La particella di Dio
Era una di quelle notti in cui Carlo, non riusciva a prendere sonno. Sdraiato sul divano, lanciava occhiate distratte alla televisione mentre scorreva svogliatamente Facebook sul tablet. Carlo ricordava ogni angolo della casa come se fosse inciso nella pelle. La luce del corridoio entrava a tratti dalle finestre, spezzando le ombre lunghe dei mobili consumati dal tempo. Ogni oggetto lanciava un'eco nella mente. Ora i suoi genitori non c’erano più. Eppure, nelle notti come quella, Carlo aveva l’impressione che la casa continuasse a ricordare per lui. Gli oggetti restavano lì, pazienti, come testimoni silenziosi di tutto ciò che era stato. Aveva imparato a riconoscere quei luoghi a lui cari, i suoi nascondigli preferiti quando, da bambino, con il cuore in gola, osservava quella tensione che attraversava la casa come una corrente invisibile. Non capiva davvero cosa stesse succedendo, ma ne percepiva la minaccia.
La madre, severa e inflessibile, sorvegliava ogni suo gesto: il minimo errore era punito da uno sguardo silenzioso pesante quanto mille parole. Il padre, invece, era una presenza instabile, spesso ubriaco, e la sua voce rimbombava tra le stanze come un'onda improvvisa. A volte portava a casa uomini sconosciuti, anch'essi ubriachi, che indugiavano troppo vicino alla madre. Carlo restava immobile, sotto il tavolo o dietro la porta della cucina, con il cuore in gola, osservando quella dinamica di violenza latente che lo terrorizzava. Non c'era protezione, non c'era scampo: solo la tensione costante di dover anticipare ogni possibile gesto per evitare di essere picchiato. A scuola, invece, Carlo trovava una tregua.
I primi libri, i compiti, la precisione delle lezioni erano un rifugio, tra formule e curiosità, imparava che esistono sistemi ordinati, che si possono comprendere. Iniziava a percepire un fremito di possibilità. L’universo esterno, pur così vasto, seguiva leggi. In quel contrasto tra il mondo familiare, caotico e minaccioso, e il cosmo ordinato dalle scoperte umane, trovava un’illusione di protezione: poteva osservare, programmare, e catalogare, ma appena tornava a casa, tutto crollava. Il battito accelerato, il respiro trattenuto, la tensione fisica e mentale tornavano a fargli compagnia. Spesso la madre lo rimproverava senza motivo, la voce tagliente come un coltello: «Non lasciar cadere niente! Non combinare pasticci! Ho già tuo padre che mi dà pensieri!» E lui, piccolo e silenzioso, annuiva, cercando di non fare rumore, imparando a dosare ogni passo per evitare il giudizio. Il padre, nei momenti di ubriachezza più intensa, diventava incontenibile, una porta sbattuta, un bicchiere rovesciato costringevano Carlo a scivolare tra stanze e corridoi come un ladro. Quegli uomini, estranei e ronzanti di alcol, che osservavano con occhi avidi, creavano una tensione che nessun gioco o compito scolastico riusciva a placare. Nonostante tutto, sviluppava una memoria acuta. Notava dettagli, registrava movimenti, suoni, sguardi. Allo stesso tempo, cresceva dentro di lui un senso di isolamento e sospetto.
