Storia · capitolo 1

Cara Dalia

Cara Dalia di Marco Bartolini

Cara Dalia,

anche stamattina ho fatto la mia solita passeggiata per le strade e le vie del centro. È una città decadente la nostra, un corpo che avvizzisce, ricoperto di gioielli dai suoi accoliti, il cui fetore è mascherato ogni giorno da gocce di oli essenziali all’ambra e profumi sparsi dai suoi sacerdoti. Ti domandavi cosa venissero a fare tutti quei turisti nella nostra città. A passeggiare fra le rovine di un’antica e maestosa razza di uomini, ti rispondevo. Ma tu scuotevi la testa e poi abbozzavi un sorriso amareggiato, quello di chi ha capito come gira un pezzo di mondo, ma non può fare niente per fermarlo. Vengono da noi, mi dicevi, per danzare sulla rovina e sulla miseria di chi pensava di essere grande, potente, eterno. Eterno come il marmo con cui costruivano i loro sepolcri. È il passatempo universale dell’essere umano, quello di gioire delle disgrazie e delle sconfitte dei suoi simili. Li vedi, grassi e sformati, farsi fotografare sulle vestigia di antichi palazzi di marmo inciso, in posa di fronte alle statue di grand’uomini che in passato erano paragonati a divinità; li senti schiamazzare nelle mute navate dei sacri templi cristiani, li vedi insozzare tutto attorno alla loro rotonda figura con i loro cibi da fast-food, i loro smielati frullati fosforescenti pieni di biglie gelatinose, le loro cartacce gettate ovunque non gli indichi il rispetto, il loro puzzo di sudore inacidito che giustificano con i loro sorrisi da creature superiori venute a visitare le loro colonie tropicali. Non c’era odio né rancore nelle tue parole, solo una fredda e calma lucidità, la disillusa serenità di chi ha visto nella bruttezza della vita e ha capito che se vuoi esperire il dolce devi prima ingoiare l’amaro. Oggi sono giunto anche io alla tua stessa conclusione. Li guardo fare file interminabili per una singola foto, o per un pezzo di pizza preso dall’ennesimo locale spinto su qualche nuovo Social. Viviamo in una città di largo e pronto consumo. Ti penso, e abbozzo il tuo stesso sorriso amareggiato. Sono quasi arrivato alla metropolitana, e mi sono concesso il piacere di alzare lo sguardo al cielo. È puntellato di storni, quindi dovremmo essere a novembre o a dicembre. Perdonami, ma è ormai da un po’ che non conto più lo scorrere dei giorni, che non misuro più lo scorrere del tempo. C’è un antico palazzo in pietra di tufo a sfregiare la vista del cielo azzurro che volge verso l’alba; credo sia un palazzo medievale, perché le finestre sono ad arco appuntito (che non ricordo mai come si chiama) e i vetri sono piombati: lo so, perché la luce del sole che sale crea un riflesso che rende quelle finestrelle dorate. È bellissimo e decadente. Questo momento, credo, lo ameresti.

Sai, ho sempre amato la metropolitana. L’ho sempre preferita alla macchina, e anche a ogni altro mezzo di superficie trasli persone da un punto A verso un punto B. Divertente che quel giorno io abbia optato per prendere l’auto. Forse, l’ho fatto perché pioveva. Cavolo, sto parlando al passato come i vecchi. Sotto alla metro i soliti piccoli punk scavalcano i tornelli senza pagare il biglietto; c’è una guardia giurata che li osserva e li lascia fare, senza nemmeno muovere un muscolo del suo viso paffuto e rotondo come una patata. Striscio la tessera e mi lascio trasportare verso le viscere della città, ben al di sotto delle fogne e dei fasti delle antiche ville ancora sepolte, probabilmente a pochi metri dal mio naso e dalle scale mobili che mi obbligano a una discesa che odora di muffa e palestra seminterrata. Attendo il mio vagone in silenzio. Le cuffiette nelle orecchie sono scariche da giorni, ma le tengo per attutire i rumori che mi circondano e violentano le mie orecchie; siamo così abituati a farci lacerare i timpani da ogni tipo di rumore artificiale che non riusciamo più ad addormentarci se non passa almeno un’ambulanza, e il silenzio notturno ci tiene svegli a fissare il soffitto con la paura del vuoto. Mi chiedo come faccia tu, nel tuo letto. La prima metro sfila via vuota, luci spente, conducente annoiato. Fuori servizio, gracchia la voce metallica all’altoparlante, prima di ammonire di non superare la linea gialla. Il secondo convoglio è pieno come una scatoletta di tonno, prendo il terzo e comprimo il mio corpo tra un abitante del Triangolo d’Oro e altre due etnie rappresentate da figure di sesso maschile piuttosto basse. Almeno posso respirare. Per fortuna scenderò presto, e poi verrò da te. Come ogni lunedì, cara Dalia. Mi manchi, ma ho anche paura. Riemergo dalla pancia della terra e tiro una boccata di aria fredda che mi riempie i polmoni e mi sveglia dal torpore mattutino che ancora aleggia all’interno della mia testa. Non so quante volte abbia fatto questa strada, ormai. Potrei farla a occhi chiusi, eppure mi chiedo ancora come facciano i ciechi ad andare in giro per strada da soli. Buffo, non trovi? Forse non avrei mai il coraggio di chiudere gli occhi e fare più di tre metri. Patetico, vero? Avrei voluto avere questo coraggio per gettarmi da un tetto, ma non ce l’ho e quindi sono qui, che cammino verso di te.

