Storia · capitolo 34

CAPITOLO 33

I'LL MAKE YOUR HEART SMILE di Frances Gore

Dopo aver studiato con impegno e lavorato come baby sitter per il resto della primavera, Amabel aveva racimolato abbastanza soldi per recarsi a Calgary per un intero weekend e fare una sorpresa a Dylan. Aveva organizzato tutto nei minimi dettagli con la sua amica Cherilyn, niente poteva andare storto. Aveva detto ai suoi genitori che sarebbero state per l’intero fine settimana a casa dei nonni di lei a Vancouver e che sarebbe ritornata la domenica seguente, dopo l’ora di cena. Dave si era detto disponibile per accompagnarla all’aeroporto e per tornare a prenderla in modo che Jane e Matthew non si accorgessero di nulla. Il volo da Vancouver a Calgary durava circa un’ora e trenta minuti e Amabel aveva prenotato anche una camera in un ostello poco distante dall’università, per la notte del sabato.

 

Le ore le erano sembrate passare più lente del solito e solo quando si trovò sull’autobus diretta all’ostello vicino all’università, poté finalmente tirare un sospiro di sollievo. Tutto stava andando come da programma, in meno di un’ora lo avrebbe rivisto e avrebbero passato insieme ogni momento di quel fine settimana.

L’autobus attraversava la città, portandola sempre più vicino all’università di Calgary e, soprattutto, a Dylan. Il suo cuore batteva velocemente nell’attesa di riabbracciare il suo ragazzo. Aveva immaginato mille volte come sarebbe stato, ma ora che il momento era finalmente arrivato, l’emozione era palpabile. Purtroppo nulla andò come aveva previsto…

Una volta arrivata all’università, dopo essersi fermata a farsi una doccia e a cambiarsi nella stanza che aveva prenotato, le dissero che Dylan stava partecipando a una partita di hockey del campionato universitario e che quindi non si trovava nel suo alloggio, quel pomeriggio. Dopo essersi fatta spiegare dove si trovasse il palazzetto del ghiaccio, lo raggiunse appena in tempo per vedere gli ultimi minuti della gara. La squadra di casa stava vincendo e Amabel riconobbe immediatamente Dylan. Indossava la divisa da capitano con il numero sei stampato sulla casacca, il preferito di Amabel.

 

Al termine della partita un boato si levò dagli spalti per festeggiare il primo posto nel girone. Appena si fu tolto il casco protettivo per festeggiare con i suoi compagni di squadra, Amabel vide il suo sorriso luminoso.

Pochi istanti dopo, decine di ragazze lo circondarono e tra loro, una ragazza piuttosto bassa e formosa gli si avvinghiò contro e lo baciò sulla bocca. Amabel sentì il cuore fermarsi per un attimo mentre un brivido ghiacciato le attraversava la schiena. Il brusio delle gradinate sembrava un eco lontano e lei, non riuscendo a sostenere lo sguardo su quella malaugurata visione, abbassò lentamente le palpebre.

Le sue mani si aggrapparono nervosamente alla ringhiera, incerta su cosa fare. Ma era sempre stata abituata a scappare e lo fece anche quella volta. Si fece disperatamente largo tra la folla fino a raggiungere l’uscita. Con gli occhi offuscati dalle lacrime andò a sbattere contro i cartelloni che pubblicizzavano l’evento, disposti a pochi metri dall’ingresso.

Con un sospiro di rassegnazione si diresse verso la fermata dell’autobus. Forse, se si fosse sbrigata, avrebbe potuto cambiare il biglietto di ritorno e ripartire la sera stessa. La sua mente era vuota, non riusciva a pensare ad altro che a scappare il più lontano possibile da lì e da Dylan.

 

Intanto, all’interno del palazzetto, un Dylan furioso si stava staccando la ragazza dalla bocca.

«Come diavolo ti è saltato in mente di fare una cosa del genere? Lo sai benissimo che sono fidanzato!»

«Uff, Dylan, non essere così bacchettone, era solo un modo per festeggiare, nulla di più.»

