4 - Ricominciare
«Buongiorno... credo» mormorò Kevin, soffocando uno sbadiglio che gli fece lacrimare gli occhi. Si sentiva come se avesse dormito su un letto di sassi: la testa pesante, le palpebre incollate. Il fuso orario lo stava decisamente mettendo KO.
«Buongiorno a te, caro!» rispose zia Jane, perfetta come un personaggio di un catalogo d'arredo: tailleur impeccabile, capelli in ordine, sorriso calibrato a 60 watt. Gli porse una tazza di caffè fumante.
«Peccato non averti visto a cena ieri sera, ci sei mancato»
Kevin la prese con gratitudine, poi la guardò come se fosse un esperimento chimico. Il primo sorso confermò il sospetto: quella roba non era caffè, ma una dichiarazione d'indipendenza dalla decenza. «Scusate» disse, la voce ancora impastata dal sonno, «dopo la doccia sono praticamente svenuto sul letto. Non ho sentito più nulla»
«Immaginavo» annuì la zia comprensiva. «Tuo zio Caleb era dispiaciuto, ci teneva a salutarti»
«Oh, mi dispiace. Ma... dov'è adesso? È già uscito?» chiese Kevin guardandosi intorno nella cucina luminosa e ordinata.
«È andato via all'alba» rispose Kara senza alzare lo sguardo dalla sua tazza, una nota piatta nella voce che non gli sfuggì. Kevin fece un cenno di assenso e lasciò cadere l'argomento. «Lo vedrò stasera, allora»
La sua attenzione cadde sulla tavola: un'esplosione di colori e profumi, come se fosse uscita da una rivista di cucina. Pancake impilati, sciroppo d'acero che colava, frutta fresca tagliata con cura, uova strapazzate e bacon croccante.
«Immagino che tu sia affamato. Ho fatto un po' di tutto, non sapendo cosa ti piacesse» spiegò Jane invitandolo a servirsi.
«Affamato è dire poco» ammise Kevin e si tuffò sui pancake. Mentre mangiava, zia Jane lanciò un'occhiata all'orologio costoso al polso. «Oddio, devo scappare! Ho un cliente tra... praticamente adesso!» Si alzò di scatto, afferrando borsa e chiavi, poi tornò indietro: «Ah, Kevin, quasi dimenticavo! Ho sentito la segreteria della scuola. Dovrai recuperare un po' di programma didattico e fare qualche esame di ammissione, ma mi hanno assicurato che quasi certamente non ci saranno problemi»
Kevin annuì, ma sentì lo stomaco stringersi. Aveva sperato di rimandare il confronto con la realtà almeno fino a dopo il secondo pancake.
«Ti tocca rimetterti a studiare, cuginetto» lo punzecchiò Kara con un sorriso a metà che però non raggiungeva gli occhi.
«Non dirlo come se fosse una punizione capitale»
«Aspetta di vedere la mensa»
«Beh, quanto potrà mai essere diversa una scuola americana?» disse lui, tentando l'ironia.
Kara rise piano. «Ti aiuto io. Fidati, non è poi così terribile»
Il suo tono gentile bastò a sciogliere la tensione, ma solo per un momento. Poi, all'improvviso, lei si richiuse in sé stessa. Kevin lo notò: quella pausa sospesa, lo sguardo fisso nel vuoto.
«Hey» le disse piano. «Tutto bene?»
Kara si interruppe, passandosi una mano tra i capelli come per liberarsi da un pensiero appiccicoso. «No, Kev. Non va bene niente!» sbottò, con la furia di chi ha aspettato troppo per dire la verità. «Qui è un delirio! Papà l'avrò visto sì e no un'ora in tutta la settimana, mamma è una trottola impazzita che non si ferma mai. Tutto qui sembra perfetto e invece... tutto è finto. Come un film in cui non ricordi la battuta»Kevin la fissò, poi annuì piano. «Almeno stai ancora recitando. Io non so neanche in che scena sono»
Kara si bloccò di colpo, ricordandosi «Oh, scusami» disse abbassando gli occhi.
Kevin la guardò calmo, sorseggiando il caffè. «Non devi scusarti, Kara. Anzi, se c'è una cosa che non sopporto è la gente che finge. I problemi ce li abbiamo tutti, e la finta felicità degli altri non mi fa sentire meglio»
Finì la tazza e le regalò un sorriso comprensivo. Kara lo abbracciò forte, come ringraziamento e sollievo.
