Capitolo 1
LA PROMESSA
Amo l’odore del mare. È così da sempre. Avevo tre mesi appena quando mia madre me lo fece toccare per la prima volta, immergendomi fino alle ginocchia. Per me il mare è casa, calore, rifugio. Mi sono allontanato dalla mia isola negli anni dell’università, ma successivamente non ho potuto ignorarne il richiamo. La nostalgia per la mia terra.
A quest’ora del pomeriggio poi, la luce che si riflette sull’acqua è argento puro. Le onde che si infrangono sulla spiaggia sono pace e caos allo stesso tempo. Come il vortice che imperversa dentro di me. Mi faccio strada tra le dune e raggiungo il capanno poco distante. Lo ricordo lì da sempre, protetto dall’insenatura naturale. Il vento e la salsedine hanno accentuato le venature del legno, come rughe su un viso vissuto.
Mi appoggio alla ringhiera ancora solida. Il suo calore discreto si propaga sulla mia schiena. La primavera sta cedendo il passo all’estate che sembra già annunciarsi decisa. Sono qui solo da pochi minuti e l’attesa di lei, sottilmente crudele, già mi consuma. Dolce smania e impietoso tormento.
Presto però, il mio sguardo è catturato dalla sua figura. È lontana, ma la intravedo sorridere. Quel suono delizioso che sento nella sua voce quando siamo al telefono. Il vestito leggero le svolazza intorno, lasciando scoperte le gambe flessuose. Con un gesto lento della mano, scansa dal viso le ciocche di capelli ramati che il vento le scompiglia. È scalza e indossa i suoi grandi occhiali scuri. Le rimpiccioliscono il viso morbido e la sua pelle è già dorata dal sole. La scopro sempre più bella. Lo è ancora di più della nostra prima volta.
«È una pazzia», aveva sospirato allora combattuta sulle mie labbra.
«Pazzia sarebbe non viverla», le avevo sussurrato all’orecchio, sospingendola contro il muro, in preda a una smania trascinante.
Quello che vorrei ora è azzerare la distanza in un battito di ciglia e stringerla forte tra le mie braccia. Non voglio sprecare neanche un attimo del tempo dannatamente limitato che abbiamo.
Socchiudo gli occhi per un attimo e le immagini di noi mi affollano la mente. La sua pelle che bacia la mia è ferita e balsamo al contempo. Godere dell’arrendevolezza che vive nei nostri abbracci. Frammenti rubati a una vita che non possiamo concederci pienamente insieme. Non ancora o forse mai.
«Temevo di non fare in tempo», la sua voce lievemente affannata, mi riporta alla realtà.
Finalmente è qui, di fronte a me. Il suo sorriso. È così disarmante. Indossandolo potrebbe chiedermi qualsiasi cosa.
«Tranquilla, sono appena arrivato anch’io», la rassicuro.
Ti aspetterei ogni giorno. Lo farei per ore, vorrei invece confessarle.
Arretrerebbe, lo so. Così senza dirle altro le prendo la mano e la conduco in silenzio nel nostro rifugio. Quest’affaccio di mare familiare a entrambi ci è complice, ma ogni volta immancabilmente ci ricorda cosa siamo.
Due naufraghi che si aggrappano l’uno all’altra per non affogare.
Affondo il mio viso nell’incavo del suo collo. Aspiro a piene narici il profumo della sua pelle che ormai è impresso indelebile nei miei sensi. Risalgo la guancia e poi mi perdo nei suoi occhi che sono miele screziato d’ambra. Le sue mani che raggiungono il mio viso e poi le spalle, scatenano un milione di brividi su tutto il mio corpo. Ne avverto il calore anche attraverso il cotone della camicia che indosso. L’ho scelta perché so quanto le piaccia. Mi piace esaudire anche i desideri che non mi confida. Poso le mie mani sui suoi fianchi soffici. Adoro accarezzarla. Ogni volta ripercorro le sue strade con lentezza e perizia. Non tralascio nulla. So già cosa scoprirò, ma non per questo lo trovo meno appagante.