Come spesso accadeva quando come in un film gli appariva il passato, la voglia di qualcosa da sgranocchiare spinse Carlo verso la dispensa. Fu proprio allora, in quell'atmosfera ovattata dalla tenue luce dell'abat-jour, che accadde qualcosa di insolito: una presenza inquietante e inattesa si materializzò davanti ai suoi occhi. All’inizio non riuscì a distinguere di cosa si trattasse era talmente minuscolo e rapido da sembrare poco più di un insetto:
- Che sarà mai? -
Si chiese, uscendo da quello stato di torpore per capire a quale specie appartenesse quell’essere così piccolo in grado di correre così velocemente da metterci un attimo tra il tavolinetto all’angolo della stanza e la credenza. Un improvviso sospetto animò la sua mente:
- Che sia un topo? Che sia una di quelle specie considerate dannose nel globo terracqueo? -
Il suo pensiero ripercorse in un lampo tutti i danni che può arrecare un topo non solo alle cose ma alla salute. Così afferrò la scopa e facendo frastuono cercò di snidarlo dal suo nascondiglio. Carlo lo vide, confermando i suoi sospetti, mentre fuggiva trascinando la ributtante coda e gli scaraventò istintivamente la scopa addosso, ritraendosi spaventato. Non lo colpì, rimase immobile, ascoltando quel fruscio lontano, combattuto tra paura e curiosità. Dove era andato a nascondersi? Era una guerra di nervi. La mente umana è strana: quando la paura si insinua, diventa difficile ragionare con lucidità. Aveva bisogno di agire, di liberarsi da quella sensazione di vulnerabilità. Il silenzio era pesante, il topo si stava nascondendo, forse stava osservando. Carlo si fermò, come per ascoltare il battito del cuore, e in quel momento Intuì che quella piccola creatura, così insignificante, lo stava sfidando. Non era più solo un topo. Era il simbolo di tutte le paure che aveva cercato di evitare nella sua vita, delle ansie che evocava nella sua mente: il caos, l’imprevisto, l’invasione di uno spazio che credeva sicuro.
Carlo adolescente era cresciuto in un mondo che oscillava tra la meraviglia e la minaccia. La casa continuava a essere un teatro di tensioni invisibili: la madre severa, il padre ubriaco, gli ospiti molesti. Nei corridoi della scuola, silenziosamente osservava i gesti dei compagni, i piccoli errori, le sfumature nelle espressioni dei professori. Ogni dettaglio diventava un indizio per capire quel che accadeva. Gli amici erano pochi, imparò presto a non affidarsi, a non mostrare debolezza. Il mondo intero sembrava un territorio in cui il susseguirsi degli avvenimenti sfuggiva di mano, la cronaca parlava di guerre lontane e potenzialmente vicine, di proteste, di diritti civili conquistati con sangue e fatica e, infine, calpestati. Ascoltava le notizie, inquieto seguiva le immagini dei teatri di conflitto, dei giovani studenti in piazza uccisi, delle bombe scagliate sui civili che si mescolavano paurosamente con le immagini della madre rigida e assente e del padre perennemente in preda alle allucinazioni. La fiducia nella scienza si stava incrinando nella sua mente. La realtà circostante era un mosaico in frantumi che alimentava la sua ossessione per l'incertezza di ciò che sarebbe potuto accadere. Cominciò a isolarsi, non perché non desiderasse gli altri, ma temeva che ogni gesto altrui, ogni parola pronunciata, diventasse fonte di ansia, controllava ogni comportamento, temendo possibili conseguenze. L’adolescenza di Carlo era dunque un equilibrio instabile tra meraviglia e terrore in un mondo in cui la mente doveva lavorare più velocemente del cuore.