«Certo e tu quando devi festeggiare qualcosa infili la lingua in bocca al primo che capita, Britney?» le chiese faticando a mantenere la calma.

«Rilassati, caro, la tua ragazza non verrà mai a saperlo.»

«Che lo venga a sapere o meno non è il problema! Non mi piace l’idea di tradirla. Le hai mancato di rispetto con questo gesto!» Detto ciò la lasciò e si avviò verso gli spogliatoi con i propri compagni.

           

Una volta giunto al dormitorio dell’università, l’addetto alla sorveglianza gli chiese se avesse incrociato la bellissima ragazza che era venuta a cercarlo durante il pomeriggio.

«Di chi stai parlando, Marcel?»

«Non mi ha detto il suo nome, comunque non l’ho mai vista prima da queste parti, probabilmente viene da un’altra facoltà.»

«Prova a descrivermela, magari riesco a capire di chi si tratta,» gli disse.

«Beh, era davvero bellissima, con lunghi capelli neri che le arrivavano fino ai fianchi e dolcissimi occhi blu. Inoltre aveva un forte accento canadese come te. Le ho detto che poteva trovarti al palazzetto del ghiaccio. Non vi siete incrociati?»

A quelle parole il viso di Dylan si fece terreo e il suo sguardo si velò di preoccupazione.

«Ehi, amico tutto bene? Sei diventato bianco come un fantasma…»

La descrizione di Marcel corrispondeva in modo inequivocabile ad Amabel. Il cuore di Dylan iniziò a battere più velocemente, mentre nella sua mente cercava di immaginare dove potesse trovarsi Amabel in quel preciso momento. Non poteva credere che avesse affrontato il viaggio fin lì da sola e che ora sembrava scomparsa nel nulla. Perché non si era fatta viva con lui al palazzetto? Poi gli tornò in mente il bacio di Britney. No, non è possibile, Gesù Cristo, fai che non lo abbia visto! Fu la prima cosa che pensò.

Ringraziò Marcel con un cenno del capo e, senza esitare, si diresse verso la porta, estraendo contemporaneamente il cellulare dalla tasca dei jeans. Provò a chiamarla un paio di volte ma il telefono di Amabel risultava spento. Decise che l’avrebbe cercata ovunque fosse possibile. Mentre usciva dal dormitorio, si promise che avrebbe risolto la situazione, le avrebbe spiegato e si sarebbe scusato per qualsiasi malinteso. Non poteva perderla, non lo avrebbe sopportato.

Continuava, un minuto dopo l’altro a comporre il suo numero di cellulare, ma entrava sempre la segreteria telefonica. Ogni tanto si fermava a chiedere se qualcuno avesse visto una ragazza con le caratteristiche di Amabel, ma nessuno sembrava averla incrociata. Era scomparsa nel nulla, così come era improvvisamente apparsa quel pomeriggio.

 

La notte si stendeva davanti a lui come un velo oscuro mentre si spostava attraverso il campus in cerca di Amabel. Chiamò il suo nome lungo le strade silenziose, sperando che lei rispondesse o che apparisse da qualche parte, magari seduta su una panchina o nascosta dietro un albero. La preoccupazione lo stava avvolgendo in una morsa sempre più stretta e il peso della responsabilità per ciò che era accaduto lo opprimeva ogni secondo di più. Doveva trovare Amabel, doveva trovarla a ogni costo. L’immaginarla sola e probabilmente disperata in quella grande, e per lei sconosciuta città, gli fece raddoppiare gli sforzi per rintracciarla. Non riusciva davvero a darsi pace.

Il suo cellulare vibrò, interrompendo il silenzio circostante. Era un messaggio di Amabel e il suo cuore si fermò per un istante mentre apriva la chat con mani tremanti.

 

“Addio.”          

 

Quell’unica, straziante parola, penetrò nel suo cuore come una lama affilata. Con un senso di impotenza, cercò di chiamarla di nuovo, ma il telefono di Amabel era già ritornato irraggiungibile.

