Storia · capitolo 22

capitolo 22: giudizi contro le paperelle

spark cage: un destino di fuoco di faby

Era mezzanotte. Sara si era addormentata da poco e il suo respiro regolare si confondeva con il russare degli altri. Tra mezz'ora esatta sarebbero arrivati Aron ed Ethan per portarmi nello studio del professor Thompson.


Avevo passato tutto il pomeriggio a studiare... o almeno ci avevo provato. In realtà, il mio primo pensiero tornava sempre al discorso fatto con Aron nell'aula relax. "In questa accademia succedono cose strane". "Questa accademia è una gabbia". L'idea di non poter rivedere i miei genitori per cinque anni mi faceva sentire un po' triste lasciandomi una strana sensazione.


Per distrarmi, mi ero pure tagliata i capelli. Avevo visto che stavano crescendo un po' troppo e io li preferisco dritti e sistemati esattamente sulle spalle; così, armata di forbici, ci avevo dato un taglio netto, sistemando anche i ciuffetti davanti.


Come se non bastasse la tensione, nel pomeriggio c'era stato pure un bel problema in fazione: i ragazzi avevano intasato il gabinetto e, non chiedetemi come, erano riusciti addirittura a incenerire lo scarico nel tentativo di sturarlo con il fuoco. Il professor Bellingham era dovuto venire di corsa a metterne uno nuovo, imprecando sotto i baffi. Fortunatamente non condividiamo il bagno con i maschi, aggiungerei, altrimenti ci sarebbe da impazzire ogni giorno.


Ero rimasta sveglia tutto il tempo a pensare, cercando di dare una risposta logica a quelle sparizioni. Mi chiedevo se la Hurt sapesse qualcosa o se fosse solo una cosa che riguardava il preside. Forse Lennon non aveva strane intenzioni , forse mandava i ragazzi in qualche posto sicuro... o forse no. Non lo sapevo, e l'incertezza mi stava uccidendo.


Proprio mentre ero persa nei miei dubbi, sentii bussare leggermente alla porta. Presi la chiave in mano con le dita che tremavano un po' e aprii. 


Dall'altra parte c'erano i miei due accompagnatori. Il mio sguardo andò subito su Ethan: teneva tra le mani il libro della profezia, ma appena mi vide, sia lui che Aron iniziarono a ridere sommessamente.

Chiusi subito la porta prima che qualcuno potesse sentirli.


«Non sapevo dell'esistenza di questo pigiama», sghignazzò Aron.


Sì, esatto, ce l'aveva con il mio pigiama giallo con le paperelle.


«E i calzini?», aggiunse Ethan indicandomi i piedi. «Rosa con dei lecca-lecca sopra? Davvero?».

Mi sbrigai a rispondere, diventando rossa: «Sì, lo so, mia madre ha dei gusti molto discutibili. E comunque, tu hai un teschio sul tuo pigiama, Ethan. Non è che sei molto più elegante».

«Meglio il teschio che la roba che indossi tu», ribatté lui con un ghigno. «Fidati, io e il mio teschio passeremo inosservati con gli altri».


«Quali altri?», chiesi confusa.


Aron intervenne, sistemandosi la giacca del suo pigiama a righe grigie e blu. «Beh, mi sono scordato di dirti che ci sarà tutta la fazione dell'acqua».


Sgranai gli occhi. «Cosa? Vado subito a cambiarmi!».


«No, dobbiamo sbrigarci. Il prof non ha tempo da perdere», tagliò corto Ethan, iniziando a scendere le scale a passo svelto. «Ha ragione» e Aron gli andò dietro e, alla fine, non potei far altro che seguirli pure io, con le mie paperelle gialle che sembravano brillare nel buio del corridoio.


Arrivammo al primo piano, davanti all'ufficio di Thompson. Ethan bussò piano e Valerie ci aprì quasi subito. Appena mi vide, le si illuminarono gli occhi.


«Che pigiama grazioso!», esclamò con un sorriso.

