CAPITOLO 22
Amabel stava galoppando senza meta in una fredda serata di inizio aprile, come era solita fare quando qualche pensiero la preoccupava e aveva bisogno di schiarirsi le idee. Entro un paio di giorni, alla conclusione delle vacanze di primavera, Dylan sarebbe ripartito per Calgary, lasciandola di nuovo sola fino all’estate seguente. Chiuse gli occhi per concentrarsi sulle sensazioni che provava, sentiva il vento fresco sulla pelle e il rumore degli zoccoli di Coco che risuonavano sul viottolo antistante un ingresso secondario del ranch.
Non appena li riaprì, due figure in lontananza catturarono la sua attenzione. Di una, riusciva a malapena a distinguerne il volto, ma non aveva dubbi che si trattasse di Dylan. Soltanto lui, in tutta la zona, era così alto e atletico. Represse a stento il desiderio di raggiungerlo di corsa e cercò di capire chi fosse il suo interlocutore. Per riuscirci dovette sporgersi di lato e si accorse che si trattava di una ragazza dai lunghi capelli biondi. Purtroppo non aveva alcun dubbio nemmeno sull’identità di quest’ultima, si trattava certamente di Kim. Quella scoperta le procurò una fitta di gelosia, accentuata dal fatto che lui stava sorridendo e sembrava divertito. Incuriosita, scese da cavallo avvicinandosi e li osservò parlare fitto. Poi, piano piano l’espressione di Dylan si fece sempre più seria e il volto assunse un profilo duro, che mal dissimulava la sua rabbia. Era tornato a casa dall’università una settimana prima, in occasione delle vacanze accademiche di primavera e non avevano avuto molte occasioni di stare un po’ da soli, se si escludeva l’incidente al laghetto e la preparazione della torta.
Amabel non riuscì a dire nulla nel momento in cui si rese conto che lui l’aveva sorpresa a spiarli. Lo sguardo di Dylan era gelido e le sue braccia, abbandonate lungo i fianchi, avevano le mani strette in un pugno, le nocche sbiancate. L’unica cosa che Amabel fu in grado di fare fu quella di voltarsi e iniziare a correre verso Coco, montarle in groppa e partire al galoppo, senza voltarsi indietro nemmeno una volta.
Una pioggia incessante, ma fortunatamente senza fulmini, la accompagnò durante la fuga.
Dopo un lungo tratto percorso a galoppo sfrenato, si guardò intorno spaesata. Accarezzando la criniera di Coco si allungò verso le orecchie della cavalla dicendo: «Credo che ci siamo perse! Devi aiutarmi a ritrovare la strada di casa, amica mia.»
Come se avesse inteso le sue parole Coco, scelta una direzione, cominciò a incamminarsi. Da qualche minuto aveva anche smesso di piovere e ora la luna piena illuminava il loro cammino, rendendo magico e surreale il paesaggio circostante.
Tuttavia, l’incanto della notte fu interrotto da un rumore improvviso e indistinto proveniente da un punto imprecisato tra gli alberi. Amabel si irrigidì sulla sella, il cuore le batteva più forte nel petto. Tutti i suoi sensi si misero all’erta e un brivido le percorse la schiena, mentre cercava di discernere meglio il suono. Sperava con tutto il cuore che non si trattasse di uno dei tanti pericolosi animali selvatici che vivevano in quella zona isolata. Dal canto suo Coco era invece rimasta sorprendentemente calma e questo le fece ben sperare, forse si trattava di una piccola rana o qualche altra innocua creatura.