I ricordi gli ronzavano nella mente quando sentì un movimento provenire dalla libreria. Un fruscio leggero, scivolava tra i libri. Lo sguardo lo portò immediatamente in quella parte della stanza dove i tomi di filosofia, letteratura e scienze sociali formavano una sorta di fortezza intellettuale. Un altro fruscio, più forte stavolta. Il suo cuore riprese a battere velocemente, il topo si stava semplicemente spostando cercando nuovi rifugi per nascondersi. Si avvicinò lentamente alla libreria, tenendo la scopa in mano, quasi come fosse un’arma, una protezione contro quel nemico invisibile, e lo vide. La lunga coda sbucava da dietro una fila di libri, tra i volumi inseriti in modo disordinato. Era l’invasore. Quel piccolo essere in tutta la sua insignificanza sfidava il suo ordine, la sua tranquillità. Un brivido gli percorse la schiena. Si avvicinò con cautela, attento a non fare rumore, voleva che tutto tornasse come prima, che la casa fosse finalmente di nuovo libera. Quando allungò la scopa per snidarlo, qualcosa di strano accadde: il topo non fuggì, al contrario, si girò, fissando Carlo con i suoi piccoli occhi lucidi e scuri, come se, per un istante, stesse cercando di capire chi fosse il suo cacciatore. Fu un attimo, un incontro silenzioso. Poi, con un rapido scatto, scomparve di nuovo, insinuandosi in un piccolo passaggio tra le fessure della libreria. D'un tratto riapparve, appollaiato su un volume dal titolo “La particella di Dio”, il cui autore, Leon Lederman, era stato insignito del Premio Nobel per la fisica nel 1988. Un testo dimenticato, impregnato di polvere, ormai da troppo tempo trascurato. Il topo sembrava quasi un guardiano silenzioso di quel tomo scientifico che aveva iniziato a rosicchiare, il suo piccolo corpo rannicchiato proprio sopra il titolo che presentava una delle domande più profonde che l’umanità si fosse mai posta su come funziona davvero l’universo. Carlo guardò il topo, poi il libro, poi di nuovo il topo. l’uno nella sua forma fisica, l’altro nell’astrazione delle leggi cosmiche. In quel momento sentì che c’era un inquietante stupore nel vedere quel piccolo essere, posato proprio su un libro che cercava di spiegare il mistero dell’origine di tutto. Senza distogliere lo sguardo dal quel piccolo corpo che muoveva la coda tra le pagine, sentiva il peso delle domande che aveva accumulato nel corso della sua vita, tutte quelle riflessioni senza risposta, tutte quelle inquietudini che avevano preso forma in quella notte insonne.
Ripensò al suo ingresso all'università con il solito sguardo analitico. L'edificio antico, con i suoi corridoi lunghi e le aule che odoravano di libri polverosi lo affascinava e lo intimidiva al tempo stesso. Qui, tra volumi di fisica e filosofia, la mente poteva finalmente respirare: tutto era regolato da orari, lezioni, esami. Ma la sua ossessione per la prudenza non lo abbandonava. Fu in uno di quei corridoi che aveva incontrato Marta, studentessa laureanda in fisica con occhi che sembravano leggere oltre le parole. Si era avvicinata parlandogli di un libro che lui stava osservando distrattamente. La voce di Marta era dolce, ferma, e Carlo aveva provato per la prima volta una vibrazione nuova nel petto, un’attrazione che non aveva mai conosciuto. I loro incontri divennero frequenti: discussioni accese su scambi di appunti, brevi pause nei corridoi tra una lezione e l’altra. Ogni volta che Marta si avvicinava, però, sentiva un nodo stringergli lo stomaco. La paura del contatto emotivo, del salto verso l’intimità, lo paralizzava. Ogni parola gentile che riceveva lo spaventava quasi quanto un rimprovero ricevuto dalla madre da ragazzo. Marta cercava di avvicinarsi, di stabilire una continuità, ma Carlo trovava sempre una scusa: troppo lavoro, troppo stanco, bisogno di concentrarsi sugli studi. Eppure il pensiero di perderla lo tormentava, come un’ombra che cresceva nei meandri della sua mente. Ogni volta che la guardava, percepiva un misto di desiderio e terrore, e quella contraddizione lo spingeva ad allontanarla ulteriormente. Marta, paziente ma determinata, cercava di penetrare la sua corazza. Gli scriveva messaggi, cercava scuse per incontrarlo, cercava di condividere momenti semplici, ma ogni avvicinamento lo faceva arretrare. Carlo non poteva permettersi di cedere a quell'amore, non dopo aver vissuto così a lungo in un mondo dove ogni gesto poteva trasformarsi in minaccia. Alla fine, Marta si stancò. Una sera, dopo averlo aspettato invano in biblioteca, comprese che lui non avrebbe mai fatto il salto. Si allontanò, senza drammi, ma con una delusione silenziosa che rimase impressa in lei definitivamente. Carlo provò sollievo e al contempo un dolore acuto: il sollievo per non aver ceduto al rischio, il dolore per la perdita di un legame autentico. Quella ferita, come tutte le altre, si sommò ai ricordi dell’infanzia, ai traumi familiari, ai timori costanti. Imparò a convivere con la solitudine e con il tormento interiore: un isolamento scelto, imposto dalle paure e ossessioni che lo rendevano incapace di godere dei legami umani. In quell’angolo oscuro della sua mente, iniziava a formarsi la consapevolezza che la vita sarebbe stata segnata. Ogni evento esterno, ogni presenza imprevista, avrebbe potuto sfidarlo. Il mondo, e gli altri esseri umani restavano un territorio in parte ignoto e minaccioso.
