CAPITOLO 20
«Amabel promettimi di non andare a pattinare da sola al laghetto, ti prego. Lo sai che è molto pericoloso, le temperature si stanno alzando e io non mi sento sicuro a saperti lì da sola, aspetta che torni a casa e ci andremo insieme,» le disse Dylan al telefono, quel pomeriggio.
«Ma figurati, non sono una principiante Dylan, pattino da anni, so riconoscere benissimo se il fondo è praticabile o meno, non fare il solito allarmista.»
«Am, promettimelo!» insistette lui.
«E va bene, ti do la mia parola che non andrò da sola a pattinare al laghetto, giurin giurello. Sei contento ora?»
«Sì, principessa. Ti prego, non prendere alla leggera la mia preoccupazione. Non voglio che ti accada nulla di male,» rispose Dylan con un sospiro di sollievo.
«Lo. Allora ci andremo insieme quando tornerai.»
«Grazie Am, sei un tesoro. A dopo!» concluse lui terminando la chiamata. Dylan era sempre stato un po’ apprensivo con lei e lo era ancora di più ora che stavano insieme, ma in fondo lei apprezzava la sua preoccupazione.
La voglia di andare a pattinare era però quasi impellente, un richiamo a cui Amabel faticava a resistere. Controllò l’orologio sul cellulare e si rese conto che mancavano ancora diverse ore al ritorno di Dylan. Sapeva quanto lui ci tenesse alla sua sicurezza e la promessa di non pattinare senza di lui era ancora fresca nella sua mente. Decise comunque di andare al laghetto, ma si ripromise fermamente di rispettare il patto. Non avrebbe pattinato anche se avesse constatato che la superficie era perfettamente ghiacciata. Avrebbe dimostrato a Dylan che poteva fidarsi di lei.
Arrivata a destinazione depose lo zaino su di una roccia e si mise ad ammirare il paesaggio ricoperto da una sottile coltre di neve. Tutto era tranquillo, il silenzio interrotto solo dal leggero fruscio del vento tra gli alberi. Inspirò a fondo l’aria gelida e pulita, lasciandosi avvolgere dalla sensazione di essere in armonia con se stessa e con il mondo.
Dando un’occhiata al laghetto, notò che sulla superficie ghiacciata c’erano delle tracce, segni inequivocabili che qualcuno aveva pattinato lì di recente. Un’irrefrenabile tentazione le attraversò la mente, la voglia di infilare i pattini e lasciarsi andare a qualche giro sul ghiaccio era forte. Ma poi si ricordò della promessa fatta a Dylan e si rimise seduta, sorridendo tra sé e sé, orgogliosa della propria determinazione.
Alla fine, quando la sera cominciò a scendere e la luce del giorno a calare, decise di aver resistito abbastanza a lungo. Estrasse i pattini dallo zaino e li indossò velocemente. Solo un giro, si ripromise. Dylan non sarebbe mai venuto a saperlo.
La superficie liscia del ghiaccio sotto i pattini provocò ad Amabel la familiare sensazione di libertà e leggerezza. Era come se volasse sulla superficie levigata, con il vento freddo che le sferzava il viso. Faceva volteggiare i pattini senza sosta, godendosi ogni istante di quell’emozione unica.
Ma il vento caldo di marzo, arrivato dal Pacifico, aveva trasformato quella che sembrava una lastra eterna in una trappola: all’improvviso Amabel sentì un rumore sordo e il ghiaccio cominciò a scricchiolare sotto le lame affilate. Si fermò di colpo, cercando di mantenere l’equilibrio sui pattini, ma era già troppo tardi. Il ghiaccio si spezzò sotto di lei e si ritrovò nell’acqua gelida fino alla vita. Terrorizzata, cercò di afferrare un bordo per issarsi sopra il livello dell’acqua, ma grosse lastre continuavano a staccarsi. Tentò di urlare, ma nessuno sembrava sentirla, non c’era anima viva nei paraggi, era sola e in pericolo. Provò quindi a nuotare ma l’acqua gelida le intorpidì ben presto le membra e il freddo le bloccò il fiato.
Il silenzio gelido fu squarciato dal grido degli pneumatici sull’asfalto, seguito dal ritmo irregolare di passi che frantumavano la neve. Poi, il suono più dolce del mondo: il respiro spezzato di Dylan che la cercava. Lui era lì, un’ombra scura che correva contro il bianco del lago, guidato da quell'istinto che lo aveva spinto a cercarla nell’istante esatto in cui aveva trovato la casa vuota.