Stava per riprendere il suo cammino quando sentì nuovamente quello strano suono, una specie di guaito, molto acuto, simile a quello di un cane. Con cautela scese dalla sella e si diresse con passo lento verso un piccolo acero dai bassi rami contorti da cui le era sembrato provenisse il lamento. Con la mano scostò alcune fronde e quello che vi trovò dietro la lasciò senza fiato. Aveva pensato si trattasse di un cucciolo randagio e invece, una piccola volpe rossa giaceva ferita su di un cumulo di foglie. Il pelo era intriso di fango e sangue e i suoi occhi brillavano di paura e dolore. Il cuore di Amabel si riempì di compassione, mentre guardava l’animale in tutta la sua vulnerabilità. La volpe sembrava aver subito una ferita alla zampa anteriore. Amabel le si inginocchiò accanto e con movimenti lenti si avvicinò, cercando di non spaventarla ulteriormente. La piccola volpe rossa fissò gli occhi amorevoli di Amabel e sembrò comprendere che non intendeva farle del male.
«È tutto okay, piccolina,» sussurrò con voce gentile, stendendo una mano tremante per toccarla con delicatezza. «Ti aiuterò.»
Senza indugio, prese un fazzoletto dal suo zaino e, con estrema delicatezza, fece un bendaggio improvvisato attorno alla zampa ferita. Aveva assistito tante volte suo padre e ora era grata per tutto ciò che aveva imparato da lui. Stese lo zaino sul terreno bagnato, creando una specie di cuccia e posizionò con estrema attenzione l’animale all’interno, assicurandosi che fosse protetto dal freddo.
Dopo diversi minuti riuscì finalmente a sistemare lo zaino sulla sella in modo tale che fosse abbastanza stabile da non rischiare di far cadere la volpe. Con una carezza sulla criniera di Coco le fece capire che era ora di muoversi.
Arrivò a casa molto tardi. Fece appena in tempo a portare Coco nella stalla e ad adagiare lo zaino su un tavolo da lavoro prima di correre a chiamare il padre, quando fu aggredita da Dylan che la stava aspettando sui gradini del portico anteriore.
«Ti pare questa l’ora di tornare a casa? Dove sei stata?» Sembrava furibondo, anche troppo per una cosa di poco conto come quella. Dove diavolo era finito il suo ragazzo così dolce e comprensivo?
«Con chi sei stata fino a quest’ora della notte?» sbottò di nuovo vedendo che lei non si decideva a rispondere.
«Io non sono stata con nessuno, mi sono solo persa e non riuscivo a ritrovare la strada per il ranch,» disse Amabel torcendosi le mani. Gli occhi blu le si inumidirono.
«Smettila!» sbraitò Dylan.
Lei spalancò le palpebre. «Smettere di fare... che cosa?» Era sconcertata.
«Di piangere. Non permetterti di piangere dopo quello che hai fatto.»
Amabel rispose con fermezza. «Io non sto affatto piangendo e inoltre non ho fatto assolutamente nulla!» E poi, come se il suo stesso corpo volesse prenderla in giro, scoppiò a piangere.
Dylan si passò le mani tra i capelli, senza scomporsi per le lacrime di Amabel, ma anzi, puntandole un dito contro. «Hai per caso idea di quanto siano state in pensiero mia madre e Lily? Tuo padre è appena tornato da una lunga giornata di lavoro e stava per venirti a cercare dopo aver saputo che non eri ancora rientrata!»
Amabel sussurrò a testa bassa. «Mi dispiace.»
«Non mi interessano le tue scuse! Spero sia l’ultima volta che accada una cosa del genere!» La zittì lui urlando ed entrando in casa sbattendo violentemente la porta. Cosa era appena accaduto? Nuove lacrime la fecero pizzicare gli occhi e riuscì a stento a trattenerle.
«Non lo avevo mai visto così arrabbiato prima d’ora,» disse Jane appena l’ebbe raggiunta, attirata dalla voce infuriata del figlio.
Amabel si sentì mancare e temette che le gambe non l’avrebbero sorretta.
«Ero davvero preoccupato Amabel, hai visto che ore sono? Quante volte ti ho detto di chiamarmi quando fai tardi?» aggiunse il padre, arrivato in quel momento, con una espressione di leggera apprensione sul volto.
«Hai ragione, ma avevo nuovamente la batteria del cellulare scarica, perdonami papà. Ora però ho assolutamente bisogno del tuo aiuto.»