«Molto bello » le dico, mentre le mie dita scorrono sulla stoffa liscia del vestito. Il rosso è in assoluto il suo colore. Le dona un’aura di sfolgorante vitalità.
«Speravo ti piacesse. C’ho messo una vita a sceglierlo», sorride lei, abbassando con timidezza lo sguardo.
Questo suo rimanere comunque un po’impacciata, nonostante l’intimità che ormai viviamo, ha un fascino irresistibile.
«Non è il vestito a piacermi», le bisbiglia all’orecchio la mia voce roca.
Lentamente la sua mano guida la mia. Un solo movimento e la cerniera scorre verso il basso; l’abito scivola a terra, lasciandola seminuda. Voglio perdermi tra queste sue curve così sinuose e ormai familiari.
«Posso aiutarti?» mi propone, lasciva.
Con altrettanta calma, le sue dita si apprestano a liberare ogni bottone della mia camicia. Uno dopo l’altro.
«Mi è mancato, sai?» mi sussurra poggiando i palmi delle mani calde sul mio petto.
È un gesto che mi accende oltremodo. Adoro il suo tocco.
«Cosa ti è mancato?» azzardo, perché spero che pronunci le stesse parole che le confesserei io.
«Mi è mancato questo…noi», sospira adagiando il suo viso su di me.
Il battito accelerato del mio cuore rimbomba in ogni atomo del mio corpo.
Le sollevo il mento e i suoi occhi hanno quel luccichio che ormai conosco fin troppo bene.
Mi siedo sulla panca di legno e l’attiro a me. Lei si lascia scivolare sulle mie gambe e le sue braccia circondano le mie spalle, mentre con le dita percorre la mia nuca. Siamo totalmente adesi. La distanza tra le nostre labbra è infinitesimale. Siamo un unico respiro. Cediamo alla smania di cercarci.
Ciò che ci lega non ha un solo nome. Passione che fa tremare. Intimità di due menti complici. Desiderio di riconoscersi. Un toccarci anche solo con i pensieri. Sentire sulla pelle ciò che la mente aveva già provato sfiorandosi. È fame di noi. È possedere ed essere posseduti. È trovarsi nell’unico posto in cui si vuol essere. È arrendersi al desiderio continuo di aversi addosso. Ormai non è più solo voglia di pensarsi, ma di viversi. La risacca del mare sembra danzare al ritmo dei nostri sospiri. Un’onda che sale e porta con sé il turbamento, per poi ritirarsi e spazzare via l’attesa.
«Non riesco a smettere di essere tua», geme lei, aggrappandosi alle mie spalle.
Queste parole mi trafiggono. L’appartenenza è proprio ciò che ho sentito fin da subito. Innata e inarrestabile.
«Lo saremo sempre l’una dell’altra. Rimani qui con me, ti prego», le rispondo, stringendola ancor di più.
Vorrei cristallizzare il tempo. Rimanere ad amarci davanti a questo mare che è testimone silenzioso, guardiano riservato e custode fedele.
Ci abbandoniamo all’estasi del piacere reciproco che ci avvolge come una coperta soffice e calda. Indugiamo per un po’, morbidamente adagiati in quella dolcezza languida. Ci scambiamo carezze mute che dicono molto più di tante frasi.
È lei che si alza e si riveste per prima. Siamo l’uno di fronte all’altra e nel mezzo tutte quelle parole che ci vietiamo di dire. Una su tutte. Quella di cui solo ora ne conosco l’immensa potenza. Ora che amo lei irrimediabilmente.
Si avvicina, mi sfiora la guancia con le dita e mi dà un bacio lieve. Poi si stacca evitando i miei occhi, come fa sempre prima di andare via. Mi trema lo stomaco. Per un attimo ho creduto, sperato che stasera sarebbe finita in modo diverso.
«Ho bisogno che tu me lo chieda ancora», si volta e i suoi occhi traboccano di lacrime.
«Resta con me. E non solo stasera», quasi imploro, mentre le offro le mie braccia spalancate.
Libera le lacrime, mi raggiunge e insieme ci rifuggiamo in quello che non è un semplice abbraccio, ma la promessa di un futuro finalmente possibile.
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