Capitolo 14
Lukas
Infilare un paio di pantaloni decenti sopra questa specie di impalcatura è un’impresa che metterebbe a dura prova la pazienza del più pacato tra i pacati, figuriamoci la mia. Stringo i denti e do uno strattone alla stoffa dal lato del ginocchio, rischiando di strapparla, ma alla fine riesco a farla scivolare giù. Stasera usciamo. È la prima volta che andiamo a cena fuori, tutti insieme, da prima dell’incidente. Mi appoggio al bordo del lavandino per riprendere fiato.
«A che punto sei?» chiede Connor, affacciandosi alla porta del bagno. Ha già addosso una maglietta nera aderente che gli sta benissimo e la sua solita espressione mezza ansiosa. So perfettamente a cosa sta pensando: a Tyler, e alla sua teoria insensata che mi stesse fissando al campo da basket.
«Ho quasi finito, non è proprio facile in queste condizioni» rispondo.
«Se magari ti facessi aiutare forse ci metteresti di meno».
Allungo una mano verso la mensolina per prendere il profumo. Me ne spruzzo un po’ sul collo e poso la boccetta sul vetro. Connor fa subito un passo avanti, con la sua fissazione per i buoni odori, mi posa una mano sul fianco e si china a lasciarmi un bacio.
«Sei bellissimo» mormora a un millimetro dalla mia bocca. Poi alza la testa e mi guarda dritto negli occhi. «Sul serio, Luke, stai benissimo».
«Certo, l’impalcatura che mi porto appresso è sicuramente il tocco di classe della serata, vero?» lo prendo in giro.
La verità, però. è che morivo dalla voglia di sentirglielo dire. La mia testa non fa che ripetermi che sono diventato un rottame, ma quando Connor mi guarda in quel modo, come se ai suoi occhi non fosse cambiato assolutamente nulla, riesco quasi a crederci anche io.
Lui scuote la testa, ridendo piano, e si fa indietro per lasciarmi passare. Faccio leva sulle stampelle, uscendo dal bagno per raggiungere il mobiletto dell’ingresso. Infilo il portafoglio nella tasca posteriore, mentre Connor recupera le chiavi di casa e quelle della macchina dal piattino. Mi apre la porta, tenendola ferma finché non la supero, ed entriamo in macchina.
Incastrare la gamba bloccata dal tutore nell’abitacolo dell’auto è sempre un’operazione che richiede una certa dose di contorsionismo e qualche imprecazione a mezza voce. Connor aspetta con le mani sul volante che io trovi una posizione perlomeno decente e poi mette in moto.
«Sicuro che non vogliamo cambiare idea sul posto?» chiede, tenendo gi occhi fissi sulla strada. «Sai che non amo tantissimo il sushi» aggiunge.
«È la prima volta che esco a cena da più di un mese. Ho il diritto assoluto di scegliere, e tu hai il dovere di ingozzarti di uramaki senza lamentarti» ribatto, sistemando il bocchettone dell’aria condizionata.
So benissimo che a lui il sushi non fa impazzire, a stento tollera il salmone scottato. Se fosse dipeso esclusivamente dai suoi gusti, a quest’ora saremmo diretti a mangiare hamburger e patatine fritte.
«Mangerò riso in bianco e spaghetti di soia alle verdure. Contento te…» borbotta.
Quando parcheggiamo davanti all’insegna luminosa dell’Hashiki, ci sono già Tessa e Kevin, intenti a chiacchierare. Di Gab e di Tyler, per ora, nessuna traccia.
Tessa si stacca dal muro non appena ci vede arrivare.
«Alla buon’ora» esordisce, venendomi incontro per darmi un bacio sulla guancia, stando attenta a non urtare le stampelle.
«Non guardare me» dice Connor, indicandomi con un cenno della testa.
«Bhe, sai non è facile con quest’affare che mi porto appresso» mi difendo, salutando Kevin con una pacca sulla spalla.
«Ehi ragazzi, scusate il ritardo». La voce arriva alle nostre spalle. Mi volto facendo perno sulle impugnature e vedo Tyler avvicinarsi con le mani nelle tasche dei pantaloni. Saluta prima suo fratello, poi Tessa, e infine punta dritto verso di me e Connor.
«Tranquillo, manca ancora l’elemento più problematico del gruppo» risponde Kevin, guardando l’orologio. «Entriamo intanto?» propone.
L’interno dell’Hashiki ha quell’atmosfera soffusa che adoro. C’è odore di salsa di soia e tempura fritta. Un cameriere ci viene incontro quasi subito, con i menù stretti al petto.
«Buonasera. Cognome della prenotazione?».
«Davis» risponde Tessa, prendendo il controllo della situazione come al solito. «Però stiamo ancora aspettando una persona. Possiamo accomodarci nel frattempo?».
«Certamente, seguitemi».
Mi prendo il mio tempo per far scivolare la gamba sotto il tavolo senza colpire nessuno. Connor si siede al mio fianco sinistro, Kevin e Tessa si sistemano di fronte a noi, mentre Tyler prende posto a capotavola, alla mia destra. Appoggio i gomiti sul tavolo e mi prendo un secondo per respirare. La luce calda delle lanterne di carta sul soffitto illumina a malapena i pannelli di legno che separano i tavoli l’uno dall’altro, creando quella sensazione di pace.
Nell’attesa, Kevin inizia a spiegarci un problema assurdo che ha avuto a lavoro. Da quando fa il personal trainer ne ha viste di tutti i colori, ma a quanto pare il cliente di oggi le batte tutte.