Senza ulteriori indugi, Amabel raccontò al padre l’accaduto, descrivendo come aveva trovato la piccola volpe ferita e il fatto che l’avesse portata al ranch per essere curata.
Dopo aver ascoltato attentamente, il padre annuì e le disse di cominciare ad andare nella stalla, lui avrebbe preso l’occorrente e l’avrebbe raggiunta subito.
Trascorsero nella stalla diversi minuti, intenti a prestare le cure necessarie all’animale. Le diedero cibo e acqua, poi la chiusero in una gabbia per impedirle di fuggire prima che si fosse completamente ristabilita.
«D’accordo tesoro, ora vai dentro che si è fatto molto tardi e non preoccuparti per la piccola volpe, guarirà presto.»
Amabel sorrise al padre e lo abbracciò affettuosamente prima di apprestarsi ad uscire dalla stalla. Le successive parole di Matthew però, la fermarono dopo pochi passi.
«Tutto bene con Dylan?»
Fissò per un attimo il viso di suo padre, consapevole che, se avesse commesso anche solo un piccolo errore, lui avrebbe potuto capire tutto. Non poteva permettere che venisse a sapere della relazione tra lei e Dylan, non ancora, forse mai.
Con un respiro profondo, si sforzò di apparire rilassata. «Sì, certo. Lui... beh, era solo preoccupato, tutto qui. Forse si è innervosito per l’ora tarda e il fatto che non abbia avvertito nessuno.»
Matthew la osservò per qualche secondo, come se cercasse di leggere qualcosa nel suo sguardo, ma poi annuì lentamente. «Penso che tu abbia ragione ma, se ci fosse qualcosa che non va, me lo diresti, vero?»
Amabel si irrigidì per un attimo, poi cercò di sorridere. «Certo, papà. Non preoccuparti, va tutto bene.»
Lui le diede un bacio sulla fronte, come faceva quando era più piccola. «Bene, allora vai a dormire. Domani sarà un’altra lunga giornata.»
Amabel si voltò verso casa, il cuore pesante. Aveva mentito a suo padre.
Il sonno tardò ad arrivare e i suoi pensieri tornarono indietro di qualche ora, quando aveva sorpreso Dylan in compagnia di Kim. La perfida Kim! Chissà che cosa si era inventata questa volta sul suo conto, per metterla in cattiva luce agli occhi di lui. Dylan non si sarebbe mai comportato in quel modo tanto maleducato se quella vipera non gli avesse raccontato qualche frottola sul suo conto. Era ormai da tempo al corrente delle voci che Kim metteva in giro su di lei e si era a lungo domandata se fossero giunte anche alle orecchie di Dylan. Dopo quella scenata era ormai certa che fosse così, anche se lui non gliene aveva mai fatto parola.
L’alba doveva essere ormai vicina quando un bussare furtivo scosse il silenzio della stanza. Un istante dopo, Dylan scivolò all’interno, richiudendosi la porta alle spalle con una cautela. Non le diede nemmeno il tempo di sollevarsi a sedere né di accendere la lampada posta sul comodino, che iniziò immediatamente a parlare: «Ascoltami Am, voglio chiederti scusa per ieri sera. Mi dispiace di averti aggredita in quel modo.»
Amabel non lo guardò, continuando a fissare ostinatamente fuori dalla finestra il cielo che stava già rischiarandosi. Lui allora si avvicinò lentamente al suo letto, cercando di leggerne le emozioni sul viso.
Lei rimase in silenzio per un istante, pensando alle parole giuste per rispondere. Alla fine, si voltò nella sua direzione e lo guardò negli occhi. «Le tue parole mi hanno fatto molto male,» disse con voce ferma. «Non posso semplicemente cancellare tutto solo perché sei venuto a scusarti.»