Non seppe quanto tempo passò mentre si perse in questi pensieri, ma quando sollevò di nuovo lo sguardo, il topo non c’era più. In fondo, quel piccolo animale e quel libro rappresentavano due estremi della stessa realtà, il caos e l’ordine, il visibile e l’invisibile, il conosciuto e l’ignoto. Quel minuscolo essere era scomparso, come se non fosse mai esistito, lasciandosi dietro solo il silenzio e il libro, che ora sembrava più denso di significato che mai. Non si sentì tranquillo e non riuscì a dormire, chiedendosi come fare per non condividere quella presenza. C’era qualcosa di inquietante nel topo, nel suo modo di sfuggire e riapparire tra le ombre, una manifestazione di tutte le cose che Carlo non era riuscito a comprendere, ma che sono sempre lì, silenziose, in agguato. L’idea che quel piccolo essere avesse un legame con il mistero della fisica, come una particella di Dio, lo turbava più di quanto avesse voluto ammettere. La sua presenza nella casa, su quel libro, sembrava un invito a riflettere su quanto controllo possa consentire la realtà circostante. Si girò sul divano, cercando di trovare una posizione comoda, ma il pensiero del topo continuò a tormentarlo:
- E’ solo un un animale che fa parte del nostro mondo, un piccolo disordine naturale. -
Quel pensiero non riusciva a placare la sua mente che continuava a girare su sé stessa, come intrappolata in un labirinto senza fine. Forse stava cercando troppo significato nella semplice visita notturna di una creatura che cercava cibo e rifugio.
Quella notte passò in un susseguirsi di pensieri confusi, interrotti da un piccolo fruscio causato dal passo furtivo del topo che correva tra le crepe della mente. Ogni volta che si alzava a guardare, non c’era nulla, il piccolo animale aveva preso possesso del suo pensiero, invadendo oltre gli angoli della casa il suo spazio mentale. Quando la notte si spense lentamente e l’alba si affacciò attraverso la finestra, la sensazione di inquietudine rimase. Era il pensiero, assurdo, irragionevole, che quel topo potesse essere l’inizio di qualcosa. Un evento minimo, un dettaglio quasi invisibile come il battito d’ali della farfalla, piccolo, trascurabile, ma capace di scatenare una tempesta:
- Se ora lo uccidessi? Se rompessi l’equilibrio invisibile di questo momento? Magari l’odore del sangue potrebbe attirare altri animali. Magari sarebbe solo un topo in meno. Se lo uccidessi potrebbero scaturire conseguenze imprevedibili: una perdita d’acqua che allaga la casa, una tegola che mi casca in testa nell’attimo in cui cammino per strada. -
Carlo sentì si essere preda del suo stato di agitazione: quel pensiero illogico, fluttuante, come un sogno a metà tra il sonno e la febbre: che quell’essere minuscolo e tremante potesse modificare l’ordine della realtà lo riportò inevitabilmente a riacquistare la lucidità smarrita.