«Ok» disse poi alleggerendo la tensione «Basta lamentele. Oggi ti porto a fare un giro, ti faccio vedere il posto»
«Ottima idea. Anche perché avrei un disperato bisogno di comprare un telefono»
[ **]
Kara parcheggiò la sua auto lungo la strada principale. La cittadina sembrava uscita da una cartolina: negozietti con insegne colorate, facciate curate, qualche palma che svettava contro il cielo azzurro. Una brezza leggera portava con sé il profumo salmastro dell'oceano; Kevin pensò alle parole di sua madre, al rumore delle onde che, nelle notti silenziose, pareva arrivare fino a casa. Una fitta di nostalgia gli strinse il cuore.
«Devo solo salutare Sarah» disse Kara indicando la caffetteria all'angolo. «Lavora qui qualche ora al giorno. Torno subito»
«Tranquilla, ti aspetto» rispose lui appoggiandosi all'auto. Kara sparì dentro il locale.
Kevin restò fuori, godendosi la brezza dell'oceano e l'illusione di pace.
Il calore estivo si stava attenuando e l'aria era piacevole. Vide una coppia di anziani passeggiare mano nella mano e sorrise.
Illusione, appunto.
Una frenata stridente, una voce tagliente come una lama: «Ma si può sapere dove guardi?!»
Alicia. Ovviamente.
L'automobilista balbettò delle scuse e fuggì via. Lei si sistemò la borsa con la grazia di una leonessa infastidita. Kevin non poté resistere: «Vedo che la tua gentilezza è contagiosa»
«E tu sei ancora qui?» ribatté lei senza degnarlo di uno sguardo.
«Purtroppo sì, non sono ancora stato esiliato»
Lei alzò gli occhi al cielo: «Allora dovrò informare le autorità competenti e fare una bella denuncia! In questi casi è il WWF vero?»
Prima che potesse ribattere Kara uscì dal locale: «Ah, Alicia, sei qui! Ti ho cercata tutta la sera ieri, dove ti eri cacciata?»
«Scusa» rispose Alicia con l'aria distratta. «Mia madre mi ha sequestrata per una cena terrificante con il suo nuovo... compagno» Pronunciò l'ultima parola come se fosse un insulto.
«Classico» sospirò Kara. «Va bene, ci pensa Sarah. Io ho promesso un tour guidato»
Alicia sollevò un sopracciglio, poi, con la solennità di una caffeinomane in crisi, annunciò: «Prima, però, mi serve un caffè. Urgente»
Kevin la seguì con lo sguardo mentre entrava nel locale come una tempesta elegante.
«Ma... è sempre così?» chiese a Kara.
La ragazza fece spallucce «Peggio, a volte» rispose lei sorridendo. «È Alicia. Prendere o lasciare. A volte è... impegnativa, ma sotto sotto ha un cuore d'oro»
«Sì» mormorò Kevin, «probabilmente ricoperto di ghiaccio»
[ **]
Kevin rigirò tra le mani la scatola del cellulare nuovo. Liscia, anonima, fredda. Dentro c'era un pezzo di tecnologia che avrebbe dovuto ricollegarlo al mondo, ma in quel momento sentiva solo un vuoto fastidioso. Il ricordo del suo vecchio telefono, o meglio, dei frammenti di quello schiantati contro il muro della sua stanza, gli provocò una fitta allo stomaco. Un gesto di rabbia cieca, disperata, compiuto poco prima di salire su quell'aereo, come a voler distruggere fisicamente i ponti con tutto ciò che era stato.
«...e questa» annunciò Kara con un gesto teatrale, allargando le braccia come una presentatrice, «è la parte nuova del parco. Carina, no?»
Kevin si guardò intorno. Era uno spazio verde ben curato, con panchine moderne e aiuole ordinate. Prese il bicchiere di caffè che Kara gli porgeva e si lasciarono cadere su una panchina libera, entrambi esausti dopo ore di camminata. Kara gli aveva fatto da cicerone improvvisata per tutto il centro, indicando negozi, locali e punti di riferimento con un entusiasmo che lui faticava a condividere appieno.
