Storia · capitolo 15

capitolo 15: nell'ufficio del preside

spark cage: un destino di fuoco di faby

I gradini sembravano non finire mai. Salimmo le tante rampe di scale dell'accademia, una dopo l'altra, fino ad arrivare all'ultimo piano dell'edificio, dove si trovava l'ufficio del preside. Era una zona della scuola incredibilmente silenziosa, quasi isolata dal resto delle aule; quassù, infatti, non c'erano i grandi corridoi spaziosi degli altri piani, ma soltanto uno strettissimo e minuscolo spazio che conduceva subito a quella porta di legno.

La professoressa Hurt si fermò davanti alla grande porta d'ingresso e bussò tre volte con decisione. «Preside Lennon, la disturbo?», disse a voce alta, con quel suo tono rigido che non ammetteva repliche.

Dall'interno della stanza sentimmo la voce attutita del preside che rispondeva: «Arrivo!».

Pochi istanti dopo, la pesante porta di legno si aprì con un leggero cigolio. Rimanemmo un attimo sorpresi: il preside Lennon si era presentato sulla soglia mentre si stava lavando i denti, con lo spazzolino ancora infilato in bocca e un po' di schiuma di dentifricio agli angoli delle labbra. Ci guardò perplesso, poi si tolse lo spazzolino di bocca e rimase a fissarci. «Che cosa sta succedendo?», chiese stupito non appena vide me e Aron fermi lì davanti con le teste basse. Fece un passo indietro per lasciarci spazio. «Accomodatevi pure. Nel frattempo vado un secondo in bagno a sciacquarmi la faccia».

Ci fece entrare e io mi guardai subito intorno, rapita dall'ambiente. Il suo ufficio era davvero molto spazioso, ma la cosa che saltava subito all'occhio era il suo stile un po' vintage. Tutte le pareti erano completamente rivestite di pannelli di legno scuro, che davano alla stanza un profumo caldo di carta antica e resina. Al centro esatto dominava una grande e imponente scrivania, anch'essa in legno massiccio, sulla quale erano ordinati fogli, penne d'oca e strani aggeggi metallici. Davanti alla scrivania c'erano due poltroncine di velluto destinate agli ospiti, mentre dietro si trovava la grande poltrona padronale dove di solito sedeva il preside.

Le pareti non erano spoglie: c'erano appesi moltissimi quadri, alcuni dei quali dall'aria decisamente vecchia. Si trattava probabilmente di ritratti di famiglia, dipinti ad olio che raffiguravano persone severe in abiti d'epoca. Ma tra tutte quelle tele, ci fu una foto in particolare che mi colpì e catturò la mia attenzione. Era una fotografia incorniciata con cura che ritraeva il preside da giovane: accanto a lui c'era una bellissima donna dai capelli lunghi e neri, radiosa, e insieme a loro due bambine molto piccole che sorridevano all'obiettivo. Capii subito, con una stretta al cuore, che quella doveva essere la sua famiglia.

Continuando a esplorare la stanza con lo sguardo, notai tre enormi scaffali stracolmi di libri che coprivano un'intera parete, un lungo divano di un caldo color giallo ocra che spezzava il tono scuro del legno, e un televisore parecchio grosso, decisamente un modello d'altri tempi. Accanto alla TV c'era un vecchio giradischi lucido e, sul pavimento, una grande cesta di vimini piena zeppa di dischi in vinile.

Il preside Lennon sbucò dal bagno, asciugandosi la bocca con un asciugamano. Ci guardò e accennò un sorriso imbarazzato: «Accomodatevi, ragazzi. Io vado un attimo di là a mettermi qualcosa di più decente che non sia questa simpatica vestaglia con i dinosauri».

In effetti, sopra i pantaloni indossava una bizzarra vestaglia colorata coperta di piccoli T-Rex e Triceratopi che stonava completamente con l'aria seria di quella stanza.

La professoressa Hurt, per nulla divertita, mantenne la sua espressione di ghiaccio e rispose secca: «Faccia con comodo, preside. Noi aspettiamo qui».

