Storia · capitolo 3

«CAPITOLO 2- Altalene e Diplomazia»

The Mourning Crown I-Skinbound di Marta De Nile

La donna-pesce aveva scortato Leonie fino ad una stanza enorme, una specie di grande cabina armadio piena di appendiabiti dorati forniti di ruote. Non aveva avuto il tempo di analizzarla nel dettaglio, perché la guardia le aveva detto che era in ritardo. Le aveva chiesto di scegliere un vestito e lei l’avrebbe aiutata a indossarlo. Leonie aveva passato in rassegna gli appendiabiti, confusa. Non si trattava di semplici vestiti moderni. Sembravano abiti da dama medievale, con colori e pattern degni della fiera del Cosplay. Toccandoli, però, si rese conto che erano di fattura molto pregiata. Sospirò. Non era il suo stile. Tuttavia, doveva scegliere e il tempo stringeva. Scelse quello che, tra le opzioni, appariva più sobrio e semplice.Il vestito era bianco, con alcuni dettagli dorati: una cintura che copriva i fianchi, con una parte più lunga che seguiva tutta la lunghezza della gonna, il bordo dello scollo a V e alcune trecce avvolte alla spalla e all’avambraccio. Le maniche erano lunghissime, quasi a strascico. La parte superiore era aderente e la gonna, lunga fino ai piedi, scendeva dritta e morbida in pieghe sottili. La struttura dell’abito non era rigida come quella degli altri. Era morbida e fluida. Quando la donna-pesce vide quale abito avesse scelto, sembrò interdetta. Ciononostante, non disse nulla. Si limitò ad aiutarla a indossarlo. Poi aveva indicato un altissimo mobile pieno di scansie, che reggevano sandali e stivali di tutti i tipi. Era presente una scala che si poteva muovere a destra oppure a sinistra. La donna-pesce aveva detto a Leonie che, se non le piacevano le opzioni in basso, lei sarebbe salita per prenderle ciò che desiderava. “Strano” pensò Leonie. La donna-pesce parlava come se lei conoscesse o dovesse conoscere quelle scarpe a memoria. Leonie si strinse nelle spalle e afferrò il primo paio che le capitò. Si trattava di semplici sandali color cammello, decorati da due file di cerchi dorati, una più grande e una più piccola. Quando la donna-pesce le chiese quale pettinatura volesse, Leonie rispose che i suoi capelli andavano bene così. Vista l’insistenza della donna-pesce, Leonie li aveva pettinati con rapidità usando una spazzola verde con decorazioni in oro che le era stata portata da un’altra ragazza, che aveva le stesse caratteristiche che aveva visto sul suo volto allo specchio, su richiesta della donna-pesce, che aveva lasciato la stanza per una manciata di minuti. L’unica differenza era che le squame erano di un colore diverso. La scelta di lasciare i capelli sciolti sembrò perplimere la donna-pesce ancora di più. A scapito di ciò, non fece nessun commento. Infine, la scortò fuori dalla stanza. Stavolta Leonie non ebbe il tempo di prenderla sottobraccio e dovette concentrarsi sul passo veloce della donna-pesce per non restare indietro. Dopo circa quindici minuti avevano attraversato un lungo corridoio e salito parecchie scale. Leonie non era riuscita a concentrarsi sui dettagli; da ciò che aveva visto si trovava in una sorta di castello dove il colore principale era il verde, in varie sfumature, insieme all’oro e al rosso. C’erano serpenti disegnati e fiori fosforescenti ovunque. Cinque minuti dopo, la donna-pesce si fermò davanti a una grande porta in legno color Verde Primavera, decorata da un pattern di serpenti d’oro. “Siete pronta, Lady Delyrath?” le chiese, guardandola dritta negli occhi con fare grave. Leonie deglutì, poi annuì. La donna-pesce alzò un sopracciglio: non sembrava del tutto convinta. Nonostante questo, spalancò la porta e chiese a Leonie di seguirla. Leonie sgranò gli occhi: la stanza era piena di gente.

Non era in grado di capire cosa provassero riguardo al suo presunto ritardo, perché ognuno aveva un’espressione diversa. Dalla parte sinistra del tavolo erano sedute due donne dai lineamenti asiatici, con la pelle sorprendentemente gialla. Leonie non stava facendo un commento razzista: la pelle di una delle due era di un giallo banana brillante, mentre quella dell’altra era di un giallo limone sbiadito, comunque più saturo di qualsiasi colore avesse mai visto sulla pelle di qualcuno. Una delle due aveva i capelli di un azzurro ghiaccio che appariva quasi bianco, l’altra di un intenso blu ammiraglio. Sembravano furiose, in una maniera inquietante e silenziosa. I loro occhi erano ridotti a fessure e il volto era tirato, come se avessero voluto metterle le mani addosso e, per qualche motivo a lei sconosciuto, non potessero farlo. Di fronte a loro erano seduti due uomini. Anche la loro pelle aveva un colore peculiare. Il più anziano aveva la pelle color malva e i capelli color corallo, mentre il più giovane aveva i capelli ramati e la pelle viola uva. Al contrario delle donne dalla pelle gialla, sembravano molto tranquilli, con sorrisi cordiali stampati sul volto. Accanto alle donne dalla pelle gialla c’era una signora che aveva le stesse orecchie della donna-pesce. La sua pelle era blu zaffiro, mentre i capelli erano color verde petrolio. Non aveva alcuna espressione particolare: né felice, né tranquilla, né arrabbiata. Era inespressiva e neutrale al cento per cento. Le orecchie del ragazzo seduto vicino a lei avevano la stessa forma. La sua pelle era indaco, i capelli verde smeraldo. Nel vederlo, Leonie arrossì — o così le sembrò. Era davvero bellissimo e si mostrò… divertito dalla sua reazione. Leonie lo guardò per qualche secondo di troppo, cosa che lo fece sogghignare, poi distolse lo sguardo con fare imbarazzato. Accanto agli uomini con la pelle viola, invece, c’era una donna che le ricordò i vichinghi. Aveva i capelli biondo dorato chiaro, legati in una treccia laterale che scendeva dritta sulla spalla destra. Gli occhi erano grandi ed espressivi, di un azzurro-grigio intenso. Lo sguardo rifletteva una durezza che contrastava con la dolcezza della loro forma. Anche lei aveva caratteristiche innaturali, sebbene fossero più subdole rispetto agli altri presenti. Gli occhi erano contornati da piume argentate lisce e squamose, che sembravano escrescenze naturali del suo incarnato pallido. Le palpebre ne erano ricoperte, così come la zona che andava da sotto l’occhio fino agli zigomi. Sopra le sopracciglia, piume bianche vere e proprie spuntavano dal viso, espandendosi verso l’alto e ricoprendo le tempie. Le voluminose piume arrivavano fino alla testa, coprendo parte dei capelli sul lato frontale. Sembravano quasi due creste. Il collo era ricoperto da candide piume. Sul naso portava una mascherina di fattura