«Allora, fammi provare...» mormorò Kevin, sforzandosi di concentrarsi sulla geografia locale. Guardò a destra, poi a sinistra, cercando un indizio familiare.
«La casa degli zii si trova... uhm... di là!» Indicò con un dito un punto vago verso est, senza troppa convinzione.
Kara lo guardò con un'espressione di finta compassione e scosse lentamente la testa.
«Sbagliato?» chiese lui, sospirando.
«Tranquillo, cugino. Tempo una settimana e ti muoverai come se fossi nato qui» lo rassicurò lei con un sorriso e una pacca sulla spalla. «O forse no» aggiunse ridacchiando.
Rimasero in silenzio per qualche minuto, confortati dal rumore lontano del traffico e dal cielo che cominciava a colorarsi d'arancio. Fu Kara a rompere la quiete, ma il suo tono era serio.
«Senti, Kev... stai bene?» La domanda era diretta, senza fronzoli.
Lui si voltò a guardarla, colto alla sprovvista. Sentì una leggera tensione nello stomaco.
«Sì. Credo. Perché me lo chiedi?»
Kara si girò completamente verso di lui, gli occhi puntati nei suoi, intensi.
«Perché sei qui, Kevin?»
La domanda arrivò diretta, senza filtri.
Kevin abbassò lo sguardo sul bicchiere di caffè ormai tiepido. Lo fece roteare tra le dita come se osservare i vortici potesse tenerlo lontano dalla verità. Il parco sembrò dissolversi attorno a loro.
«Perché...» iniziò, la voce appena un sussurro, «Perché avevo bisogno di... aria»
«Da quando mamma...» Si interruppe, un nodo doloroso che gli serrava la gola impedendogli di pronunciare la parola. Deglutì a fatica.
Kevin fissava il bicchiere di carta, ora vuoto, come se dentro ci fosse il suo riflesso. «Sai» disse piano, «da quando se n'è andata... è come se tutto avesse perso odore. Colori. Persino i rumori erano sbagliati»
Si passò una mano tra i capelli, un gesto nervoso, quasi per non tremare. «Papà ha iniziato a bere. Non il bicchiere della sera, quello lo beveva già. Parlo di bottiglie intere. È diventato... un'altra persona. Cattiva»
Kara lo guardava, le mani serrate sul bordo della panchina.
«Una notte mi ha colpito. Forte» La voce di Kevin si incrinò, ma non si fermò. «Non so nemmeno come, ma ho reagito. L'ho spinto via e sono scappato. Mi sono rifugiato dai nonni. Non ho più messo piede in casa»
Un respiro lungo. L'aria del parco sembrava farsi più densa.
Kara lo guardò, col cuore in mano. «Oh, Kev...» sussurrò, prendendogli la spalla con delicatezza. Lui si raddrizzò come per scrollarsi di dosso un peso.
«Non l'ho più voluto vedere da quella notte. So che ha trovato un'altra. So che ora lei vive... vive a casa nostra. Dorme nel letto che era di mia madre...» Sputò le parole come veleno. Le lacrime gli pizzicavano gli occhi ma le trattenne con uno sforzo. «Ci ho provato, sai? Ad andare avanti, a fare finta di essere forte. Ma non ci sono riuscito. O forse l'ho fatto nel modo sbagliato. Mi sentivo... svuotato, arrabbiato con il mondo. Ho iniziato a fregarmene di tutto. Ho perso un sacco di amici perché ero diventato insopportabile. E ho ferito a morte l'unica persona che, nonostante tutto, cercava ancora di starmi vicino»
«Jennifer...» mormorò Kara, ricordando il nome. Kevin annuì, il volto contratto in una smorfia di rimorso.
«L'ho trattata... da schifo. Sono stato uno stupido, egoista, crudele»
Chiuse gli occhi per un istante.
«Alla fine, anche lei se n'è andata. E ha fatto bene. Adesso sta con un altro, l'ho saputo. E... e sono felice per lei. Davvero. Merita di meglio»
Kara lo ascoltò senza interrompere, e quando parlò, la voce era morbida come una carezza: «Allora fai bene a essere qui. Stavolta non devi aggiustare nessuno. Solo te stesso»
Kevin sorrise, un sorriso fragile ma vero. «Sembra una frase da psicologa, sai?»