Avrebbe dato qualsiasi cosa per tornare indietro nel tempo e fare in modo che quel maledetto bacio non fosse mai avvenuto, ma sapeva che non sarebbe stato possibile. Sperava che la ferita che le aveva involontariamente inflitto non fosse troppo profonda per essere curata. Con il cuore infranto, continuò a cercarla nel buio della notte, pregando, contro ogni speranza, di poterla riabbracciare presto.

 

Il telefono di Dylan era ormai scarico, ma la sua ricerca non si era fermata. Erano ormai quasi le ventitré quando giunse in aeroporto, era l’ultimo posto a cui aveva pensato prima di interrompere le ricerche e recarsi alla stazione di polizia. Se non l’avesse trovata nemmeno lì, avrebbe anche dovuto avvisare i genitori.

Il silenzio della notte era interrotto solo dai suoi passi affrettati lungo il pavimento lucido del terminal. Un senso di sconforto si impadronì di lui, quando non la vide da nessuna parte, ma decise di non arrendersi. Scrutò ogni angolo dell’aeroporto, cercando Amabel con occhi ansiosi. Il tempo sembrava scivolare via e il silenzio del grande terminal amplificava la sua preoccupazione. Chiese alle poche persone che incrociava se avessero visto una ragazza corrispondente alla descrizione di Amabel, ma nessuno sembrava avere informazioni utili.

L’orologio si avvicinava alla mezzanotte e la stanchezza cominciava a farsi sentire. La sua speranza di trovare Amabel all’aeroporto stava sfumando e il peso della situazione lo opprimeva.

Con passo pesante si stava dirigendo verso la stazione di polizia dell’aeroporto quando finalmente la vide. Rannicchiata su di una panchina, raggomitolata su se stessa. Stava dormendo, probabilmente sfinita dalla lunga, logorante giornata, i suoi occhi erano gonfi e arrossati a causa delle lacrime. E la colpa è soltanto mia, pensò accarezzandole delicatamente una guancia.

«Amabel, amore mio, finalmente ti ho trovata,» le sussurrò con voce soffocata dall’emozione. Si sedette accanto a lei sulla panchina, continuando ad accarezzarla in attesa che si svegliasse. «Mi dispiace, amore. Non volevo che le cose andassero in questo modo. Nonostante non sia stato io a volere quel bacio, ti chiedo scusa e ti capirò se non vorrai perdonarmi, ma ti prego, non farmi più preoccupare così. Voglio solo che tu sappia quanto mi dispiaccia e che sono disposto a fare qualsiasi cosa per rimediare al dolore che ti ho causato. Ti giuro che non era mai successa prima una cosa del genere, non ho mai baciato nessun’altra all’infuori te, te lo posso assicurare. Ti amo, mio dolcissimo bignè alla crema, ti amo più di qualsiasi altra cosa al mondo, ti amo più di quanto le mie sciocche parole possano descrivere.»

Amabel aprì lentamente le palpebre, accettando il suo aiuto a mettersi seduta. Avrebbe voluto detestarlo, ma non poteva. Non dopo le dolci parole che lui le aveva appena rivolto, anche se pensava che lei stesse dormendo. Ed era stato proprio questo fatto a farle capire che lui era sincero e che quello che le aveva detto gli veniva dal cuore.

«Mi dispiace, Amabel.»

Lei alzò gli occhi, incontrando quelli di lui che la stavano guardando con intensità, come se cercasse di farle percepire tutta la sua preoccupazione «Non fuggire più così, mi hai fatto morire di paura.»

Un istante dopo Amabel gli affondò la testa sul petto, inebriata dal suo meraviglioso profumo e dalla dolcezza del suo abbraccio. «E tu non farmi mai più soffrire in questo modo.»

«Te lo prometto, amore mio.»

 

«Ehi, Gabriel, sloggia, forza!» la voce di Dylan era ferma e decisa.

«Eh? Cosa? Chi… che cazzo vuoi a quest’ora della notte Dy, sei forse impazzito?» disse il ragazzo svegliandosi di soprassalto e stropicciandosi gli occhi.