complessa, bianca, che ricordava il becco di un’aquila. Il volto era solcato da rughe sottili attorno agli occhi, che si confondevano con le piume argentate. Sembrava infastidita, seppur non quanto le donne dalla pelle gialla. Accanto a lei c’era un giovane con la struttura facciale di un dio greco. Zigomi piatti e simmetrici, mascella squadrata, mento definito. Aveva un naso importante dalla punta dritta, con una leggera gobba nel mezzo. Gli occhi erano piccoli e intensi. La pelle aveva il colore del miele dorato, come se fosse stato baciato dal sole. I capelli erano mossi e lunghi fino alla base del collo, color rosso vino. Gli occhi erano di un ambra molto intenso. Anche lui aveva caratteristiche riconducibili a un rapace: piume nere con sfumature viola attorno agli occhi e lungo gli zigomi. Nel suo caso, non coprivano le palpebre. Erano infatti limitate alla zona sotto gli occhi e quella sotto le guance. Le sopracciglia erano fuse con le piume e non si distinguevano. A differenza della donna, le sue piume erano più contenute e aderenti al viso. La cosa più caratteristica era la barba: una sorta di baffo e pizzetto fatti di piume nere e viola, disposte in modo simmetrico sul volto. Aveva un’aria imbronciata e insieme indifferente, comunque meno tesa rispetto a quella della donna-uccello, come se fosse più un’espressione naturale che un indicatore delle sue emozioni. Al lato opposto del tavolo era seduta una signora anziana ed elegante dai capelli bianchi tagliati corti, con un viso che qualsiasi ragazza moderna avrebbe invidiato. Le proporzioni erano perfette: volto squadrato, naso piccolo all’insù e occhi felini blu zaffiro chiaro. Aveva un’espressione astuta e regale e osservava Leonie con uno sguardo acuto e impassibile. Le rughe che segnavano il suo viso non interrompevano la sua armonia. Tutt’altro. La rendevano ancora più regale e composta. Anche lei aveva dei segni particolari. La pelle di alcune zone del volto era viscida, color blu intenso, con macchie nere e rotonde che ricordavano una rana velenosa. Il resto della pelle era chiaro, sui toni del rosato.Accanto a lei c’era un uomo sui quarant’anni, ancora più bello dell’uomo piumato, ma meno affascinante dell’uomo pesce color indaco, almeno secondo i gusti di Leonie. La pelle era simile a quella della donna, coperta però da una sottile peluria nera su zigomi e guance e da una barba incolta. Le sopracciglia erano scure, spesse e arcuate. Alla fine del naso c’era un rhinarium felino, largo e nero, con vibrisse annesse. La struttura ossea era molto definita, quasi perfetta. Gli occhi erano piccoli, di un intenso azzurro ghiaccio. Dai capelli di un castano così scuro da sembrare nero spuntavano delle orecchie nere che richiamavano quelle di un leone.Dall’altro capo del tavolo era seduto un uomo con le stesse caratteristiche che Leonie aveva visto su sé stessa: squame verde smeraldo su tempie, zigomi, mento e collo, pupilla verticale. I capelli erano brizzolati, di lunghezza media, pettinati all’indietro. Il volto era molto simile al suo. Piccoli occhi nocciola, naso dritto, labbra sottili. Le sopracciglia erano quasi invisibili. La sua espressione era diversa da quella degli altri: la guardava come se la conoscesse, come se le volesse bene e al contempo fosse preoccupato per lei. La donna-pesce scortò Leonie fino alla sedia libera, posta accanto all’uomo serpente. Quando gli fu vicino, lui la fissò negli occhi con fare intenso. “Stai bene, figlia mia? Non è da te arrivare in ritardo” mormorò dunque. Leonie distolse lo sguardo. Figlia mia? Di cosa stava parlando? Non l’aveva mai visto in vita sua. Il primo istinto fu dirgli che stava sbagliando persona. Decise di non farlo. Ora che la sua unica teoria sensata era crollata, la cosa più saggia da fare era seguire la corrente, sperando che la portasse a delle risposte. Tornò quindi a guardarlo negli occhi, annuendo e sorridendogli in maniera incoraggiante, poi si sedette. In quel momento la donna-rana blu si alzò in piedi. “Vi do il benvenuto a questa riunione, richiesta da Selka Pyrelith e suo figlio Joren, Co-Leader della Contea di Ossidia, situata nello stato di Therianor.” Fece una piccola pausa, facendo scorrere lo sguardo sui presenti, poi riprese. “Nella regione che appartiene alla micro razza degli Avern. Il principe dei Fae, Erolith Fenvalur, ha invaso la loro terra dichiarando che, nonostante il suo popolo l’avesse abbandonata per trasferirsi nel continente di Secludor, non sia mai stata ceduta. Il principe Fenvalur ha specificato che per lui i patti redatti dalla gente di Communia non hanno alcuna rilevanza legale, poiché i Fae non sono stati interpellati. Per quanto lo riguarda, quelle terre appartengono a lui e a suo padre. Selka e Joren chiedono aiuto ai Leader di Communia e al Leader della Contea Ophirae di Aspidion, per trovare insieme una soluzione che convinca il principe a retrocedere, lasciando la loro terra in pace. Secondo le informazioni raccolte finora, la mossa di Erolith non ha nulla a che fare con il vero Re di Secludor, nonché suo padre, Vaelthyr Fenvalur, che ha dichiarato tramite documento ufficiale di non essere a conoscenza del piano del figlio e di non aver messo a disposizione alcuna forza bellica. Le persone che hanno aiutato il principe sarebbero volontari appartenenti a una minoranza creata e diretta da lui all’insaputa del Re. Ognuno dei Leader degli Stati di Communia ha espresso la propria opinione in merito, ed io ho espresso la mia. In quanto Co-Leader Supremo dello Stato di Therianor, spettava a me e a Drayce Volkharyn decidere come muoverci ed eleggere la proposta più adatta a risolvere il problema nel modo migliore” asserì, facendo cenno con la testa all’uomo con il volto peloso e il rhinarium. Leonie intuì che fosse il Co-Leader dello Stato di Therianor insieme a lei. Lo osservò per qualche secondo, cercando di imprimersi quel nome nella mente. Sorrise.  