Capitolo 1
Il custode delle pagine
Io un nome ce l'ho ancora, ma non serve, i nomi sono l'ultima cosa che resta a chi ha perso tutto il resto, un'etichetta su un barattolo vuoto, e allora chiamatemi come volete, chiamatemi il vecchio della biblioteca comunale di via dei Georgofili, quello che di notte parla da solo tra gli scaffali e di giorno finge di essere normale, un impiegato, un pensionato, uno qualunque di questi esseri che attraversano le città come ombre distratte, con gli occhi bassi sul telefono, mai una volta in su, mai una volta a guardare il cielo o una vetrina di libri, mai.
Vi devo raccontare una cosa e ve la racconto male, ve lo dico subito, perché la verità non si racconta bene, si racconta a scatti, a singhiozzi, come vomita un ubriaco, e io sono ubriaco di memoria, ubriaco fradicio, e quando uno è ubriaco di memoria non fa i discorsi eleganti, fa i discorsi veri, che sono sempre discorsi sporchi, disordinati, pieni di bestemmie e di lacrime mescolate insieme come in una zuppa cattiva.
Avevo otto anni quando mio padre bruciò il primo libro. Non lo bruciò per odio, badate, lo bruciò per paura, che è la cosa più simile all'odio che esista e forse ne è la madre, la matrice, il ventre da cui l'odio esce urlando come un neonato deforme. Era un libro di Gramsci, non lo sapevo allora cosa fosse Gramsci, per me era solo carta, carta che bruciava bene, che scricchiolava nella stufa come le fascine d'inverno, e mio padre guardava le fiamme con gli occhi di un uomo che sta ammazzando qualcosa di suo, un figlio forse, o se stesso, perché quando bruci un libro non bruci le idee, le idee non bruciano, le idee sono le uniche cose al mondo che il fuoco non tocca, bruci invece la parte di te che lo aveva letto, che lo aveva capito, che ci aveva creduto, bruci un pezzo della tua stessa anima e speri che con quello se ne vada anche la paura.
Non se ne va mai, la paura. Ve lo dico io che ho visto bruciare libri per tutta la vita, in un modo o nell'altro, col fuoco vero delle camicie nere negli anni Trenta e Quaranta, o col fuoco lento, subdolo, elegante di oggi, che non fa fumo e non fa scandalo, il fuoco degli scaffali vuoti nelle scuole, dei tagli ai bilanci, del disprezzo educato per chi ancora si ostina a leggere, a pensare, a dubitare. È lo stesso fuoco. Cambia solo il combustibile.
Mi hanno insegnato, nella mia vita di lettore clandestino, perché sì, per un certo periodo leggere certi libri fu una attività clandestina, come rubare o tradire, un peccato di Stato, mi hanno insegnato che un popolo ignorante è un popolo docile, un popolo che vota con la pancia e ubbidisce con la schiena curva, un popolo che si accontenta del pane e del circo come ai tempi di Roma, e i tiranni questo lo sanno da sempre, lo sapevano i Cesari, lo sapevano gli inquisitori con il loro Index Librorum Prohibitorum, quella lista nera che per quattro secoli decise cosa un cristiano potesse pensare, lo sapeva Hitler quando nel maggio del Trentatre fece ardere nella Bebelplatz di Berlino le opere di Freud e di Marx e di Heine — proprio di Heine, che aveva scritto un secolo prima, con una preveggenza che fa venire i brividi, che dove si bruciano i libri si finisce per bruciare gli uomini — e lo sapeva anche il nostro Duce nostrano, il nostro pagliaccio tragico con la mascella quadrata, quando epurò le biblioteche italiane dai libri ebrei nel Trentotto, quando insegnò ai maestri elementari a insegnare l'obbedienza prima ancora della grammatica.
"Un popolo ignorante è molto più governabile." Questa frase, o una sua sorella gemella, l'ho sentita ripetere in tante lingue e in tante epoche che ho perso il conto di chi l'abbia detta per primo, e forse non l'ha detta nessuno in particolare, forse è una legge fisica del potere, come la gravità, come l'entropia, il potere tende naturalmente verso il buio come l'acqua tende verso il basso, perché un uomo che legge è un uomo che si fa domande, e un uomo che si fa domande è un uomo scomodo, un granello di sabbia nell'ingranaggio, un imprevisto nel piano.
Pasolini lo aveva capito meglio di tutti, io credo, quando negli anni Settanta gridava che il vero fascismo non era quello delle camicie nere ormai sepolto ma quello nuovo, più subdolo, quello dei consumi, della televisione che omologa, che appiattisce, che sostituisce la cultura contadina e popolare, rozza magari, ma viva, ma vera, con un deserto luccicante di merci e di sorrisi finti. Lui diceva che questo fascismo consumistico aveva fatto più danni antropologici di venti anni di regime, perché non ti toglie i libri con la forza, no, è più elegante, ti fa desiderare altro, ti riempie il tempo e la testa fino a che non ti resta spazio per un libro, fino a che il libro ti sembra una fatica inutile, un lusso démodé, roba da secchioni e da falliti.