«Hai sentito cosa ho detto? Coraggio, alzati e sloggia da qui, vai a dormire dove ti pare, ma esci immediatamente da questa stanza o ti faccio nero!» continuò Dylan imperterrito, scostando le coperte.

«Ma che cazzo ti è preso, si può sapere?»

«C’è Amabel che sta dormendo nel mio letto e io non voglio rivedere il tuo brutto muso fino a domani mattina.»

«Amabel? L-la tua Amabel è qui?» chiese l’amico sbalordito.

«Esattamente, è una storia lunga, te ne parlerò un’altra volta ma adesso vattene, sono stanco morto e voglio dormire, ho passato metà della notte a cercarla.»

«Ok, amico me ne vado, se si tratta di lei, questo e altro. Però domani me la presenterai, finalmente potrò conoscere il tuo grande amore di persona.»

«Scordatelo, piuttosto che farti posare gli occhi su di lei, te li cavo. Niente di personale, amico!»

           

Era ormai quasi l’alba quando Amabel cominciò a lamentarsi nel sonno. Si agitava e continuava a ripetere il nome di Dylan e altre parole incomprensibili.

Dylan si alzò dal letto del proprio compagno di stanza e si avvicinò al suo, nel quale giaceva la ragazza. Sì chinò su di lei e con una mano delicata, le accarezzò i capelli cercando di rassicurarla.

«Amabel, sono qui. Sono al tuo fianco,» disse con voce calma, sperando che le sue parole potessero penetrare nel suo sonno tormentato. Le mani di Amabel afferrarono istintivamente le lenzuola. «Svegliati, è solo un brutto sogno,» sussurrò ancora lui.

Con un sobbalzo, Amabel si svegliò improvvisamente, gli occhi spalancati e pieni di terrore, si guardò intorno confusa, quando vide Dylan seduto accanto a lei, nel letto di quella stanza sconosciuta, emise un sospiro di sollievo.

Dylan le sorrise teneramente. «Stai bene?»

Amabel annuì anche se il suo volto mostrava ancora un’espressione turbata. Lui intanto aveva ricominciato a far scivolare le sue mani tra i lunghi capelli di lei con infinita dolcezza, poi si chinò per depositarle un lieve bacio sulla fronte.

«Ti va di scendere in mensa a far colazione? Dubito che tu abbia mangiato molto da quando sei arrivata a Calgary.»

«Preferirei rimanere ancora un po’ a letto, se non ti dispiace.»

«Certo che no, amore mio, però dovrei tornare anche io sotto le coperte perché, non so se te ne sei accorta, ma in questa dannata stanza si gela,» confessò lui sfregandosi le mani tra loro.

«Sdraiati qui con me allora,» gli disse arrossendo fino alle orecchie.

«Ok, principessa, tutto quello che vuoi.»

Si allungò accanto a lei, ricoprendo entrambi con il pesante piumone color del mare. Si abbracciarono stretti godendo del calore l’uno dell’altra. Non c’era nulla di sessuale o di seducente in quel gesto, solo l’intimità di due anime affini che cercavano conforto reciproco. Dylan le appoggiò il mento sulla testa con tenerezza, mentre lei, sul suo petto, ascoltava il ritmo regolare del suo cuore.

«Sei sicura di stare bene, Am?» chiese Dylan con premura, cercando il suo sguardo.

Amabel annuì, stringendo leggermente l’abbraccio. «Sì, sono solo un po’ stanca. Ma essere tra le tue braccia mi fa sentire bene.»

Dylan sorrise, baciandole la fronte. «Anche io mi sento allo stesso modo quando sono con te. Non c’è nessun altro posto in cui preferirei essere.»

Restarono lì, abbracciati, immergendosi nella dolcezza di quel momento. Il freddo della stanza sembrava scomparire sotto il calore del loro amore. Il tempo scorreva senza fretta, come se il mondo esterno non esistesse, lasciando spazio solo al loro presente.