Almeno ora sapeva il nome di qualcuno in quella stanza. Lui le fece un occhiolino e lei distolse lo sguardo, imbarazzata. Lui rise sotto i baffi. “Non è molto professionale per essere un politico” pensò Leonie, cercando di dimenticare l’accaduto e tornando a guardare la donna-rana blu. “Non sono solita ripetermi o rallentare per nessuno. Detto ciò, Lyssara Delyrath, figlia del qui presente Draven Delyrath, leader in formazione della Contea di Aspidion, è arrivata in ritardo per la prima volta in tre anni. Vista la sua intelligenza e l’elevata capacità nel risolvere i problemi, dimostrate con costanza nelle riunioni precedenti, ho deciso che valesse la pena attendere il suo parere” concluse. “Draven Delyrath. Dev’essere l’uomo-serpente” pensò Leonie. Ora conosceva i nomi di ben due persone. Lyssara Delyrath… la donna-pesce l’aveva chiamata così prima. Dunque erano tutti convinti che Leonie fosse questa Lyssara. Leader in formazione della Contea di Aspidion, il cui leader era Draven Delyrath, suo padre. “Intelligenza, capacità di risoluzione dei problemi… sentire il suo parere.” Leonie si congelò sul posto: si aspettavano che lei esprimesse la sua opinione. Lei che non sapeva nemmeno dove si trovasse e per quale motivo tutti la scambiassero per Lyssara. Deglutì, annuendo con serietà. Ormai era in trappola. Sarebbe stato troppo rischioso rivelare la sua vera identità. La sua chance migliore per capire cosa le stesse succedendo era fingere di essere Lyssara. Doveva concentrarsi al massimo sulle parole che sarebbero state pronunciate, perché aveva davvero poco tempo per capire quale fosse la situazione. Fino a quel momento era tutto chiaro. C’erano due continenti: Communia, diviso in stati popolati da persone con caratteristiche innaturali diverse, e quello di Secludor, popolato dai Fae nominati poco prima. Il Principe dei Fae aveva attaccato una Contea occupata da altre persone perché tempo prima quelle terre erano state loro e, anche se le avevano abbandonate da tempo, il principe le considerava ancora sue. Solo una cosa non le era chiara. Quali tra i presenti erano Selka e Joren Pyrelith? Leonie sospettava fossero la vichinga-aquila e il rosso dalla barba piumata, anche se non ne aveva la certezza. “Pertanto, ognuno dei Leader di Communia ripeterà la propria proposta e io e Drayce ripeteremo il nostro verdetto, in modo tale da far capire la situazione nel dettaglio alla giovane Lady Delyrath. Vi chiedo quindi di alzarvi in piedi, enunciando nome, titolo e stato di provenienza, per poi ripetere la vostra proposta di soluzione al problema” aggiunse la donna-rana blu, tornando a sedersi. La prima ad alzarsi fu una delle due donne dalla pelle gialla, quella più giovane. “Il mio nome è Serisse Nyxthar. Sono la Co-Leader dello Stato di Aurantium, situato nel continente di Communia, insieme a mia madre Aurelia Nyxthar, seduta accanto a me. La mia soluzione è semplice e, secondo il mio modesto parere, la più efficace. Il Principe Fenvalur è un bambino che gioca a fare il grande a scapito della libertà e della serenità della gente di Communia. Noi ci occupiamo della formazione dei nostri bambini per renderli adatti al comando. Il Re Fae che fa? Permette a suo figlio di sviluppare idee espansionistiche e guerrafondaie e di costruire un esercito personale sotto il suo naso. Io e mia madre crediamo che il modo più diretto e consono per far realizzare al piccolo principe come funziona il mondo sia inviare un piccolo esercito a contrattaccare, convincendolo a fermare la sua folle crociata prima che i suoi attacchi siano un problema di tutti noi e non solo dei Leader di Ossidia” spiegò con tono asciutto. Mentre parlava, Leonie la osservò con più attenzione. I lineamenti del suo viso erano delicati e dolci, in netta contrapposizione con il suo atteggiamento e il suo stile di vestiario e di trucco. Il viso era il giusto mix tra appuntito e tondeggiante. Gli occhi erano a mandorla, gli zigomi arrotondati. Il naso era piccolo e dritto. La punta era morbida mentre le labbra erano a forma di cuore, di dimensione media. Le sopracciglia erano abbastanza sottili e i capelli blu ammiraglio erano legati dietro la nuca in un’acconciatura composta da trecce, dalla fattura complicata. Qualche ciuffo ribelle sembrava sfuggire alla pettinatura, ma a Leonie diede l’impressione di un effetto voluto. Due sottili ciocche frontali erano rimaste sciolte. Colori peculiari a parte, aveva il viso perfetto per essere la protagonista di un C-drama. Al contempo, il suo stile era più simile a quello di una trad goth o della strega cattiva di Biancaneve che a quello di una dolce e timida concubina dell’imperatore. Il corpetto del suo abito era semplice, dotato di scollo a cuore, nero. Avvolgeva alla perfezione la sua filiforme vita e il suo seno quasi inesistente. La gonna era lunga e voluminosa, a pieghe strette. Il colore principale dell’abito era il rosso sangue, interrotto da qualche striscia nera nel mezzo, ricoperto da una sottile rete di tulle nero. Le palpebre erano truccate alla perfezione da uno strato abbondante di ombretto color Borgogna, in stile smoke eye, che terminava in una punta affilata rivolta verso l’alto. Nella parte inferiore dell’occhio c’era una linea nera, anch’essa sfumata. Il blush sugli zigomi era di un nero-grigio molto pigmentato, che rendeva il viso più affascinante e minaccioso. Le labbra erano contornate di nero e abbellite da un rossetto rosso vinaccia. L’espressione provocatoria e sicura rendeva la sua bellezza ancora più disturbante, come quella di un predatore che si accingeva a studiare la preda per individuare il momento migliore per attaccare. “La nostra dichiarazione è conclusa, vi ringrazio per averci convocate e per aver ascoltato la nostra opinione” concluse con un tono sarcastico che tradiva la finta modestia. Il secondo ad alzarsi fu l’uomo dalla pelle color viola uva, il più giovane tra i due. “Il mio nome è Malachai Voidmyr e sono il Co-Leader dello Stato di Zethyrion, insieme al mio stimato collega Solon Umbraeth, seduto accanto a me. La nostra soluzione è complessa e rischiosa. Malgrado ciò, in questo caso ci sembra doveroso scegliere la strada più rispettosa e non quella più funzionale. Come tutti sappiamo, poco più di un anno fa la regina Nymeris Solenvar ha perso la vita in un tragico incidente durante una celebrazione pubblica a palazzo, insieme ad altri membri dell’aristocrazia Fae e ad alcuni collaboratori domestici. Nonostante questo, il Re dei Fae è riuscito a portare avanti il regno senza lasciare che questo innegabile trauma cambiasse il tenore di vita degli abitanti. Il Principe Erolith Fenvalur ha sempre avuto determinati ideali e sappiamo che sua madre era come una bussola morale per lui, che lo aiutava a discernere tra una buona idea e un’idea impulsiva e inconcludente. Vaelthyr Fenvalur ha dimostrato di essere un grande Re, tenendo in piedi il suo regno da solo. Possiamo davvero incolparlo del modo in cui ha gestito il problema di suo figlio? Noi diciamo che, vista la delicatezza della situazione, ciò che dobbiamo fare è un passo indietro, mandando un nostro emissario dal Re e comunicandogli che dovrà essere lui a trovare una soluzione pacifica che faccia retrocedere il figlio e il suo piccolo esercito, convincendolo a