Il topo, in fondo, non aveva nulla a che fare con la logica o con la ricerca di spiegazioni, era solo un segno, un piccolo promemoria che a volte il caos, l’inatteso, non può essere controllato né spiegato. Questo pensiero non gli dava pace, anzi, aumentava il suo disagio:
- Se non posso controllare il caos, come saprei vivere con esso? -
Raccolse così tutte le energie mentali per scovare l’intruso, si sentì come un detective e la sua casa la scena del crimine. Impugnando la torcia, iniziò la ricerca del topo cercando in ogni fessura, in ogni angolo che avrebbe potuto essere un ideale nascondiglio. Si ritrovò a muoversi con una rapidità che non gli apparteneva, ogni passo sembrava avvicinarlo all’obiettivo, ma il topo si trovava sempre un passo avanti, sfuggente come l’ombra. Si sentiva sempre più frustrato, ma allo stesso tempo c’era una parte di sé che provava una strana soddisfazione nell’inseguire, nel cercare. La casa era diventata una sorta di labirinto, ed egli come Teseo in cerca del mostro. All’improvviso, ascoltando un fruscio dietro un mobile, il suo cuore accelerò, era il topo, non poteva sbagliarsi. Si avvicinò silenziosamente, come un cacciatore pronto a colpire e, impugnando la scopa con mano ferma, cercò di concentrarsi sul colpo decisivo. Quando finalmente l’animale uscì allo scoperto, con istinto selvaggio lanciò la scopa su di esso con una forza che non lasciò spazio a esitazioni. Il piccolo corpo colpito si contorse brevemente prima di rimanere immobile, segnando la fine di un tormento vissuto per tutta la notte.
Agli uomini spesso accade di trattare i più deboli come Carlo aveva trattato il topo. C'è una certa fatalità in questo comportamento, una tendenza umana a esercitare il controllo, a imporre la volontà soprattutto su ciò che appare fragile, impotente sulla forza bruta, quindi facilmente sopprimibile. Il topo, in fondo, non era venuto a sfidarlo. Era solo un piccolo essere che cercava di sopravvivere, eppure l’aveva visto come un nemico da annientare per ristabilire un ordine che sentiva sfuggirgli di mano. Un silenzio carico di tensione avvolse la stanza. Ansimante, fissava il corpo senza vita con uno strano miscuglio di soddisfazione e smarrimento. Aveva vinto, ma a che prezzo? Perché aveva inflitto la morte? Perché ucciderlo se in fondo entrambi volevano un posto dove vivere? Perché aveva sentito il bisogno di quella violenza? Non aveva voluto liberarsi per una sorta di rivendicazione per ciò che aveva subito nella sua vita? Carlo cercò di dare una risposta. Quell’immagine del topo appostato sul volume “La particella di Dio” si era insinuata nella sua coscienza facendolo sentire uguale al topo. In quel silenzio pesante come un macigno si rese conto che quella morte non aveva ristabilito l’equilibrio anzi lo aveva imprigionato in uno stato senza nessuna protezione. Nella zona grigia di sospensione della realtà tra la sopravvivenza e l’annientamento in cui le due particelle di Dio si erano casualmente incontrate e affrontate, Carlo provò la sensazione paradossale di sentirsi vivo e morto allo stesso tempo, come se le due condizioni coesistessero in lui, alimentando nella sua mente uno scontro inevitabile senza una reale possibilità di soluzione.
Dopo questo capitolo puoi leggere anche
L'inizio della fine del prima
Al Sombrío, orfanotrofio spagnolo sperduto nella foresta di Irati, Paloma si rifugia nei libri e nella danza per sopravvivere alla crudeltà del proprietario Rodrigo. Ma è la musica di Felipe a darle un barlume di speranza, fino a quando un segreto sepolto riaf
Portami via con te
Una storia da vivere tutto d'un fiato. Vicky e Fede, Victoria e Federico. Vento in faccia, tornante dopo tornante, curva dopo curva. Un'alba particolarmente afosa, aria di pioggia. Lamiere, nulla più. Un ultimo desiderio: "Portami via con te".
L'isola di Cristina
Sullo sfondo di una Procida vibrante, dove i colori pastello della Corricella si fondono con il profumo dolceamaro dei limoni e la poesia classica di Virgilio, cresce Cristina. Dotata di un'anima selvaggia e di uno straordinario talento artistico, la bambina c
La promessa
Un vecchio capanno di legno sulla spiaggia è il loro rifugio segreto. Il mare il centro di tutto: casa, protezione e testimone silenzioso. Un'amore nato come una "pazzia", ma divenuto inevitabile. Lui e lei, legati da passione, complicità mentale e un profondo