 

Trascorsero l’intera mattinata della domenica insieme. Dylan la portò in giro per il campus universitario e le mostrò i luoghi in cui passava la maggior parte del suo tempo. Le raccontò storie divertenti e aneddoti su di sé e sugli amici, cercando di farla sentire parte della sua realtà quotidiana. E per tutto il tempo non si staccò mai da lei, o la prendeva per mano o le teneva un braccio intorno alla vita o alle spalle. Pranzarono in un grazioso fastfood a pochi passi dal campus, dove l’aroma di caffè appena fatto si mescolava con il delizioso profumo delle Flapper Cakes che facevano bella mostra nella vetrinetta refrigerata.

«Am, tesoro, non credi che sia abbastanza lo sciroppo d’acero che hai messo sulla torta?» le chiese Dylan a un tratto, osservandola.

«Ricorda, mio caro, lo sciroppo d’acero è come l’amore, non ce n’è mai troppo!»

Dylan rise leggermente, annuendo. «Hai ragione, principessa. Non ci sono limiti quando si tratta di dolcezza, che sia lo sciroppo d’acero o il nostro amore.»

«Che cosa hanno appena udito le mie orecchie? Credo che mi si carieranno tutti i denti se dovessi risentire una cosa del genere,» si intromise Gabriel accostandosi al loro tavolo insieme a un paio di altri ragazzi.

«Gabriel, amico mio, non eravamo d’accordo che non ti saresti avvicinato a noi nel raggio di almeno dieci chilometri?» gli chiese Dylan irritato.

«Non ho mai detto di essere d’accordo con te, Dy. E ora facci spazio che vogliamo finalmente conoscere la nostra cognatina.»

Detto questo diede uno spintone a Dylan costringendolo a spostarsi sul bordo del divanetto. Gli altri due ragazzi presero una sedia ciascuno e si accomodarono ai lati di Amabel che li guardò divertita.

«Io sono Gabriel, il compagno di stanza di Dylan e questi sono Paul e Sebastian. Tutti e quattro facciamo parte della squadra universitaria di hockey. E tu naturalmente devi essere Amabel, questo smidollato non fa altro che parlare di te dalla mattina alla sera, sembra un disco rotto.»

«Lascia soltanto che venga questa sera e ti spaccherò la faccia,» brontolò Dylan facendo ridere tutti.

«Davvero parli sempre di me?» chiese Amabel con gli occhi sognanti.

«Macché,» rispose Dylan imbarazzato. «Avrò accennato a te un paio di volte, è questo stronzo che sta facendo troppo lo spiritoso.»

«Come sei dolce, Dy, hai le orecchie bordeaux,» lo prese in giro Sebastian. In tutta risposta Dylan si calcò il cappellino ancora più saldamente sulla testa minacciando il ragazzo che anche lui avrebbe ricevuto la sua parte prima della fine della giornata.

Passarono le due ore seguenti ridendo e scherzando fra loro, finché non giunse, per Amabel e Dylan, l’ora della sorpresa che il ragazzo aveva preparato per la sua amata durante quella notte travagliata.

«Sono stata davvero bene con voi oggi e sono proprio contenta di avervi conosciuti, siete dei ragazzi simpaticissimi.»

«Grazie, tesoro, sei una ragazza fantastica, ora capisco perché questo qui è innamorato perso di te.»

«Bene, vedo che dovrò fare due chiacchiere anche con te stasera, Paul. Azzardati ancora una volta a chiamarla tesoro e ti faccio ingoiare il puck durante il prossimo allenamento,» disse Dylan con un sorriso diabolico sul volto. «Forza Amabel, salutiamo questi tre rompiscatole e andiamocene, l’autobus passerà tra poco.»

Il gruppetto si salutò fuori dal locale in cui avevano passato le ultime ore e, mentre i tre ragazzi si diressero verso il campus, Amabel e Dylan raggiunsero la fermata.

 

            «Mi vuoi dire dove mi stai portando?» chiese Amabel a un tratto, mentre era seduta di fianco a Dylan sull’autobus urbano.