liberare la terra di Ossidia e dissuadendolo dalla sua operazione di conquista nei confronti di Communia, punendolo poi secondo il proprio giudizio. La scelta di come affrontare un figlio in lutto non dovrebbe essere affidata a dei politici, bensì al genitore”. Il suo tono era onesto e pacato e aveva un sorriso convincente stampato sul volto. Osservandolo meglio, Leonie si rese conto che sia lui sia l’uomo più anziano dalla pelle malva avevano dei lineamenti tipici dell’Africa del sud. Spostando l’attenzione dal colore della sua pelle al suo viso, si rese conto che Malachai era molto affascinante. Mascella e zigomi erano prominenti e ben definiti, gli occhi erano neri e intensi, le labbra carnose e il naso piacevole alla vista, con un profilo più morbido rispetto a quello degli altri. Era dritto, arrotondato e un po’ più largo. I suoi capelli erano lunghissimi, legati in larghe trecce che partivano attaccate alla testa fino a scendere in una cascata color rame sulla schiena e sulle spalle. Indossava una tunica viola dall’aspetto comodo, a mezza manica, larga e fluida. Ricordava lo stile arabo e aveva una decorazione argentata che partiva dallo scollo appena accennato fino ad arrivare al petto. Il ragazzo attese qualche secondo, poi disse: “Vi ringrazio per averci convocati e per aver ascoltato la nostra proposta”. Dopodiché si sedette di nuovo.  Ci fu un momento di silenzio, poi l’uomo-pesce dalla pelle color indaco, quello che secondo i gusti di Leonie era il più attraente, si alzò in piedi, prendendo la parola. “Il mio nome è Okean Vayne e sono il Co-Leader dello Stato di Thalassor insieme alla mia collega Corallya Thalantir, seduta al mio fianco. La nostra proposta è, secondo il mio parere, la più realistica e pragmatica ed è persino più elementare ed efficace di quella proposta dalla Leader di Aurantium. La politica di Communia e la collaborazione tra Stati hanno sempre funzionato in base ai patti stretti tra gli stessi nel momento della spartizione dei territori. Abbiamo sempre agito in base ad essi e questo ha aiutato Communia a diventare un continente prospero e democratico, risolvendo e affrontando con successo molte problematiche. Dunque, perché cambiare il nostro modo di agire soltanto perché stavolta la minaccia viene dall’esterno di Communia? I patti sono chiari: per quanto il problema possa diventare di tutti, per ora è circoscritto alla Contea di Ossidia. Dunque è un problema di Contea da risolvere fra Leader di Contea. La Contea Ophirae di Aspidion è quella più vicina a quella di Ossidia e le due contee sono unite da uno stretto rapporto di gemellaggio. Questo significa che, stando ai patti, Draven Delyrath e sua figlia in formazione Lyssara Delyrath hanno il dovere di raggiungere Ossidia e discutere una strategia insieme a Selka e Joren Pyrelith. Una strategia diplomatica che li porti a mediare col Principe Erolith, in modo tale che decida di ritirarsi, evitando che il problema si espanda oltre i confini della Contea. Dopotutto i Leader di Contea esistono per bloccare le minacce di questo tipo sul nascere, prima che esse diventino un problema per il proprio Stato e di conseguenza, per tutti gli altri. Una reazione troppo esagerata come quella proposta da Aurantium o evitante come quella proposta da Zethyrion manderebbe il messaggio sbagliato, facendo sentire il Principe Fenvalur ancora più legittimato nella sua missione di conquista. Agire fuori dal protocollo lo convincerebbe che siamo spaventati da lui e, di conseguenza, che lui sia una minaccia importante, aumentando il suo ego e la sua voglia di rendere Communia soggetta alla monarchia dei Fae. Trattando invece il problema come una rogna locale gli mostreremo che non siamo poi così preoccupati e questo lo farà dubitare di sé, rendendolo più ragionevole” argomentò con fare pacato e determinato allo stesso tempo. Leonie annuì. Era davvero intelligente. Il modo chiaro, conciso ed elegante in cui descriveva i concetti le fece battere il cuore e apprezzò in modo particolare l’attenzione alla psicologia applicata alla figura del Principe. La sua voce era delicata e confortante e la sua capacità di dialogare l’aveva distratta dal suo muscoloso corpo, nascosto a malapena da una canotta argentata a rete con un generoso scollo squadrato, che brillava nonostante la luce fioca. Leonie non era solita sessualizzare le persone e non era neppure una grandissima fan dei muscoli. Fu costretta ad ammettere che l’abbigliamento di Okean rendeva davvero difficile impedirle di farlo. L’effetto vedo-non-vedo del top metteva in mostra i bicipiti e gli addominali, definiti seppur non esagerati, rendendo la bellezza del viso ancora più evidente. La mascella era affilata e ben definita. Leonie ridacchiò. Tutti i ragazzi seduti al tavolo avevano una mascella simile. Tuttavia, quella di Okean aveva qualcosa di diverso. Era più marcata e sporgente, molto più squadrata. La sua struttura facciale era la più forte, peculiare e definita. Il naso era corto e importante, dalla punta affilata e diritta. Le labbra erano il giusto compromesso fra sottili e carnose, le sopracciglia spesse e ben definite. Aveva un senso dello stile davvero peculiare. Indossava dei pantaloni neri di velluto decorati da paillettes verdi molto vistose, che mettevano in risalto il colore smeraldo dei capelli a spazzola ben pettinati. “Vi ringrazio per averci convocati e per aver ascoltato la nostra proposta” concluse quindi, sedendosi di nuovo. Il prossimo a prendere la parola fu Drayce Volkharyn, l’uomo con il rhinarium e le orecchie da leone, che si rivolse a Leonie, o meglio a Lyssara (così credeva lui). “Signorina Delyrath, vi è tutto chiaro o avete qualche domanda specifica per capire meglio la situazione?” Prima che Leonie potesse rispondere, dal tavolo si udì un suono: una risata soffocata seguita da un rapido schiocco di lingua. Leonie girò la testa: proveniva da Okean. Drayce inclinò la testa di lato e lo fulminò con lo sguardo, con un sorriso sarcastico stampato in volto. “C’è qualche problema, Lord Vayne?” chiese con tono noncurante e infastidito allo stesso tempo. Okean alzò le spalle con estrema nonchalance. “Nessun problema, Lord Volkharyn. Mi domandavo solo se questa domanda venisse dalla sua cavalleria o dalla sua misoginia. Senza offesa, sappiamo tutti che la vostra natura felina spesso finisce per oscurare la vostra classe, portandovi a compiere errori di valutazione poco consoni al vostro ruolo”. Il tono di Okean era pacato e diplomatico. Nondimeno, le sue parole sembrarono colpire un nervo scoperto di Drayce, che si rabbuiò e smise di sorridere.

