì e fece un passo indietro d'istinto, incontrando la spalliera di una sedia che le bloccò la ritirata. Le dita le si fecero fredde, il respiro corto, spezzato da un sentimento che oscillava tra il risentimento e una strana, disperata familiarità: come tornare in una stanza buia e sapere, senza vederli, dove si trovano i sussurri degli amanti.
«Sono qui per il dottorato» ripeté con tono basso. «E le sarei grata se mantenesse la conversazione su un piano strettamente accademico. Sono qui per lavorare alla mia tesi, non per giocare agli enigmi.»
Un sorriso storto, privo di qualunque traccia di divertimento, gli increspò le labbra. Fece un altro passo avanti, annullando di nuovo la distanza che lei aveva provato a ricostruire, e si sporse verso di lei, la figura imponente che oscurò la poca luce filtrata dalle vetrate.
«"I dubbi sono traditori,"» citò a bassa voce, la bocca così vicina alla sua tempia che Laysa poté sentire il calore del suo respiro contro la pelle, un calore che le fece chiudere per un istante gli occhi senza volerlo. «"E ci fanno perdere il bene che potremmo guadagnare, solo perché abbiamo paura di tentare."» Prese una pausa, gli occhi che non lasciarono mai i suoi. «Non mentire.» Due parole, secche, prive di ogni eleganza, che la spiazzarono più di qualunque citazione. Poi, di nuovo lento, come se nulla lo avesse davvero scomposto: «Il tuo amato Shakespeare non sbagliava mai, sui codardi, Miss Pierce. E tu hai passato gli ultimi anni a nasconderti dietro le sue parole.»
«Non sono una codarda.» Questa volta il sentimento superò ogni prudenza. Laysa alzò una mano e gliela piantò contro il petto, per allontanarlo, stanca di quella recita opprimente, stanca di sentirsi trasparente sotto quello sguardo.
La stoffa della camicia era calda sotto il suo palmo, e attraverso di essa sentì la superficie dura dei muscoli di lui, immobile come roccia sotto la pelle. Christian non arretrò di un millimetro. La sua mano scese fulminea, catturandole il polso in una presa d'acciaio. Laysa sentì un brivido di rabbia pura risalirle sotto la pelle, mescolato a una scarica di adrenalina tanto intensa quanto umiliante.
«Allora dimostralo» le sussurrò lui, gli occhi fissi nei suoi in una sfida quasi febbrile, come se stesse riprendendo un discorso interrotto molto tempo prima. «Rimani in questa stanza. Fai questo dottorato con me. E vediamo quanto a lungo riuscirai a mentire a te stessa su ciò che tieni nascosto in quella tua testa.»
Strattonalo. Digli di andare all'inferno. O seguilo tra le fiamme.
I pensieri le si accavallavano in un tumulto mentre cercava di liberare il braccio, il cuore che le martellava contro le costole. «Mi lasci andare. Ora.»
Christian la fissò per un altro secondo interminabile, leggendo ogni sfumatura di dispetto e ostinazione sul suo viso, poi aprì le dita. Il braccio di Laysa ricadde lungo il fianco, il polso che le formicolava là dove la pelle di lui l'aveva toccata, un calore che non voleva spegnersi.
Quando la lasciò andare, Laysa non seppe dire se il sollievo che provò fosse vero, o soltanto un'altra bugia che si raccontava da tempo.
Lui le voltò le spalle, camminando con calma verso la finestra su cui tamburellava incessante la pioggia, lasciando che il silenzio tornasse a riempire la stanza. «L'aspetto domani mattina in aula alle otto, Miss Pierce.»
Laysa si voltò in fretta e fuggì dallo studio senza aggiungere una parola. Ma mentre la porta si richiudeva alle sue spalle, una strana sensazione, quella che per anni aveva volutamente silenziato nel suo animo, riprese ad aver vita, colpendola ferocemente. Mentre scendeva i gradini di pietra sotto l'acqua scrosciante, sotto gli occhi ciechi dei gargoyle, capì che il dottorato non era mai stato che un pretesto: una scusa elegante per tornare in un luogo da cui, in fondo, non se n'era mai davvero andata.
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