«Amore, ti supplico, resisti. Sto arrivando!» le urlò con il fiato corto per la lunga corsa. Si mise quindi alla ricerca di qualcosa da usare per tirarla fuori da lì, senza rischiare che il ghiaccio si rompesse ulteriormente sotto il suo peso.
«Am, sono qui, ora ti tiro fuori!» disse allungandole un ramo reciso trovato tra la neve. Era quasi riuscito a tirarla fuori dall’acqua, quando Amabel fu presa dal panico perché le forze avevano cominciato ad abbandonarla. Si mise ad annaspare in cerca di un sostegno più stabile e nel farlo il legno spezzò la sottile striscia di ghiaccio instabile che la separava da Dylan. Lui brancolò nel vuoto per un breve istante, prima di venir risucchiato dalle acque gelide del lago. Fortunatamente fu in grado di riemergere immediatamente, mentre da una ferita sullo zigomo sinistro cominciò a fuoriuscire del sangue. Remando con le mani Amabel riuscì ad avvicinarglisi e, vedendo il taglio che aveva sul viso, gli chiese se stesse bene.
Lui annuì. «Amabel, presto usciamo di qui!» disse, cercando di aiutarla in ogni modo possibile.
Interminabili minuti dopo, furono finalmente fuori dall’acqua gelida. Il taglio di Dylan, forse a causa del freddo, aveva già smesso di sanguinare. Amabel si sentì sollevata nel vedere che lui, nonostante lo shock, stava bene e che la ferita sembrava non essere così grave. Benché fossero fradici e affaticati, erano finalmente al sicuro sulla riva del lago e, mentre cercavano di riprendersi dall’incidente, si resero conto che era fondamentale raggiungere il pick up il prima possibile. Dylan la prese in braccio e iniziò a camminare stringendola forte al suo petto nel tentativo di mantenere il calore corporeo e alleviare i sintomi dell’ipotermia.
A causa delle dita irrigidite dal freddo, una volta giunti all’auto, Dylan impiegò diverso tempo a estrarre le chiavi dalla tasca del giaccone. Finalmente, con un sospiro di sollievo, sbloccò le porte del pick-up e si affrettò a salire a bordo insieme ad Amabel. Erano ancora tremanti e fradici, ma almeno erano al riparo dalla gelida aria del lago. Accese il motore e azionò il riscaldamento al massimo, sperando che l’aria calda potesse aiutarli a riprendersi più velocemente. Guardò Amabel, che era seduta accanto a lui e le sorrise debole. «Siamo fuori pericolo ora,» disse, cercando di infonderle un po’ di conforto con la sua voce.
Amabel annuì, avvolgendosi le braccia intorno al corpo per cercare di scaldarsi. Si sentiva ancora scossa dall’incidente, ma era grata di essere viva e di avere Dylan al suo fianco. Guardò fuori dal finestrino mentre il pick-up si allontanava dal lago, lasciando dietro di sé quella terribile esperienza.
Dylan guidò con cautela lungo la strada e, dopo un tragitto apparentemente interminabile, finalmente arrivarono a casa. L’aiutò a scendere dal pick-up e la accompagnò fino al camino acceso del soggiorno. Andò poi a prendere delle coperte e dei vestiti asciutti e le diede una mano a togliersi gli abiti umidi. Si era cambiato velocemente e ora, a esclusione dei capelli, appariva completamente asciutto. L’avvolse nella coperta calda per cercare di farla riprendere completamente. Con il passare del tempo, il corpo di Amabel si riscaldò gradualmente e i brividi diminuirono. Dylan la guardò e le prese la mano in un gesto di conforto. Lei sorrise debolmente e, potendolo osservare meglio, si accorse che in realtà il taglio sullo zigomo era abbastanza profondo e che probabilmente avrebbero dovuto mettergli un paio di punti di sutura.
«Dylan dovresti andare in ospedale, il tuo taglio ha bisogno di cure.»
«Oh, non immagini nemmeno quanto sia poco entusiasta di questa cosa!» le disse scherzosamente. Ora che erano al sicuro e che il pericolo era passato, voleva stemperare la tensione che ancora aleggiava negli occhi di Amabel.