Prendo un caffè al bar all’angolo, mangio anche il solito cornetto integrale che sa di cartone umido, poi prendo un altro caffè a portar via, e questo è per te; come sempre, e come sempre ti prendo anche uno di quei cioccolatini che ami, quelli con la granella di nocciole che non ricordo mai come si chiamano. Il barista sfoggia il suo miglior sorriso e col suo accento sudamericano mi augura buona giornata, augurio che ricambio tenendo gli occhi bassi sul bancone in finto marmo e aloni di vecchie macchie di cappuccino. Ora sì, posso venire da te. I passi si trascinano sull’asfalto ancora bagnato dalla pioggia di ieri; c’è poco passaggio in questa zona più residenziale e, se mi concentro, riesco a sentire i battiti del mio cuore che si mescolano col fruscio dei rami secchi degli alberi accarezzati dal vento. È da un po’ che coltivo una stramba teoria sui nostri cuori, e cioè che ognuno abbia (per la propria intera vita) un numero finito, limitato e determinato di battiti; una sorta di conto alla rovescia in cui consumiamo, ogni secondo, un battito di vita che ci avvicina alla morte. Signore, lei ha a disposizione due miliardi e mezzo di battiti, ne faccia buon uso: possono durarle tra quaranta e cent’anni, se li usa bene. Sorrido. In questo senso sarebbe importante tenere il cuore sempre a un ritmo costante, il più lento possibile, senza stressarsi o impegnarsi in attività cardio-eccitanti. Lo so, eppure non riesco a calmarlo mai quando vengo da te. Volto l’angolo e mi si para davanti l’edificio in cui ti trovi. È un vecchio palazzetto di fine Ottocento, ha pochi balconi riccamente stuccati e decorati, finestre alte e un tetto spiovente che ormai non si vede più in città come la nostra. Mi fermo a osservarlo, dilatando cinque secondi in quella che pare un’ora. Il vento è lieve, ma freddo. Qualche foglia coraggiosa e tenace trema ancora sui rami dei tigli. Il cielo è terso, azzurro, come solo durante le migliori giornate invernali. È la seconda volta, oggi, che alzo gli occhi da terra. Ma forse è solo perché il peso della colpa mi piega il collo verso il basso, credo.