«Forse lo diventerò» rispose lei. «Ho già due pazienti in famiglia»
[ **]
La quiete fu interrotta dall'avvicinarsi di un ragazzo alto, biondo, con un sorriso timido. Sembrava leggermente incerto se interrompere o meno.
«Ehm... ciao Kara! Tutto bene?»
La sua voce era cordiale, ma Kevin notò una leggera esitazione. Kara si staccò da Kevin come se si fosse scottata, il viso che assumeva istantaneamente una sfumatura porpora. Si lisciò nervosamente la maglietta, evitando accuratamente lo sguardo del nuovo arrivato.
«Oh! C-ciao, Jake» balbettò. Kevin osservava divertito; non aveva mai visto la cugina così in difficoltà.
Jake tentò una conversazione: «Bella giornata, eh? Fa ancora caldo per essere quasi autunno...»
«Sì! Caldissimo! Cioè, bello... sì» riuscì a rispondere Kara, fissando intensamente le proprie scarpe da ginnastica.
«Ti vedo spesso qui al parco» continuò Jake, prendendo un po' di coraggio. «Anche a me piace venire qui dopo... dopo gli allenamenti» Fece una pausa, sperando forse in una risposta più articolata.
«Ah. Allenamenti. Bene» mormorò Kara, annuendo vigorosamente.
Kevin dovette mordersi l'interno della guancia per non scoppiare a ridere. La situazione era quasi comica. Decise di intervenire, un po' per salvare la cugina dall'imbarazzo, un po' per pura curiosità. Si alzò in piedi.
«Ciao» disse, tendendo la mano a Jake con un sorriso. «Io sono Kevin»
«Oh! Piacere, io sono Jacob, ma tutti mi chiamano Jake» rispose il ragazzo, stringendogli la mano con una presa forte e un'aria leggermente sollevata per l'interruzione. Il suo sguardo, però, tornò subito su Kara, che nel frattempo era riuscita a nascondere metà viso dietro il bicchiere di caffè vuoto.
«Beh... allora... è stato un piacere rivederti, Kara» Aggiunse, quasi speranzoso: «Ci vediamo... ci vediamo a scuola, suppongo»
«Sì! Certo! A scuola! Anche per me, Jake!» esclamò Kara, forse un po' troppo forte. Jake fece un ultimo sorriso un po' tirato e si allontanò a passo svelto.
Non appena fu sparito dietro una siepe, Kevin si voltò verso Kara, un ghigno divertito sul volto.
«Allora, cuginetta... chi era quello?»
«Nessuno!» si affrettò a rispondere lei, il rossore ancora ben visibile sulle guance.
«Nessuno?» ripeté Kevin, scoppiando a ridere. «Kara, sembrava che stessi per svenire! Per essere "nessuno" ti fa un effetto piuttosto forte, direi»
«Smettila, Kevin! È solo... un ragazzo. Che è nella mia stessa classe di storia» borbottò, dandogli un pugno leggero sul braccio, chiaramente indispettita ma senza riuscire a nascondere l'ombra di un sorriso imbarazzato.
«Ah, ecco! La classe di storia!» esclamò lui con finta illuminazione. «Un classico intramontabile per gli approcci romantici! Molto accademico!»
Si guadagnò un altro buffetto, questa volta accompagnato da un'occhiataccia che prometteva vendetta.
Dopo questo capitolo puoi leggere anche
Una seconda possibilità
Un matrimonio in crisi, l'incontro con una giovane donna che assomiglia alla moglie da giovane...
spark cage: un destino di fuoco
Una scuola perfetta. Un potere nascosto. Un segreto pericoloso. Per la quattordicenne Erin Riley, l'ammissione alla prestigiosa Elemental Academy, nel cuore del New Jersey, sembra l'unica via di fuga. Dopo un misterioso e drammatico incidente a scuola, i suoi
La strada che porta a te
Flavia ha trent’anni, una vita costruita con cura e la convinzione di sapere esattamente chi è. Poi arriva Gabriele: una coincidenza, forse, o la possibilità che qualcosa di bello sia ancora possibile. Ma quando il passato torna a bussare alla porta sotto form
sentimenti nascosti
Josh è appena tornato dall'università per le vacanze estive, pronto a godersi un po' di tranquillità nella villa di famiglia. Non si aspetta, però, di ritrovare Amy: la migliore amica di sua cugina Jessie, una presenza costante della sua infanzia. Per lui, Am