Il preside aprì una seconda porta che si trovava sulla sinistra della sua scrivania ed entrò. Prima che la richiudesse, riuscii a intravedere chiaramente un letto rifatto e l'angolo di un armadio. Rimasi a fissare quel punto, realizzando una cosa a cui non avevo pensato: ecco allora dove dormivano gli insegnanti e il preside! Ognuno di loro aveva una camera da letto privata direttamente all'interno del proprio ufficio, dotata di un bagno personale e presumo di altre comodità. Mi ero totalmente scordata di chiedere ad Aron questo dettaglio nei giorni scorsi, e ora mi era venuto un dubbio spontaneo sull'alloggio dei nostri docenti: chissà dove si trovava la camera del professor Santos, visto che lui, a differenza di altri, non aveva un ufficio privato in cui fare base e di conseguenza nemmeno una stanza collegata?

Cercando di scacciare quei pensieri, mi concentrai sul resto della stanza. C'era una grande finestra ad arco che si affacciava sul parco della scuola, da cui entrava una bellissima luce naturale che illuminava l'ambiente. Sotto la finestra era stata montata una lunga mensola di legno, completamente occupata da una vera e propria collezione di piante. Ne notai una carnivora — di quelle che intrappolano e mangiano gli insetti, anche se onestamente non avevo idea di come si chiamasse —, poi del basilico, del prezzemolo, persino dei piccoli girasoli in vaso e molti, anzi forse troppi, vasi di orchidee di tutti i colori possibili, dal bianco candido al viola intenso. Come se non bastasse, sul lato destro della scrivania, svettava una vera e propria palma in vaso che toccava quasi il soffitto.

Il silenzio all'interno dell'ufficio era logorante. La professoressa Hurt era rimasta in piedi vicino alla porta e non ci degnò di mezza parola; le braccia erano incrociate sul petto ed era veramente arrabbiatissima, tanto che sembrava emanare calore per la furia.

Io mi sedetti su una delle poltroncine, torturandomi le mani. Onestamente c'ero rimasta un po' male per tutta quella situazione. Mi dispiaceva tantissimo aver saltato la lezione del signor Santos: la storia della Seconda Guerra Mondiale e del coinvolgimento degli Speciali era davvero interessante e avrei voluto ascoltare come andava a finire. Inoltre, mi sentivo terribilmente in colpa per Aron. Mi dispiaceva un sacco che si fosse preso la colpa insieme a me, anche se, dentro di me, apprezzavo tantissimo quel seu gesto così nobile e protettivo. Mi faceva sentire meno sola.

«Eccomi qua», disse il preside sorridente, uscendo finalmente dalla stanza da letto dopo essersi tolto la vestaglia con i dinosauri ed essersi messo un abito decisamente più formale. Si sistemò la giacca, andò a sedersi sulla sua grande poltrona dietro la scrivania e ci guardò. «Allora, professoressa Flamin Hurt, mi dica: cosa hanno combinato questi ragazzi?».

A quelle parole, sul volto della professoressa si dipinse un'espressione a metà tra l'imbarazzato e l'infastidito. Si schiarì la voce e, con un tono piuttosto rigido, lo corresse subito: «Ehm... preside. Voleva dire Flame, non Flamin».

Il preside Lennon sgranò gli occhi, scuotendo subito le mani per scusarsi. «Sì, scusi, professoressa! Ha perfettamente ragione. Dicevo... cosa è successo di così sconcertante?».

La professoressa Hurt fece un passo in avanti, incrociando di nuovo le braccia sul petto con severità. «Se non fosse stato un fatto così grave, mi sarei occupata della punizione personalmente, com'è mio solito fare. Ma purtroppo questi due ragazzi hanno violato una delle regole più importanti dell'intera accademia: non hanno rispettato il coprifuoco ieri sera».

Il preside tese la schiena sulla poltrona, ascoltando quelle parole, poi guardò me e Aron. Il suo tono, tuttavia, rimase calmo. «Grazie, professoressa. Me ne occuperò io personalmente».

La professoressa Hurt parve sorpresa che il preside liquidasse la questione così in fretta, ma annuì. Si girò a grandi falcate verso la porta e, prima di varcare la soglia, disse semplicemente: «Arrivederci, preside».

Non appena la pesante porta di legno si chiuse alle sue spalle con un clic secco, nell'ufficio calò un attimo di silenzio. Poi, il preside Lennon si sporse in avanti sulla scrivania, ci guardò con un'espressione complice e disse a bassa voce: «È pesante, non è vero?».

E subito dopo scoppiò in una delle sue risate contagiose.

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