«Grazie... anche il tuo», risposi, indicando il suo pigiama azzurro pieno di farfalle colorate.


Entrammo nello studio ed era strutturato esattamente come quello del preside, ma non c'era nessuno. La mia attenzione venne subito catturata dall'enorme acquario posizionato vicino alla scrivania. La stanza era fatta di legno dipinto di un azzurro chiaro e la scrivania al centro era di vetro.

Aron si guardò intorno confuso e si affrettò a chiedere: «Dove sono tutti?».


Valerie sorrise e indicò una soglia: «Nell'abitazione del signor Thompson, dietro questa porta. Venite».

La porta si trovava proprio dietro la scrivania di vetro; Valerie la aprì e ci fece entrare, per poi richiuderla silenziosamente dietro di noi. Non appena feci un passo all'interno, sentii alcuni ragazzi ridere e bisbigliare: «Ma che si è messa addosso?».


Inutile dire che avevo letteralmente tutti gli sguardi puntati addosso. Il professor Thompson era in piedi al centro della stanza e indossava una tuta sportiva verde scuro; dovevo ammettere che, anche in tuta, restava un bell'uomo.


«Benvenuti, soprattutto a te, Erin», esordì il professore con un tono accogliente. «Ho deciso di discutere qui perché ho un ampio divano, oltre a poltroncine e sedie. Potete mettervi dove volete, tranne su quella sedia girevole: quello è il mio posto». Io rimasi un po' a guardare tutta l'abitazione le parete erano bianche c'era una grande televisione su un mobile di vetro un enorme tappeto turche atterra al divano con un tavolino di legno blu con patatine e bibite gassate. dietro in divano c'era una cucina grigia di marmo con un isola alcuni ragazzi erano seduti là e poi c'erano due porte turchese chiuse accanto. Una era mezza aperta e si poteva intravedere il bagno e quella accanto era chiusa ma presumo che era la camera da letto.


Io annuii, cercando di ignorare i sussurri sul mio abbigliamento, e dissi: «Grazie per avermi invitato».


Mi incamminai verso il grande divano e mi sedetti in un angolo. Accanto a me c'era Gil, che non perse tempo a stuzzicarmi: «Valerie ne indossa di pigiami colorati e strani, ma mai come questo».


Lo guardai decisamente male. Gil sollevò le mani, ridacchiando: «Sto scherzando, andiamo!».

Valerie prese posto subito dopo, sedendosi vicina al suo ragazzo, e lo zittì difendendomi: «Sei tu che usi pigiami troppo da vecchio!». A quella battuta non potei fare a meno di sorridere, sentendo la tensione allentarsi un minimo.


Nel frattempo, Aron ed Ethan si accomodarono su due poltrone posizionate proprio di fronte a noi. Il professore si mise sulla sua sedia girevole e si girò nella mia direzione, incrociando le dita sulla scrivania. «Bene, signorina Riley. So che lei adesso avrà tante domande, e io sono qui per rispondere».

Sospirai, stringendomi nelle spalle. «Beh, professore... il problema è che non so proprio da dove iniziare».


«Lo so», rispose il prof con uno sguardo comprensivo. «Se non sbaglio è solamente il tuo quarto giorno qui dentro. Per questo volevo aspettare; volevo essere sicuro che fossi tu, e volevo che prima ti ambientassi un po'».

Spalancai gli occhi, colta di sorpresa. «Cosa intende dire con "che fossi io"?».


Il professore non rispose subito. Si voltò invece verso Ethan: «Bruce, passami il libro». Poi, riprendendo il volume tra le mani, guardò di nuovo me: «A che punto sei arrivata?».

«Alla prima parte della profezia dei venti», risposi prontamente.


Ethan si intromise subito, indicando le pagine: «Dove c'è l'orecchio, professore. È lo stesso punto dove sono arrivato anche io».


Il professor Thompson annuì serio e, nel silenzio assoluto della stanza, iniziò a sfogliare lentamente il libro, sotto gli occhi attenti di tutta la fazione dell'acqua.

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