Ed eccoti qui, cara Dalia. Sono arrivato, infine. Come ogni lunedì, esito sulla porta della tua stanza. Sento un velo di tristezza assalirmi le pupille, quindi ingoio saliva per ricacciare indietro le lacrime. Vederti in quel letto bianco, asettico e sempre così perfettamente pulito, mi dà uno strano senso di artificiosità; quasi fossi una statua di cera da spolverare prima dell’arrivo di un visitatore pagante. Ma tu non sei una statua di cera, per quanto immobile e perfetta; non sei un oggetto da esposizione, per quanto bellissima e lieve, con i tuoi capelli neri che crescono di settimana in settimana, ma sempre così ordinatamente composti sul cuscino leggermente inclinato. Né sei malata, e il tuo non è un letto di ospedale, né di morte. Tu sei in coma. E in quel coma, cara Dalia, ti ci ho mandata io. Appoggio il tuo caffè sul comodino accanto al letto. È bianco anche quello. Non lo berrai, come ogni lunedì, ma so che lo avresti apprezzato. È ancora caldo, ma diventerà freddo per quando andrò via, e allora il solito infermiere lo scaricherà via nel lavandino del bagno, con noncuranza e un malcelato disappunto. Lo avresti apprezzato come pensiero, lo so, ma non so se lo avresti bevuto; non so nemmeno se ti piace il caffè, cara Dalia, in realtà di te non so nulla se non quello che deriva dalle idee e dalle proiezioni che la mia mente ha creato di te. Racconti che mi sono fatto sulla persona che sei, o forse è più corretto dire che eri, prima di quell’incidente in cui io ti ho coinvolta, mentre tornavi a casa (forse?) in quel lunedì mattina di un piovoso, pazzo marzo. Tu non esisti nelle tue storie, ma le tue storie sono la proiezione che la mia mente si è fatta della tua immagine ferma in un letto. Non so quale sia la tua stagione preferita, o il colore che ameresti indossare se potessi portarti al mare in una sera di fine estate. Conosco solo il tuo nome, che è quello di uno dei fiori che mia madre ha sempre amato. Il fiore che significa eleganza, dignità e impegno. Tutto quello che mi suggerisce la tua forma. Mi avvicino al tuo letto, la tua culla in grado di fermare il tempo, e mi siedo accanto a te; ti prendo la mano candida, ti hanno tagliato le unghie da poco e passato la crema idratante, così che la tua pelle resti morbida per chi vorrà venire a tenerti la mano e accompagnarti cieco nel buio in cui ti trovi, da sola. Con l’altra mano ti scosto i capelli dalla fronte e ti racconto della mia settimana, come sempre, ancora dopo tutto questo tempo. Mesi, anni, decenni? Chissà. Non conosco la misura del tempo, se non di lunedì.

A volte mi sembra di essere in una grotta piena di funghi fosforescenti che non posso toccare né vedere. Coi sensi attutiti, sento solo il gorgoglio dell’acqua che forma piccole pozze sotto ai miei piedi, mentre piove ticchettando da stalattiti di calcare luminose. Provo ad uscire da questa grotta, ma l’unico modo è quello di infilarmi e strisciare in un cunicolo in cui forse non passa nemmeno la mia testa, col rischio di rimanere incastrato per sempre, ma perché non lo faccio, se incastrato lo sono già? Cerco una via verso l’alto, verso la notte e le stelle. La trovo, ma decido di non prenderla. Il buio mi conforta: quella grotta è la pancia di una mamma che mi tiene al sicuro e al caldo, una pancia che vorrebbe rigettarmi ma a cui mi aggrappo con tutte le forze. A volte sogno di perdermi su un’isola disabitata e di dirigermi verso un faro in lontananza, un faro imponente di pietra nera, la cui luce è fredda e non indica la via, ma illumina noi stessi. Mi dispiace che la tua famiglia non abbia mai voluto incontrarmi: avrei voluto parlare di te, di chi eri, di cosa ti piaceva fare, dei tuoi sogni, di tutto ciò di cui io ti ho privata. Però li capisco, sai? Non ci vuole molto, è vero anche questo. Ho scontato il futile debito che mi ha comminato un giudice anonimo, ma non ho ancora scontato il debito che mi sono comminato da solo, né so se sia un debito estinguibile; vorrei farlo sapere anche alle persone che ti amavano, quelle a cui sorridevi, quelle che oggi non vengono più a trovarti o a tenerti la mano. Nemmeno nei mesi più freddi come questo. Non ero, non sono, una brutta persona. Non lo sono mai stato e non lo voglio mai essere; quella mattina ho perso il controllo della macchina e per evitare l’auto in senso contrario ho preferito sterzare con violenza verso il marciapiede, dove, non lo sapevo, passavi tu col tuo ombrello verde. Oggi lo so, avrei preferito sterzare dritto verso quell’auto e sperare di non morire. È buffo quanto due vite possano incrociarsi l’una con l’altra, ci pensi nei tuoi sogni insondabili? A volte nei modi più crudeli e ingiusti. Il modo in cui ci siamo incrociati noi ha finito per legare assieme due anime in maniera indissolubile, ma nel modo peggiore di tutti. Avrei amato conoscerti ad un concerto, in un museo di una capitale del centro Europa o magari in un bar, tra un caffè e un morso a un cornetto che sa di cartone; credo ci saremmo piaciuti. Non lo potrò mai sapere; è lacerante quando muore anche la speranza. Però so una cosa: mi piacciono i nostri lunedì, cara Dalia. Sono bellissimi e decadenti. I lunedì insieme, mi convinco, li ami anche tu.

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