Dylan abbassò lo sguardo, mostrando tutto il suo rimorso. «Lo capisco, Amabel. So di aver sbagliato, ho sentito che ti sei attardata per soccorrere una volpe ferita. Non posso cambiare ciò che ho fatto, ma ti assicuro che mi dispiace davvero. Mi rendo conto di aver agito in modo irrazionale e ingiusto, però credimi quando ti dico che non volevo assalirti in quel modo.»
«E allora perché lo hai fatto? Perché ti sei comportato così proprio con me?»
«Io… ero… tremendamente geloso, pensavo ti fossi incontrata con un ragazzo,» ammise infine.
«Si può sapere di che diavolo stai parlando? Ti ho mai dato motivo di dubitare di me?» Poi, dopo un breve attimo di silenzio aggiunse: «È stata Kim a mettertelo in testa, vero?» Cercò i suoi occhi per leggere cosa vi fosse scritto, ma lui distolse rapidamente lo sguardo.
«Davvero, Amabel, mi dispiace molto,» ripeté Dylan con voce più morbida. «Capisco perfettamente di aver sbagliato, sono stato uno stupido a credere una cosa del genere. Non avresti mai messo in pensiero Jane e tuo padre per incontrarti con un ragazzo. Tu metti sempre gli altri e il loro benessere al primo posto e lo hai fatto anche questa volta occupandoti di quel piccolo animaletto. Perdonami, sono un vero stronzo.»
«Quando imparerai a fidarti di me e delle mie parole senza avere costantemente il bisogno di qualcuno che ti dica come sono andate le cose?»
Ora era lui a fissare il cielo, lasciando che il silenzio si prolungasse mentre Amabel era combattuta tra il desiderio di perdonarlo e il bisogno di essere sincera con lui. Dopo un lungo respiro, Dylan si girò lentamente verso di lei, cogliendo i suoi occhi pieni di amarezza.
«Mi hai ferita profondamente, Dylan e più di tutto mi ha amareggiata la tua mancanza di fiducia nei miei confronti,» disse con voce triste. «Ora è meglio che tu te ne vada, gli altri potrebbero alzarsi da un momento all’altro.»
Sì sdraiò nel letto e si tirò le coperte fin sopra la testa, aspettando che lui uscisse dalla stanza.
La tensione tra loro era ancora palpabile quando, qualche ora dopo, si ritrovarono seduti al tavolo, uno di fronte all’altro, a consumare il pranzo. Amabel cercava in ogni modo di non guardarlo, mentre Dylan non faceva altro che fissarla. Sentiva il suo sguardo addosso, a ogni parola pronunciata, a ogni più piccolo movimento. Finito in fretta di mangiare, con la scusa di andare nella stalla per prendersi cura della piccola volpe, Amabel si alzò dalla sedia e lasciò che gli altri si godessero con calma il loro cibo.
Dylan rimase seduto, guardandola allontanarsi con un misto di frustrazione e rimpianto. Aveva capito che la sfuriata che le aveva fatto la sera precedente aveva creato una frattura tra loro e a nulla erano servite le scuse che le aveva rivolto quella mattina presto. Detestava la tensione che ancora persisteva tra loro, gli era diventata quasi insopportabile. Dopo qualche istante la seguì, deciso a risolvere la situazione. La trovò intenta a nutrire il piccolo animale con delle noci e qualche fetta di mela.
«Non mi hai ancora perdonato, vero?» le chiese appoggiandosi con le spalle alla porta del box di Nam che, per contro, cominciò a sbuffargli sui capelli facendoglieli arruffare ancora di più. «Smettila rompiscatole o ti trasformo in un delizioso filetto al sangue!» Allontanandosi dal cavallo sentì la leggera risata di Amabel e ciò lo fece ben sperare.
«Non credo proprio che avresti mai il coraggio di farlo.»
«Lo so e lo sa benissimo anche lui, per questo trova sempre il modo di farmi qualche dispetto,» disse sorridendole. Poi si fece serio e le si avvicinò maggiormente, le prese di mano una fettina di mela e cominciò a nutrire a sua volta, la piccola volpe.