«Stai tranquilla principessa, stiamo andando in un posto che credo ti piacerà molto. Ci ho pensato questa mattina, mentre ti tenevo tra le braccia e non riuscivo a staccare gli occhi dal tuo dolcissimo viso.»

«Smettila di adularmi e sputa il rospo, piuttosto!»

«Se te lo dico, tu cosa mi darai in cambio?» le chiese sorridendo.

Amabel lo guardò con sospetto, ma alla fine stette al gioco. «Non ti ruberò più nemmeno un bignè alla crema, durante i prossimi cinque compleanni.»

«Dai, Am, so che puoi fare di meglio…»

«Ti piace mercanteggiare, vero?»

«Assolutamente sì e specialmente con te.»

«D’accordo allora, se me lo dirai ti darò un bacio.»

Il sorriso di Dylan si fece ancora più largo. «Un bacio è un buon inizio.»

«E se non dovesse piacermi il posto dove mi stai portando?»

«Sono certo che non sarà così, comunque, in caso contrario sarò io a dare un bacio a te.»

«Bene, mercante e anche truffatore, adesso!» gli disse guardandolo con occhi divertiti.

«Andiamo, principessa, è ora di scendere, siamo arrivati.»

 

            Amabel stava fissando l’ingresso dell’Art Gallery of Calgary da almeno una decina di minuti, senza decidersi a entrarvi.

«Ehi, va tutto bene, Am? Se non te la senti di vedere la mostra non importa, andremo da qualche altra parte. Pensavo solo che ti avrebbe fatto piacere, dato che da piccola dipingevi con Laurette. Non credevo che la mia idea ti avrebbe rattristata in questo modo, mi dispiace,» le disse Dylan abbracciandola teneramente.

Amabel fece un sorriso tirato. «La tua sorpresa è davvero bellissima, è solo che… da quando mia madre è morta ho sepolto la mia passione per l’arte in un cassetto del mio cuore e non ho più voluto riaprirlo.»

«Perdonami Am, non avevo intenzione di riportare a galla ricordi dolorosi. Vieni, andiamo a prenderci qualcosa da mangiare e poi facciamo una passeggiata.»

«No, non è colpa tua, Dylan,» disse lei scuotendo la testa nel tentativo di trattenere le lacrime. «Forse è il momento di affrontare tutto questo, di riaprire quel capitolo della mia vita.»

«Ne sei certa? Guarda che non ci costringe nessuno a entrare.»

«Voglio farlo. Con te accanto posso affrontare qualsiasi cosa. Come quando siamo saliti insieme sulla seggiovia, nonostante la mia paura per l’altezza.»

«Sei coraggiosa, Am. Sei la persona più coraggiosa che io conosca. Comunque, se dovessi sentirti sopraffatta dalle emozioni o dai ricordi del passato, dimmelo subito. Sono qui per te, in ogni momento,» le sussurrò all’orecchio con dolcezza.

«Grazie, Dylan.» Detto ciò lo prese per mano e attraversò le porte automatiche che li separavano dalla mostra d’arte contemporanea.

 

            Camminarono fianco a fianco per molto tempo, dicendosi poche parole, forse nessuna, mentre Amabel assorbiva l’atmosfera che la circondava. Era così assorta nella contemplazione delle varie opere, che Dylan preferì non interferire in alcun modo, permettendole di immergersi completamente nei colori, nelle forme, nelle sfumature e nei dettagli che man mano sfilavano davanti ai loro occhi.

Poi, improvvisamente, Amabel si fermò di fronte a un quadro. Le sue labbra si curvarono in un sorriso commosso e il suo sguardo brillò di emozione. Senza dire una parola, indicò il dipinto con il dito. Dylan lo seguì con lo sguardo e comprese. La tela ritraeva una scena di madre e figlia intente a dipingere insieme. Era come se l’arte avesse catturato uno dei tanti momenti speciali che Amabel aveva condiviso con sua madre anni prima. Le si avvicinò leggermente, guardando il dipinto insieme a lei. Anche se di arte non ne capiva praticamente nulla, la bellezza dell’opera era lampante e non poté nascondere un lampo di emozione nel notarne i magnifici dettagli: i tratti delicati delle pennellate, i colori che si fondevano armoniosamente e l’espressione serena sui volti della donna e di sua figlia. Posò una mano sulla spalla di Amabel in un gesto di conforto e comprensione e quando lei si volse a guardarlo, le dedicò un caldo sorriso.