“Con tutto il rispetto per la sua cultura, Lord Vayne, non prendo lezioni di stile da un uomo vestito come una rete da pesca” ribatté dunque, tagliente. Lo sguardo di Leonie si muoveva dall’uno all’altro, facendole avvertire una sensazione di déjà-vu. Gli occhi blu intenso di Drayce, il suo sarcasmo malcelato, il modo in cui il volto passava da un’emozione all’altra erano in netta contrapposizione con le espressioni controllate di Okean e il suo veleno così educato e misurato. La struttura ossea di Okean… nel suo cervello si accese una lampadina. Aveva già visto due uomini con quei lineamenti discutere in quella maniera: Soren e Darian Sagginelli, i fratelli vampiri protagonisti della sua serie tv preferita, The Crimson Letters. I due erano coinvolti in un triangolo amoroso con la protagonista umana Eileen Geller e avevano caratteri opposti. Soren era compassionevole, empatico, romantico e contenuto (almeno per la maggior parte del tempo). Darian era impulsivo e caotico, più vicino alla figura dell’antieroe che a quella di un eroe classico. Quando se ne rese conto, dovette sforzarsi di non esplodere in uno squittio da topo davanti a un pezzo di formaggio enorme. Okean era identico a Soren (se Soren fosse stato blu) e Drayce era identico a Darian (se Darian fosse stato felino per metà). Non solo nell’aspetto: anche nel comportamento. Quel dettaglio rafforzò la sua teoria dell’allucinazione, anche se, pensandoci bene, avrebbe potuto anche essere in coma in quel momento e poteva essere soltanto la sua mente che elaborava tutto. Un modo a dir poco inusuale di farlo. Leonie non aveva altre spiegazioni. Ciononostante, in quel momento non aveva alcuna ipotesi alternativai. Notando la sua espressione smarrita, Okean ignorò il commento di Drayce e puntò i suoi profondi occhi grigio antracite in quelli di Leonie. “Va tutto bene, Lady Delyrath?” chiese con un sorriso dolce, accompagnato da un tono elegante ed educato che la spiazzò. Ecco perché le risultava così magnetico e interessante: le ricordava il suo adorato Soren Sagginelli, il fidanzato perfetto per ogni ragazza. Leonie annuì con lentezza deliberata, poi gli sorrise. “La ringrazio, Lord Vayne, va tutto bene. Stavo solo cercando di ricapitolare la situazione nella mia mente per individuare eventuali perplessità” rispose con prontezza, cercando di imitare il linguaggio e il tono degli altri. Se voleva passare per una di loro, doveva farlo bene. Okean annuì, soddisfatto. Subito dopo, Leonie si voltò verso Drayce. “Per quanto riguarda la sua domanda, Lord Volkharyn, mi è tutto chiaro e non ho alcun dubbio. Potete procedere con la comunicazione del verdetto” esclamò. Drayce annuì a sua volta, schiarendosi la voce e spostando lo sguardo da lei a tutti i presenti. “In quanto Co-Leader dello Stato di Therianor, spettava a me e alla mia collega Kalythra Morghast, seduta accanto a me, scegliere il modo in cui noi tutti affronteremo la minaccia costituita dal Principe Erolith Fenvalur. Dopo esserci allontanati dalla riunione ed aver discusso le varie proposte, abbiamo deciso di accogliere quella presentata dai Leader dello Stato di Thalassor. Forse non è la più lungimirante o la più efficace nel breve termine, anche se, per quanto mi duole ammetterlo, l’analisi della psicologia del Principe da parte di Lord Vayne era accurata. Erolith è istintivo e non ha alcuna conoscenza politica, agisce alimentato dal proprio ego e dalla propria arroganza. Trattare l’invasione di Ossidia come un problema di Contea e non un problema di Stato o di continente minerà la sua autostima, rendendolo più aperto al dialogo. Pertanto il nostro ordine è il seguente: saranno Draven Delyrath e sua figlia Lyssara, insieme a Selka e Joren Pyrelith, leader della Contea di Ossidia, a mediare con il Principe per risolvere la situazione, come sancito dai Patti” disse dunque, facendo una piccola pausa. “Ora, il punto spinoso della questione: signorina Delyrath, suo padre ha espresso disappunto nei confronti della decisione, sostenendo che il Principe Fenvalur sia troppo pericoloso per essere gestito soltanto da voi due e dai leader di Ossidia. Non per metterle troppo peso addosso, dopotutto lei è molto giovane ed è ancora in formazione. Ciò premesso, il suo parere può essere rilevante per la decisione finale. Dunque, lei che ne pensa?” incalzò Drayce. Leonie deglutì. Era davvero in una brutta posizione. Draven Delyrath aveva poggiato la mano sulla sua e la guardava speranzoso. Era evidente che si aspettasse che “Sua figlia Lyssara” lo appoggiasse. Per un momento, Leonie fu tentata di farlo. Poi, la parte logica del suo cervello decise per lei. Da ciò che aveva evinto dalle parole pronunciate durante la riunione, la contea Ophirae di Aspidion e quella di Ossidia erano situate nello Stato di Therianor. Selka, Joren e Draven erano leader di contea. Questo significava che Drayce e Kalythra erano i loro diretti superiori nella catena di comando. Il suo cuore si strinse per Draven. Sapeva che aveva ragione: un Principe arrogante ed egocentrico che invadeva una terra con la forza per assecondare l’utopia di conquistare un intero continente non era una persona facile con cui mediare né una minaccia da prendere sottogamba. Avrebbe voluto mettersi dalla sua parte. La sua parte razionale glielo impedì, ricordandole le parole che la donna-pesce le aveva rivolto mentre era inginocchiata a terra, nel bagno della camera dove si era svegliata. “Lyssara Delyrath, prossima leader di contea, la preferita dai cittadini”. Sarebbe davvero rimasta la preferita se avesse contraddetto i propri superiori? Kalythra aveva elogiato le capacità di Lyssara durante il discorso introduttivo. Avrebbe continuato a pensarla così se si fosse rifiutata di eseguire il suo ordine? C’era il rischio concreto che Kalythra togliesse la carica per incompetenza a Draven e Lyssara? Sospirò, chinando il capo. Ammirava il coraggio di Draven nell’opporsi ai leader del suo Stato. Ai suoi occhi, però, la soluzione era solo una: accettare il verdetto e sperare di poter gestire la situazione una volta scesi in campo. Leonie si alzò in piedi di scatto, prendendo Drayce in contropiede. “Con tutto il rispetto che nutro per mio padre e per il suo ruolo, non sono d’accordo con lui. Come espresso con efficacia da Lord Vayne, è a questo che servono i leader di Contea: contenere le problematiche prima che intacchino gli altri Stati. Credo proprio che mio padre stia essendo modesto e che noi due, insieme ai Pyrelith, riusciremo a risolvere tutto al più presto.” Fece una pausa. Che altro doveva dire? Che cosa avevano detto gli altri? Giusto… Si schiarì la voce e aggiunse: “Vi ringrazio per averci convocato e per aver ascoltato la mia opinione”. Tornò a sedersi, evitando di guardare Draven. L’uomo sembrava sotto shock, confuso. Anche tutti gli altri lo erano. Tutti tranne Drayce e Kalythra. “Così sia: sarete voi e i Pyrelith a occuparvi di questo problema” concluse Drayce, sedendosi a sua volta. Leonie notò che Kalythra sorrideva, come se fosse fiera di lei, e questo le scaldò il cuore. Sembrava che, dopotutto, avesse fatto la scelta giusta. Ora veniva la parte difficile: far funzionare la sua copertura. Come avrebbe fatto a mediare con il Principe, convincendolo