Capitolo 13
Connor
Sono ancora convinto del fatto che Tyler non guardava Lukas con gli occhi di un amico, e nemmeno di un semplice conoscente. Non posso sbilanciarmi troppo su di lui, non lo conosco ancora così bene. Certo, è sicuramente simpatico e ha anche un gran bel fisico che non guasta, ma mai quanto il mio Lukas. Lui sì che è bello da morire. Quando ci siamo incontrati quattro anni fa, eravamo all’ultimo anno di liceo e frequentava gli stessi miei corsi. In realtà soltanto due di questi. Chiunque penserebbe che lui abbia fatto il primo passo o mi abbia conquistato con qualche battuta. Ma non è stato così. Sono stato io a farmi avanti, a chiedergli se gli andasse di vedere una partita dei Bulls. E no, non mi interessava minimamente il basket, non ne capivo nemmeno nulla. Ma dovevo fingere in qualche modo, dovevo rendermi interessante ai suoi occhi poichè era l’unico sport per cui impazziva. Ho dovuto imparare tutto quello che non sapevo sul basket, praticamente ogni cosa. Lui era già stato tre volte campione del torneo provinciale annuale, finalista delle fasi nazionali studentesche, e capitano della squadra del liceo negli ultimi due anni. Arrivava in palestra un’ora prima degli allenamenti solo per stare un po’ da soli. Era lì che ci vedevamo più spesso, almeno all’inizio. Lo osservavo palleggiare, ridere, sistemarsi i capelli con il dorso della mano e mi chiedevo continuamente cosa ci trovasse in me. Non riuscivo a credere che uno come Lukas potesse davvero volermi. Invitarlo a uscire mi sembrò la cosa più azzardata che avessi mai fatto. Ma anche quella più giusta, altrimenti adesso non saremmo qui a vivere insieme.
Il rumore del phon mi riporta alla realtà. Sbatto le palpebre e sposto lo sguardo verso Lukas. È in piedi davanti allo specchio del bagno, con un asciugamano intorno ai fianchi, che si scompiglia i capelli umidi sotto il getto d'aria calda provando a rimanere il più in equilibrio possibile. Lo osservo dal corridoio, in silenzio, prima che spenga il phon e incroci il mio sguardo attraverso lo specchio. Accenna subito un sorriso cercando di capire cosa c’è che non va.
«Non ricordi più come sono fatto? Sei un po’ inquietante piazzato lì così».
«Non posso guardarti?»
«Certo che puoi. Ma di solito si fa pagare il biglietto per questo genere di spettacolo» ribatte con un sorrisetto, sistemandosi i capelli con le mani. Poi si appoggia al lavandino e mi guarda attraverso lo specchio. «A proposito, mi ha scritto Kev poco fa. Tyler gli ha chiesto se giovedì ci va di andare a mangiare qualcosa da qualche parte. Tutti insieme, intendo. Anche Gab e Tessa».
«Ha già voglia di fare un gruppo?» chiedo, incrociando le braccia al petto e cercando di mantenere la voce neutra. «Veloce il ragazzo».
Lui inclina la testa, studiando la mia espressione. Lascia cadere l’asciugamano sul bordo del lavandino, e fa un paio di passi verso di me, accorciando la distanza. Mi posa le mani sui fianchi, la pelle ancora un po’ umida, e mi guarda fisso negli occhi.
«Ancora con questa storia? Ma davvero ti dà fastidio?» mormora. Mi stringe più vicino al petto e si avvicina alle labbra facendomi istintivamente alzare sulle punte. «Connor… lo abbiamo conosciuto si e no il tempo della partita. Te l’ho già detto, voglio solo capire come ne è uscito». Mi accarezza il collo con il pollice e mi lascia un altro bacio. «E comunque tu sei l’unico che voglio che mi guardi» aggiunge, sorridendo appena, per poi baciarmi di nuovo.
«Si, come no. Queste parole non basteranno a passarla liscia».
Lukas
Questa merda di tutore non mi fa dormire stanotte, un bordo di plastica mi preme contro il polpaccio in un punto che non riesco a grattarmi. Provo a spostare la gamba di qualche centimetro, piano, per non far cigolare il materasso, e la fitta che segue è molto fastidiosa. Rimango immobile per un momento, aspettando che passi da sola. Non passa. Chiudo gli occhi, provo a riaddormentarmi ma i pensieri vanno da altre parti. Prima bastava una partita per spegnere tutto questo. Chiunque dopo due ore passate a correre, a sudare, e ad urlare, dormirebbe di gusto di notte. Ora il mio corpo si stanca solo di esistere. Di provare a guarire stando in piedi dieci minuti in più del giorno prima, di prendere i farmaci per il dolore. Quello fisico. Perchè su quello che ho in testa non sembrano avere alcun effetto. Vorrei solo riuscire a mettere in pausa i pensieri, anche solo per un minuto, ma non ci riesco. Mi giro sul fianco verso Connor. Dorme con la bocca leggermente aperta, un braccio buttato fuori dal materasso, i capelli disordinati sulla fronte che di giorno cercherebbe subito di sistemare. Meno male che almeno lui dorme come un sasso, soprattutto dopo aver passato le ultime notti in dormiveglia a controllarmi. Lo so, anche se non lo ha mai ammesso. Mancano circa tre mesi alla partenza per il Michigan e devo rimettermi in sesto prima che se ne vada perchè l’ultima cosa che voglio è che lui resti qui per colpa mia rinunciando al suo futuro. Mi ripeto che ce la farò, che il tempo che resta basta.
Anche nel buio pesto, i miei occhi puntano dritti lì, all’ultimo cassetto della cassettiera. Avevo preparato tutto alla perfezione: tutta la serata del suo compleanno, il deejay. Avevo anche immaginato la faccia che avrebbe fatto e a quanto sarebbe stato felice. Più lo fisso, più mi chiedo se ho ancora il diritto di dargli quel regalo. Continuo a ripetermi la cazzata che sto solo aspettando il momento giusto, ma la verità è che me la sto solo facendo sotto. Forse un momento giusto non c’è nemmeno più.
Connor ritira il braccio che penzolava fuori dal letto, infila la mano sotto il cuscino e si gira verso di me, socchiudendo gli occhi nel buio. «Non dormi?» mormora, la voce rauca.
«Mh. Il tutore mi rompe un po’ stanotte. Scusa, ti ho svegliato».
Lui scuote la testa sul cuscino. Si avvicina del tutto e si tira un po’ più su.
«Vuoi che provi ad allentarlo?» mi chiede, accarezzandomi il petto.
«No, se lo tocchi credo sia peggio. Lascia stare. Torna a dormire, Con».
Invece di ascoltarmi, mi passa un braccio attorno al torace, appoggiando il viso contro la spalla e stringendosi forte a me.
«Dormi, idiota» sussurra contro la mia pelle.
«Notte, rompipalle».
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