«So di averti fatto del male con le mie accuse e che non sarà facile perdonarmi, ma voglio che tu sappia che le mie scuse di questa mattina erano sincere e che sto cercando di imparare da questa situazione e dai miei errori.» Aveva parlato, ma non le aveva rivolto un solo sguardo, come se fosse quasi timoroso di leggere qualcosa negli occhi di lei. «Non avrei dovuto dubitare di te, Amabel. Ho reagito impulsivamente e in modo egoistico. Mi dispiace. Non avrei dovuto dirti quelle cose senza aver nemmeno ascoltato la tua versione.»
«Perché ti lasci così condizionare da tutto ciò che Kim ti dice su di me?»
Lui parve profondamente colpito da quella domanda e non seppe che cosa rispondere, anche perché, il motivo non lo conosceva nemmeno lui.
«Dici di amarmi, ma non credi né in me né nel mio amore per te. Probabilmente non credi nemmeno nella nostra storia,» disse sentendo gli occhi cominciare a pizzicarle.
«Che cosa stai dicendo, Am?» le chiese iniziando a preoccuparsi.
«Esattamente quello che stai pensando. Credo che non abbia senso continuare una relazione che manca di fiducia,» gli rispose cacciando indietro le lacrime. «Non capisci quanto mi abbia ferita il fatto che tu abbia pensato che io… che io…»
Le braccia di Dylan si strinsero attorno al suo corpo tremante e le fecero appoggiare la testa sulla sua spalla. «Am, non ho mai messo in dubbio il tuo amore per me. Ho sbagliato e le mie paure hanno offuscato la mia mente e il mio giudizio.» Le accarezzò lentamente i capelli e le baciò una guancia, laddove una lacrima l’aveva appena attraversata. «Non voglio perderti, principessa. Non può finire tutto così, dammi un’altra possibilità. Sono disposto a fare tutto il necessario per riconquistare la tua fiducia.»
Amabel si abbandonò al conforto delle sue braccia, capendo che le parole di lui erano sincere e a quel punto la tristezza fece largo alla speranza. Un debole sorriso le si dipinse sulle labbra. «Mai più, Dylan, non farlo mai più. Non dubitare ancora di me e del mio amore. So di essere giovane, ma non sono una ragazzina che gioca con i sentimenti degli altri, specialmente se si tratta di te.»
«Promesso principessa. Ti amo più di ogni cosa e non voglio perderti.»
«Quando hai detto che avresti fatto qualsiasi cosa per riconquistare la mia fiducia, dicevi sul serio?»
«Assolutamente, non hai che da chiedere, amore mio.»
Amabel non rispose subito. Si sciolse lentamente dall’abbraccio, facendo un passo indietro quanto bastava per guardarlo negli occhi con una serietà che lo mise a disagio. Lo studiò in silenzio per alcuni lunghi secondi, lasciando che il ticchettio dell’orologio riempisse il vuoto tra di loro. Dylan restò immobile, col fiato sospeso mentre un sorriso malizioso si dipingeva sul viso di Amabel.
«Qualsiasi cosa, hai detto,» mormorò lei, quasi tra sé, tormentandosi una ciocca di capelli con aria pensierosa. «È una responsabilità pesante, Dylan. Sei sicuro di poter reggere la punizione che ho in mente?»
Lui deglutì a fatica, lo sguardo teso. «Sono pronto a tutto, Amabel. Davvero.»
«Allora stasera vieni in camera mia…»
«Che cosa hai intenzione di fare?» le chiese lui allibito.
«Preparati ad ascoltare la mia intera collezione di album dei BTS. Credo che tre o quattro ore basteranno come prima volta.»
«Mio Dio principessa, vuoi farmi sanguinare le orecchie?» le domandò scoppiando a ridere.
«Hai promesso, amore mio. Qualsiasi cosa, ricordi?»
«Hai ragione, una promessa è una promessa,» dichiarò chinandosi a sfiorarle le labbra con un bacio dolcissimo.
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