a lasciare Ossidia e abbandonare le sue idee espansionistiche, quando non aveva mai fatto nessun altro lavoro tranne quello di commessa in una libreria cittadina? “Questo è il dilemma” disse Leonie a sé stessa, sperando che la sua espressione non tradisse l’incertezza e la preoccupazione che provava a riguardo. Quando Drayce si sedette, Kalythra si alzò, prendendo la parola e rivolgendosi a Leonie: “Lady Delyrath, sono davvero sorpresa dall’assertività e dalla disponibilità che avete dimostrato in questa riunione. Sembrerebbe che il tempo stia mitigando il suo carattere indomito, donandole ciò che le mancava per essere un leader completo: la diplomazia. Qualsiasi cosa abbia portato a questo brusco cambio di rotta, sappia che siamo fieri di lei” commentò. “La ringrazio davvero, Lady Morghast. La vostra approvazione e quella dei cittadini di Aspidion sono ciò che conta di più per me” rispose Leonie senza pensarci troppo. Quelle parole sembrarono mettere il sale sulle ferite di Draven, che abbassò gli occhi sul tavolo. La donna-pesce, appoggiata con una gamba al muro situato alla destra di Leonie, stava scuotendo la testa, con le braccia conserte e le sopracciglia aggrottate. Leonie sospirò: a quanto pareva le persone più vicine a Lyssara sospettavano ci fosse qualcosa di diverso in lei. Un’onda di pentimento la travolse. Sapeva che non era giusto impersonare Lyssara approfittandosi del fatto che tutti la scambiassero per lei. D’altro canto, che altro avrebbe potuto fare? Non sapeva dove si trovasse, non conosceva la politica di quel posto e, cosa più importante, non sapeva nulla di Lyssara. Come avrebbe mai potuto essere convincente al primo tentativo? Mentre il cervello di Leonie cercava di trovare un modo per affrontare la situazione, Kalythra continuò a parlare: “Per oggi è tutto. Il prossimo passo sarà far incontrare il Re Fae Vaelthyr Fenvalur con Draven Delyrath, Lyssara Delyrath, Selka e Joren Pyrelith per comunicargli come abbiamo deciso di agire e concordare una strategia iniziale. Verrete aggiornati tramite un messaggio ufficiale da parte nostra dopo che la riunione sarà avvenuta. Vi ringrazio per aver partecipato e per aver condiviso con noi le vostre proposte ed opinioni. La seduta si aggiorna” concluse. Tutti quanti si alzarono e cominciarono a salutarsi stringendosi le mani e facendo inchini. Leonie si alzò con fare meccanico e li copiò, stringendo le mani degli altri a sua volta e inchinandosi. Nel momento in cui Okean le strinse la mano, i loro occhi si incontrarono e un sorriso ebete si formò sul suo viso, cosa che divertì e lusingò il ragazzo, o meglio l’uomo. Il suo aspetto suggeriva che avesse almeno trent’anni, se non di più. Finito il tempo dei saluti, Draven seguì gli ospiti per scortarli all’uscita e Leonie rimase di nuovo sola con la donna-pesce. Sembrava più guardinga rispetto a prima e ancora più preoccupata. Leonie si alzò in piedi. Era l’ultima rimasta. Diede un’occhiata alla sala per evitare lo sguardo analitico della donna-pesce il più a lungo possibile. Come la camera in cui si era svegliata, era di fattura antica, sebbene l’architettura fosse diversa. Non erano presenti né colonne né archi. La stanza era rettangolare e piena di finestre di medie dimensioni, che facevano entrare la luce del sole. Nonostante questo, l’illuminazione era abbastanza bassa. Il soffitto era finemente decorato e il tavolo era in giada, gambe comprese. Persino le sedie lo erano. La base del tavolo e delle sedie era scura, di un verde foresta che tendeva quasi al nero, attraversata da venature smeraldo. Sul tavolo c’erano vari vasi di fiori di tonalità diverse di verde. Anche i fiori erano di forme e colori diversi: alcuni erano fosforescenti come la saponetta che aveva trovato in bagno, altri semitrasparenti. Le piante non erano molto grandi, probabilmente per permettere a chi si sedeva di vedere bene in viso le persone con cui avrebbe interagito. Per il resto, il tavolo era vuoto. Il pavimento era coperto da un tappeto con lo stesso simbolo che aveva visto nel centro della camera e sul petto dell’armatura della donna-pesce. I muri erano color verde acqua, decorati da vari tipi di serpenti rossi e dorati, così dettagliati che potevano essere soltanto stati dipinti a mano. Dopo circa un minuto (forse due), la donna-pesce si schiarì la voce, distraendo Leonie dalla sua analisi e spingendola ad alzarsi in piedi. Si girò verso di lei con un’espressione rassegnata e smarrita, come per chiederle: “Qual è la prossima mossa?”. Questo sembrò turbare la donna-pesce per qualche motivo. Sgranò gli occhi, prendendo Leonie sotto braccio per prima e scortandola in silenzio fuori dalla sala.


Adelheid sedeva dietro al bancone della libreria, reggendo una tazza contenente una tisana alla lavanda e vaniglia. L’espressione smarrita e le mani tremanti tradivano la sua profonda tristezza e la preoccupazione per la sua dipendente. Erano ormai tre anni che Leonie lavorava per lei e fino a quel momento non aveva mai assistito a una sua ricaduta. Quando era andata a suonare alla sua porta, non si aspettava di trovarla in stato confusionale e di certo non si aspettava di trovarla durante un episodio dissociativo. All’esterno Adelheid poteva apparire anaffettiva. La verità, però, era diversa. Si era davvero legata a Leonie, fin dal primo momento. Una ragazza che studiava per diventare psicologa,che aveva visto la sua vita mutare per colpa di una malattia mentale, spaventandosi tanto da decidere di lasciare gli studi, trasferendosi in una città più piccola e accettando un lavoro meno pagato, considerato più sicuro, in una libreria locale: la sua. Era sempre stata fiera della calma resilienza di Leonie nel farsi andare bene una vita che non aveva scelto, pur rimanendo grata, educata e rispettosa. Adelheid teneva a Leonie più di quanto manifestasse ed era per questo motivo che sapeva che i sintomi dissociativi mostrati dalla ragazza erano molto più preoccupanti di una semplice ricaduta del disturbo che le era stato diagnosticato anni prima, dopo un esaurimento nervoso caratterizzato da una forte psicosi. I sintomi del Disturbo Delirante Cronico non avevano nulla a che vedere con la dissociazione o l’insorgere di “personalità alternative”. Il disturbo delirante era una forma di delirio cronico basato su un sistema di credenze illusorie che il paziente considerava vere, resistenti a ogni tipo di critica, alterando il suo approccio con la realtà. Nulla a che vedere con il Disturbo Dissociativo dell’Identità, che invece era una condizione complessa in cui una persona sviluppava due o più stati di personalità distinti, detti “alter”, spesso accompagnata da amnesia o vuoti di memoria. Adelheid cercò di riflettere. Il comportamento di Leonie non sembrava avere nulla a che fare con la sua diagnosi. Se Leonie avesse avuto qualche credenza infondata nei confronti di Adelheid che l’avesse spinta a reagire in quel modo, tutto avrebbe avuto più senso. Purtroppo, però, non era andata così. Leonie aveva detto: “Io sono Lyssara Delyrath, non conosco lei e non conosco nessuna Leonie”. L’aveva chiamata “Signora” tutto il tempo, come se non l’avesse mai vista prima. Questo episodio sembrava coincidere più con lo sviluppo di una personalità alternativa con amnesia sistemica che con una ricaduta. Questo poteva significare che la diagnosi di Leonie non fosse in realtà esatta e quindi che i farmaci che stava prendendo non fossero davvero adatti a curarla, oppure che il disturbo fosse peggiorato mutando in un altro disturbo. Sempre che fosse possibile. Adelheid era una donna colta, acculturata e capace, ma non era di certo una psichiatra. Anche se non ci voleva uno psichiatra per capire che quell’episodio non era in linea con il quadro clinico di Leonie. Si guardò intorno sconsolata. Un mese senza Leonie. E non perché si fosse presa una meritata vacanza: perché stava perdendo sé stessa in una maniera ancora peggiore di quanto non si fosse persa prima. La libreria “Hüter des Wissens” aveva un nome altisonante che significava “Guardiani della Conoscenza”, in contrasto con la semplicità del locale.   