«Vi giuro, si è presentato in palestra con i jeans e pretendeva di fare squat con novanta chili» racconta, mettendosi una mano sulla testa. «Ho dovuto spiegargli con calma che non poteva farlo in quel modo».
Tyler interviene con un paio di commenti sull’assurdità di certa gente, facendomi ridere. Sento lo sguardo di Connor su di me, ma faccio finta di niente, sistemandomi meglio sulla sedia. Circa dieci minuti dopo, la quiete del nostro separè viene rovinata.
«Non è colpa mia giuro!» Gab arriva nel locale con il fiatone, la giacca mezza slacciata e i capelli sparati. Metà dei tavoli vicini si è voltata a guardarlo. «C’era un tizio fermo in mezzo all’incrocio con il cofano aperto e una ruota letteralmente in fiamme. Ho dovuto accostare per aiutarlo».
Nessuno di crede nemmeno per un attimo. Tessa alza gli occhi al cielo e gli lancia addosso uno dei foglietti di carta del menù.
«Certo, l’eroe di Plainfield. Siediti e compila questo».
Essendo un all you can eat, il cameriere ci ha lasciato un paio di matite per segnare i numeri del piatti sui fogli, e Gab e Tessa iniziano a sparare ordinazioni a raffica. Connor si limita a segnare gli spaghetti di soia con le verdure saltate e una porzione di salmone scottato.
«Magari ti rubo un paio di quegli uramaki fritti» mi dice a bassa voce, indicando la colonna di numeri che ho appena compilato sul mio foglio.
«Sempre se ne avanza qualcuno» rispondo sorridendo.
Dall’altra parte del tavolo, Gab tira fuori il telefono e lo sblocca. «Ho già aperto il sito del sushi counter» annuncia, riferendosi a quella stupida tendenza del momento per tenere il conto di quanti pezzi riesci a mangiare. «Stasera punto a superare i sessanta pezzi».
Kevin scuote la testa, caricando la stessa pagina sul suo schermo. «Nei tuoi sogni. Ho saltato il pranzo apposta per stracciarti. Segnerò ogni singolo pezzo, quindi non provare a barare come al solito».
Mentre loro due continuano a discutere animatamente su chi cederà per primo e su chi dovrà pagare da bere a fine serata, Tyler si sporge appena verso di me.
«Allora, giochi a basket da molto?» mi chiede, versandosi un po’ d’acqua.
«Da quando avevo undici anni. Tu?»
«Dai dodici. Ci sono cresciuto. È sempre stata la mia valvola di sfogo preferita. Poi però ho dovuto rallentare quando mi sono trasferito in Michigan, a Detroit, per lavoro».
La parola Michigan mi fa scattare qualcosa nello stomaco. Stringo la mascella e cerco di non darlo a vedere.
«Hai colto l’occasione al volo?» gli chiedo.
Tyler annuisce, appoggiando un braccio sullo schienale della mia sedia. «Si. A dire il vero, Chicago iniziava a starmi un po’ stretto, poi abitare in un paesino come Plainfield era troppo restrittivo. Avevo bisogno di cambiare del tutto aria, di staccare un po’, e quell’offerta in Michigan è capitata al momento giusto. Anche se mi manca da morire il campo».
Il primo round di piatti arriva non troppo dopo l’ordinazione, riempiendo il tavolo di barche di legno, ciotole e vassoi pieni di tempura e involtini. Iniziamo a mangiare, e per un paio di minuti cala quel silenzio che c’è solo quando la fame si fa sentire, interrotto solo dai tap di Gab e Kevin sullo schermo per aggiornare ossessivamente i sushi counter.
«Scusami eh» farfuglia Gab a bocca mezza piena. «Mi spieghi che senso ha venire in un ristorante di sushi per mangiare quella roba? Potevi ordinare due patatine fritte a sto punto» continua, guardando Connor.
Ma Connor non alza nemmeno lo sguardo dalla sua ciotola. «Si chiama avere rispetto per il proprio apparato digerente. Voglio vedere quando domattina starai piangendo chiuso in bagno».
Tyler scoppia a ridere, e perfino Tessa sta per strozzarsi dopo la battuta.
«Però in effetti ha ragione Gab» interviene Tyler, puntando le bacchette verso Connor. «Dai, vivi un po’. Ha sempre bisogno di rimanere nella zona di comfort?» chiede, indicandomi. «Che noioso» aggiunge.
Connor smette di arrotolare gli spaghetti. Posa le bacchette di legno sul bordo del piatto e alza lo sguardo su di lui.
«Gab può dirmi quello che cazzo gli pare, perchè ci conosciamo da anni. Tu mi hai conosciuto tre giorni fa, quindi fammi il favore di farti i fatti tuoi e limitati a mangiare».
Il silenzio prende subito piede, perfino i tap sullo schermo di Kevin e Gab si fermano di colpo. Tyler sgrana leggermente gli occhi.
«Ehi, amico, calmo. Era solo una battuta».
Ma Connor non lo sta già più ascoltando. «Vado a prendere una boccata d’aria» annuncia, spingendo indietro la sedia con uno scatto rapido. Si alza, mi sfiora la spalla e si dirige verso l’uscita del locale. Tessa mi lancia un’occhiata da sopra il bicchiere, mentre Kev si schiarisce la voce, scambiandosi uno sguardo in palese imbarazzo con suo fratello.
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