Prese un grande asciugamano e cominciò a frizionarle i lunghi capelli con gesti delicati. Una ciocca le si impigliò sulle labbra rosate e lui, ipnotizzato, la guardò ravvivarli ricordando la morbidezza e il calore di quella bocca.
Amabel cominciò a battere i denti ma non per il freddo, era infatti talmente vicino al fuoco da sentirsi scottare la pelle. Come sarebbe stato bello sentire il sapore delle labbra di Dylan sulle sue, pensò, cercando di controllare il battito accelerato del cuore.
«Beh, l’hai fatta grossa, stavolta!» Quella
voce acida fu come una sferzata di gelo, peggiore dell’acqua del lago. Kim era
lì, ferma sulla soglia di casa Lee, chissà come già informata del disastro.
Erano passati a malapena sessanta minuti da quando Jane e Matthew avevano
trascinato un più che riluttante Dylan al pronto soccorso, lasciando Amabel a
Soulsavers con l’ordine di riposare.
«Fossi in te cara mia, salirei sul primo aereo, treno o macchina, quello che vuoi e sparirei lontano da qui, in qualsiasi altro posto del mondo. Non tornerei nemmeno a prendere lo spazzolino da denti. Al ranch non ci metterei più piede,» continuò la bionda con un’espressione velenosa che lasciò di colpo spazio a un sorrisetto ricco di soddisfazione. Amabel distolse gli occhi, mortificata.
«Pensa l’ironia della sorte, mi ero ripromessa che avrei fatto di tutto per allontanarti da lui e invece hai fatto tutto con le tue mani,» infierì ancora. Amabel era paralizzata dalla nausea; il senso di colpa la stava annientando. Tremava d’inquietudine all’idea di dover affrontare Jane e suo padre, una volta tornati dall’ospedale con Dylan.
«Non penserai di cavartela con qualche scusa, vero?» la voce di Kim vibrava di disprezzo. «Non penserai che Dylan passerà sopra a quello che è successo stasera solo perché sei la sorellastra per cui si è preso una sbandata!» disse Kim scoppiando a ridere. «Non ne uscirai tanto facilmente, questa volta non ci sarà nessuno a prendere le tue difese, né tuo padre né tantomeno Jane, l’hai combinata davvero grossa.»
Amabel percepì le parole di Kim come una frustata. “Sorellastra per cui si è preso una sbandata!”. Quella frase rimase sospesa nell’aria, pesante come un macigno, e per un momento si sentì mancare il respiro. Come faceva Kim a sapere? Chi glielo aveva detto? Il panico le serrò il petto mentre cercava disperatamente di non lasciar trasparire il tumulto interiore che la stava travolgendo.
Si sforzò di parlare, ma la sua voce uscì debole, quasi un sussurro. «Non so di cosa stai parlando…» tentò, distogliendo lo sguardo.
Kim scoppiò in una risata tagliente, piena di disprezzo. «Oh, cara mia, risparmiami le scenette. Non sono stupida, sai? E non serve che ti aggrappi a questa recita patetica. Pensi che basti negare? Avanti, Amabel, svegliati!»
All’improvviso la porta di casa si aprì e Amabel si ritrovò tra le braccia di Jane. Le labbra calde della donna erano sulla sua pelle gelata: sulle guance e sulla fonte.
«Mi dispiace tanto,» mormorò Amabel in lacrime. «È stata solo colpa mia e della mia stupidità.»
«Mabel, bambina mia, Dylan ci ha raccontato come è avvenuto l’incidente al laghetto. Questa volta sei stata davvero fortunata e per questo dobbiamo solo ringraziarlo. Ma devi assolutamente promettermi che non farai mai più una cosa del genere,» le disse il padre raggiungendola e abbracciandola anche lui teneramente. Amabel si lasciò andare a un pianto incontrollato, nascondendo il viso contro il suo petto.
«Accidenti tesoro, mi hai fatto quasi morire di paura! Non so cosa avrei fatto se ti avessi persa, bambina mia,» imprecò sottovoce Matthew, prima di baciarla affettuosamente sulla tempia.
«Accidenti!» ripeté ancora stringendola più forte a sé, quasi avesse paura di vederla svanire da un momento all’altro.
Kim si volse a guardare Dylan e ciò che lesse nei suoi occhi non le piacque affatto.
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