Era piccola e accogliente. I muri erano spogli, ricoperti da pannelli in legno di palissandro. Il pavimento era composto da piccole e ordinate mattonelle color terracotta e risultava quasi invisibile all’occhio. I muri erano quasi del tutto coperti dagli scaffali pieni di libri. C’era un piccolo atrio in cui era posta la cassa, una semplice scrivania grigia con un computer e nessun oggetto personale. L’atrio era caratterizzato da tavoli pieni di libri impilati con ordine e librerie più basse. Due gradini portavano alla sezione dove le librerie erano più alte, in cui quasi non c’era spazio per camminare. La libreria non aveva alcun odore particolare, solo quello dei libri e del pulito. Era un posto intimo e familiare che Adelheid e la stessa Leonie vedevano come un rifugio. In quel momento, la vista non confortò in alcun modo l’animo di Adelheid. Sospirò piegandosi sotto la scrivania per aprire un piccolo mobile in legno dotato di due cassetti, estraendo una piccola agenda rossa: quella che conteneva i numeri d’emergenza. Tra quei numeri c’era quello dello studio della dottoressa Freya Weindorf, la psichiatra che seguiva il caso di Leonie.Le piangeva il cuore.Tuttavia, sentiva di  non avere  altra scelta. Se lei, la persona più vicina a un’amica che Leonie avesse, si fosse arrogata il diritto di ignorare la situazione, c’era il rischio che Leonie fosse internata con la forza. Cosa sarebbe successo se Leonie avesse trattato in quel modo qualcuno che non fosse comprensivo come lei? Come, ad esempio, la sua coinquilina Annika? Leonie e Annika non erano amiche e tra loro correva dell’antipatia: Adelheid lo sapeva benissimo. Leonie si lamentava spesso di Annika. I loro caratteri erano incompatibili e come se non bastasse, Leonie tendeva a essere sadica nei confronti di Annika, organizzando piccole vendette domestiche per pareggiare i conti, visto che Annika viveva la vita a cui Leonie aveva dovuto rinunciare e per questo Leonie nutriva una forma di invidia abbastanza forte nei confronti di Annika. Al contrario di Adelheid, era probabile che Annika non volesse bene a Leonie. Questo significava che, se Leonie l’avesse trattata in quel modo o peggio, avrebbe chiamato la polizia e la vita di Leonie sarebbe peggiorata di nuovo.
Non poteva lasciarlo accadere, non dopo aver visto con quanta tenacia Leonie aveva cercato di ricominciare. 


Estrasse lo smartphone dalla borsa, aprì l’agenda e la sfogliò fino a trovare il numero. “Dottoressa Freya Weindorf: +49 0624 179 1196”. Fissò la scritta, inspirando, espirando e bevendo qualche sorso di tisana per poi appoggiarla sulla scrivania. Poi il suo sguardo divenne determinato. Annuì tra sé e sé come per farsi forza. Dopo un momento, cominciò a digitare il numero sulla tastiera.  Il telefono squillò per qualche secondo, poi una voce fresca e giovanile rispose: “Studio della dottoressa Weindorf. Sono Franziska, come posso aiutarla?” Adelheid si schiarì la gola. “Mi chiamo Adelheid Reinhardt, sono la datrice di lavoro di Leonie Delbrück, una paziente di lunga data della dottoressa Weindorf. Ci tengo a precisare che non chiamo per presentare un reclamo ufficiale nei suoi confronti. Ho chiamato solo perché ci tengo a lei e sono molto preoccupata”, spiegò  Adelheid con voce asciutta e diretta,permeata d’urgenza. Franziska sembrò interdetta. Il suo tono di voce cambiò da gioviale a cauto. “Capisco, Signora Reinhardt. Di cosa si tratta nello specifico?”, chiese Franziska. Adelheid sospirò, poi aggiunse: “Io non sono una psichiatra . Ciò premesso, conosco alcuni disturbi, leggo molto e mi piace documentarmi su tutto. Da ciò che ho capito, la diagnosi di Leonie non ha nulla a che fare con la ricaduta che sta avendo. In poche parole, ha avuto un episodio in cui mostra sintomi non congrui con la sua diagnosi” proseguì. Un altro momento di silenzio da parte di Franziska. “Penso sia meglio che lei parli con la dottoressa”, concluse dunque. Adelheid tirò un sospiro di sollievo, contenta che la segretaria avesse capito la gravità della situazione. “La ringrazio, Franziska. Buona giornata e arrivederci”, la congedò con tono neutro ma educato. “Buona giornata anche a lei”, le fece eco Franziska. 

Poco dopo, il telefono squillò una seconda volta. “Dottoressa Freya Weindorf, chi parla?” La voce della donna dall’altro capo del telefono era cortese e autoritaria al contempo. Le spalle di Adelheid si rilassarono. Dalla voce la donna sembrava essere abbastanza matura, poco più giovane di lei. Questo significava che non era una novellina, bensì una dottoressa con molta esperienza. Inoltre, la voce sembrava molto professionale. Adelheid aveva abbastanza anni per sapere che l’apparenza di rado coincideva con la realtà. Aveva però bisogno di sentirsi rassicurata e il fatto che la sua prima impressione della dottoressa Weindorf fosse positiva la fece sentire meglio. “Salve, dottoressa. Sono la datrice di lavoro di una sua paziente, Leonie Delbrück. Cinque anni fa ha avuto un esaurimento e le è stato diagnosticato un Disturbo Delirante Cronico. Ha sofferto di deliri per due anni, poi si è rimessa e negli ultimi tre anni è stata in remissione attiva grazie alle cure da lei prescritte. Stamattina non si è presentata al lavoro, così sono andata a trovarla per chiederle cosa era successo, dato che lei è molto puntuale e diligente e non salta mai un turno senza avvisare. Credevo stesse avendo una ricaduta. Ciò che ho visto è persino più preoccupante, dal mio punto di vista. Leonie delirava e  non nel modo in cui lo farebbe una persona affetta da Disturbo Delirante. Era come se avesse un’altra personalità. Si è presentata come Lyssara Delyrath, affermando di non conoscere me e di non sapere chi fosse Leonie. Quando le ho chiesto di tornare a lavorare per incoraggiarla, lei mi ha riso in faccia ed ha detto che non lavora e che dirige una Contea insieme a suo padre. Non chiamo per presentare un reclamo.Ho deciso di farlo  perché sono preoccupata. Sono la persona più vicina a un’amica che Leonie ha. Non va d’accordo con la sua coinquilina ed è fondamentale che qualcuno di autorevole le spieghi come comportarsi con Leonie per impedire che chiami la polizia davanti al suo comportamento anomalo. So che non spetta a me giudicare. Malgrado ciò, non riuscivo a starmene con le mani in mano guardando questa ricaduta distruggere tutto ciò che Leonie ha cercato di costruire” disse tutto d’un fiato, con la voce che tradiva le sue emozioni. Ci fu una lunga pausa. “Capisco. Non si preoccupi, lei ha fatto benissimo a chiamarmi, questa era la cosa più giusta che potesse fare. Mi serve un recapito della coinquilina di Leonie ed è molto importante che la convinciate in qualche modo a venire nel mio studio prima che la situazione peggiori. Lei ha ragione da vendere. I sintomi della malattia di Leonie non includono dissociazione o amnesia. Per questo deve essere visitata al più presto”, ribatté la dottoressa. “Certamente, il numero di Annika è +4917683472901”, rispose Adelheid, dopo aver sfogliato l’agenda per qualche secondo. “La ringrazio, signora…”, disse la dottoressa.Solo in quel momento Adelheid si rese conto di non aver comunicato il suo nome.