«Grazie,» gli disse semplicemente. «Questo dipinto è bellissimo. Mi ha ricordato tanti bei momenti della mia infanzia.»

«Menomale, pensavo di aver completamente sbagliato a portarti qui,» ammise sollevato.

«Come potresti mai sbagliare, quando mi conosci quasi meglio di quanto conosca me stessa?»

«Mi piace renderti felice. Meriti di esserlo.»

«Sono felice quando sto con te.»

«Pensi mai di riprendere a dipingere un giorno? Tempo fa ho visto in soffitta alcuni dipinti che tu e tuo padre avete portato al ranch dalla vostra vecchia casa, sono davvero magnifici e non capisco perché non siano stati appesi alle pareti.»

«Perché mio padre non lo sopporterebbe. Gli ricorderebbero troppo Laurette e il grande amore che nutriva per lei,» ammise Amabel abbassando leggermente lo sguardo.

«Ora ne comprendo il motivo. E per quanto riguarda te? Riprenderai in mano i pennelli e i colori?»

Amabel rifletté su quelle parole, lasciando che quella domanda si insinuasse nella sua mente e nel suo cuore. «Forse… un giorno.»

«Non c’è fretta, Am. Quando sarai pronta, sarò lì per sostenerti in ogni passo che deciderai di compiere, che sia dipingere di nuovo o esplorare nuove passioni. Inoltre, non hai nemmeno più cucito per anni, eppure per Natale mi hai regalato due cose meravigliose cucite da te.»

«A proposito, dov’è finito il cuscino che ho realizzato con la mia vecchia felpa? Al ranch non l’ho trovato da nessuna parte,» chiese lei curiosa.

«Non l’hai visto questa notte mentre dormivi nel mio letto? Era proprio accanto a te. Adoro quel cuscino, a volte mi sembra di sentirci ancora il tuo profumo.»

Amabel arrossì leggermente, colpita dalla dolcezza delle parole di Dylan.

Continuarono a passeggiare per la mostra, mano nella mano. Amabel si sentiva felice e serena. Sapeva che, grazie a Dylan, aveva fatto un passo importante per aprire quel cassetto che portava sigillato nel cuore, dalla morte di Laurette.

 

            Mancavano soltanto pochi minuti alla chiusura del gate per l’imbarco, ma Amabel non si decideva a sciogliersi dall’abbraccio di Dylan. Stare tra le sue braccia forti e respirare il suo profumo era una sensazione meravigliosa.

«Amore, devo proprio lasciarti andare ora, o perderai l’aereo,» le disse lui baciandole teneramente la fronte.

«Mi mancherai da morire, Dylan.»

«Anche tu, principessa, non vedo l’ora che sia fine giugno per poterti tenere di nuovo tra le braccia.»

Amabel sollevò lo sguardo, gli occhi leggermente lucidi. «Grazie per questa giornata meravigliosa.»

Il bacio che si scambiarono prima di sciogliersi definitivamente dall’abbraccio sapeva di lacrime ma anche di promesse per il futuro. Lui le asciugò un’ultima lacrima con dita tremanti, prima di sorriderle teneramente. «Chiamami appena arrivi a Vancouver, mi raccomando.»

«Certo, amore mio, non ti farò più stare in pensiero per me.»

Dylan annuì e poi la sospinse delicatamente verso il gate. «Vai adesso, principessa o non avrò più la forza di separarmi da te. Ti amo da morire, mio dolcissimo bignè alla crema,» sussurrò quasi a se stesso.

«Anche io ti amo, Dylan!» rispose lei, girandosi per un ultimo sguardo prima di scomparire dietro le porte dell’imbarco.

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