Vi ho detto che sono ubriaco di memoria e adesso vi porto dentro una notte precisa, il febbraio del millenovecentoquarantatre, io avevo diciotto anni e facevo il fattorino per una tipografia clandestina, portavo pacchi di carta che sembravano innocenti e non lo erano, dentro c'erano fogli di Silvio Trentin, di Piero Calamandrei, poesie proibite, pagine che se te le trovavano addosso potevi finire in una cella della Fossa dei Lupi o peggio, e io camminavo per i vicoli con la paura che mi mangiava lo stomaco come un acido, ma camminavo lo stesso, perché avevo scoperto una cosa semplice e devastante: che quelle pagine mi facevano sentire vivo come niente altro, mi facevano sentire che il mio pensiero non era una gabbia ma una finestra, e che dietro quella finestra c'era un mondo intero che nessun regime avrebbe mai potuto sequestrare del tutto, perché le idee, ripeto, non bruciano, si nascondono nelle teste della gente come semi nella terra gelata, aspettano, aspettano il disgelo.
Dostoevskij l'aveva scritto meglio di chiunque altro cosa significhi essere un uomo che pensa in un mondo che vorrebbe non pensasse: il sottosuolo, quella tana psicologica dove l'uomo si rifugia quando il mondo di sopra gli è ostile, quando la ragione ufficiale, la ragione di Stato, pretende di spiegargli tutto e di ridurlo a un numero, a un ingranaggio, a due per due che fa quattro. E l'uomo del sottosuolo si ribella, dice che due per due fa quattro è certo una cosa graziosa, ma due per due fa cinque è a volte una cosa anche molto graziosa, perché la libertà umana, quella vera, sta proprio nel diritto di essere irrazionali, imperfetti, contraddittori, e un libro, questo è il punto, questo è quello che nessun regime ha mai voluto capire, o ha capito fin troppo bene ed è per questo che li teme, un libro non ti dà delle risposte, un libro ti dà delle domande, ti dà il permesso di essere complicato, di dubitare del due per due che fa quattro che ti hanno insegnato a scuola sotto il ritratto del capo.
Dopo la guerra ho fatto il bibliotecario, per quarant'anni, e in quei quarant'anni ho visto passare tra le mie mani migliaia di ragazzi, e vi giuro che ho imparato a riconoscere, dal modo in cui prendevano in mano un libro, chi sarebbe diventato libero e chi no. Non è una questione di intelligenza, badate, gli stupidi possono leggere e i colti possono essere schiavi interiori peggio di un servo della gleba, è una questione di fame, di quella fame particolare che ti fa girare le pagine di notte con la torcia sotto le coperte perché la mamma ti ha detto di dormire, quella fame che Pavese chiamava il mestiere di vivere e che altro non è se non la ricerca disperata di un senso in un mondo che di sensi ne offre pochi e tutti scaduti.
Mi chiedo spesso, ed è una domanda che mi tiene sveglio più delle notti di febbraio del Quarantatre, se oggi, in questo tempo di schermi che ci guardano più di quanto noi guardiamo loro, la battaglia per i libri l'abbiamo già persa senza nemmeno accorgercene, senza roghi, senza inquisizioni, semplicemente per abbandono, per stanchezza, per un lento assopimento collettivo che è forse la forma più raffinata di dominio mai inventata dall'uomo: non serve più vietare un libro, basta renderlo irrilevante, basta far sembrare che leggere sia una perdita di tempo rispetto a scorrere, che pensare a lungo sia patologico rispetto a reagire in un secondo con un pollice alzato o abbassato.
E però. E però io, vecchio e stanco e ubriaco di memoria come sono, non riesco a disperare del tutto, perché ho visto, ancora oggi, ragazzini di quattordici anni entrare nella mia biblioteca fatiscente, con lo zaino sulle spalle e lo sguardo affamato, e chiedere un libro con la stessa urgenza con cui io chiedevo la libertà nel Quarantatre, e allora mi dico che finché ci sarà anche un solo ragazzo così, il potere, qualunque potere, di destra o di sinistra, di ieri o di domani, quello vecchio col fascio littorio o quello nuovo con l'algoritmo, non avrà mai vinto del tutto, perché un lettore è un uomo che porta dentro di sé un mondo che nessuno può confiscargli, nemmeno con la forza, nemmeno con la persuasione, nemmeno con mille televisori accesi in ogni casa.
Chiudo la biblioteca ogni sera alle diciannove, spengo le luci una a una come si spengono i ceri in una chiesa dopo la messa, e prima di andarmene passo tra gli scaffali e sfioro i dorsi dei libri come si sfiora la fronte di un malato per sentire se ha ancora la febbre della vita, e sento che ce l'hanno, la febbre, tutti quanti, anche quelli ingialliti che nessuno prende in mano da vent'anni, anche quelli che il Ministero vorrebbe scartare per far posto a chissà cosa, anche quelli. Perché un libro, diceva un mio vecchio maestro morto in un campo di internamento nel Quarantaquattro senza mai vedere la Liberazione, un libro non è mai davvero morto finché esiste anche un solo uomo capace di aprirlo, e allora io, che sono vecchio e stanco e forse più vicino alla fine che all'inizio, faccio questo, ogni sera: tengo la porta socchiusa un minuto in più, nella speranza che qualcuno, nel buio della strada, la veda aperta e entri, e prenda un libro, e con quel libro si prenda anche un pezzetto di libertà che nessuno, mai, gliela potrà più togliere del tutto.
Questo è tutto quello che so fare, ormai. Custodire pagine. E aspettare, come si aspetta il disgelo.
Fine
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