“Adelheid Reinhardt” mormorò.  Ci fu qualche altro secondo di pausa.“Non le dispiace se mi segno il suo numero e se la contatto per avere aggiornamenti sullo stato di Leonie, giusto?”, chiese la dottoressa. “No, nient’affatto. Cercherò in tutti i modi di aiutare e andrò a parlare con Annika a mia volta per spiegarle quanto sia vitale che Leonie si faccia visitare da lei il prima possibile”, esclamò  Adelheid. “Perfetto. La ringrazio davvero tanto, signora Reinhardt. Lei ha un buon cuore e un grande cervello. Non è da tutti cogliere dei segnali così sottili e conoscere bene patologie complesse come quella di Leonie. La ragazza è molto fortunata ad averla nella sua vita”, aggiunse la dottoressa, con una punta di rispetto. Questo fece sorridere Adelheid. “La ringrazio, Dottoressa Weindorf. Spero davvero che riuscirò a portare Leonie da lei”, asserì. “Non ho nessun dubbio sul fatto che, se qualcuno può gestire questa situazione, quel qualcuno sia proprio lei. Non si preoccupi, capiremo cosa le sta succedendo e riusciremo a farla tornare in sé. Ora devo andare, è meglio che io contatti Annika al più presto per evitare incomprensioni inutili fra lei e Leonie. Per qualsiasi cosa, mi trova qui”, concluse. “Grazie mille, davvero… di tutto. Non esiterò a chiamare se dovessi avere altre difficoltà. Le auguro una buona giornata”, disse Adelheid, schiacciando il tasto rosso e mettendo fine alla telefonata. Le parole della dottoressa l’avevano calmata e ora sentiva che il peso sul suo petto era più leggero. Tornò alla sua tisana, cercando di ragionare per trovare il modo di condurre Leonie allo studio della dottoressa per effettuare quella visita. 


Dopo che la strana donna che l’aveva scambiata per Leonie se ne fu andata, Lyssara proseguì l’esplorazione di quella che, viste le nuove informazioni, sembrava essere una semplice casa. Nessuna delle porte o delle finestre (come ad esempio quella posta vicino alla porta d’ingresso che illuminava il corridoio) aveva sbarre e le porte erano tutte aperte. Non coincideva con la teoria della cella o della prigione. Quindi, per quale motivo era stata portata via dalla sua camera se non per essere tenuta in ostaggio? La situazione diventava più bizzarra ogni secondo che passava. Persa nei suoi pensieri, si diresse verso la porta alla sua sinistra, percorrendo un piccolo tratto dell’angusto corridoio. La stanza in cui stava per entrare era di fronte alla sala che aveva analizzato prima dell’interruzione della donna. Aprì la porta con cautela, trovandosi davanti a un bagno persino più piccolo della camera\cella in cui si era svegliata. Il pavimento era composto da piastrelle larghe e scure, color grigio grafite. Il muro invece, era bianco. La maggioranza delle pareti era liscia, tranne l’ultima che era composta da piastrelle rettangolari bianche. La doccia era semplice, fatta di vetro trasparente, con una grande maniglia posta sul primo pannello. A meno di due passi dalla doccia c’era un pratico lavandino dalla forma squadrata, dotato di due cassetti in legno. Il rubinetto era nero. Sopra il lavandino c’era un semplice specchio rettangolare privo di abbellimenti. Mentre passava davanti allo specchio per esaminarlo, Lyssara saltò in aria dallo sbigottimento. Che cosa era successo alla sua faccia? Si avvicinò alla superficie riflettente, stropicciandosi gli occhi e sperando di aver visto male. Purtroppo non era così. Le squame che da sempre ricoprivano il suo volto erano scomparse. La pelle era liscia e rosea, priva di qualsiasi segno particolare. Avvicinandosi si accorse che la sua pupilla non era più verticale, bensì rotonda e sorridendo si rese conto che non aveva più i suoi canini da serpente e nemmeno la sua lingua biforcuta. Fece un passo indietro, inorridita. I lineamenti erano rimasti gli stessi ed anche i colori. Gli occhi erano ancora nocciola e i capelli erano ancora mossi, color rossiccio-dorato. Tuttavia erano più corti anche se di pochi centimetri e tenuti peggio. Erano più secchi del solito e i boccoli naturali erano meno definiti e voluminosi. Inoltre si rese conto di essere più bassa di quasi venti centimetri. Come era possibile? Chi le aveva fatto questo? Il sangue le ribollì dalla rabbia. Strinse i pugni, allontanandosi alla svelta dalla stanza. L’ispezione del resto della casa poteva aspettare. Avrebbe cercato qualcosa di decente da indossare, qualcosa di diverso da quella orrenda tuta-maglione beige che per qualche motivo stava indossando. Si diresse con passo spedito verso la camera da cui era venuta, dritta verso il cassettone bianco. Come sospettava, i cassetti erano pieni di vestiti. Vestiti orribili, che persino una domestica si sarebbe rifiutata di indossare a Communia. Nessun vestito intero, solo pantaloni e maglioni di colori neutri, fatti di tessuto scadente. Uscì dunque dalla stanza lasciando i cassetti così com’erano. Girandosi verso sinistra, si rese conto che accanto alla stanza in cui si era svegliata ce n’era un’altra. Spalancò dunque la porta, entrando in fretta e furia. Una volta entrata, rimase stupita, per la prima volta in modo positivo. Uscire dalla stanza dove il grigio regnava ed entrare in quella in cui si trovava dava la sensazione di aver attraversato un portale interdimensionale. Le pareti erano color rosa bubblegum pieno e saturo, non pastello. Il pavimento era composto da mattonelle color rosa confetto chiaro. Il rosa non era fra i colori preferiti di Lyssara e la stanza era della stessa dimensione dell’altra.Tuttavia,  guardandosi intorno e scordando per un momento ciò che era successo alla sua faccia, apprezzò l'originalità dei colori e del mobilio. Anche in questo caso il letto prendeva la maggior parte dello spazio ed era a due piazze. Era adornato da una coperta pelosa dello stesso colore dei muri e da tre cuscini quadrati. Quello nel mezzo era di un rosa sbiadito tendente al bianco, mentre i due ai lati avevano lo stesso colore di base ma erano abbelliti da eleganti ghirigori floreali neri. Dietro al letto c’era una specie di sipario trasparente, dello stesso colore delle pareti e della coperta. Alzando la testa, Lyssara vide il complesso lampadario appeso al soffitto. Nonostante fosse evidente che non fosse un accessorio di lusso, aveva classe. Era dello stesso rosa delle pareti e della coperta. Ai lati del letto c’erano due piccoli comodini bianchi. Su quello a destra c’era un rettangolo rosa con un disegno argentato: una mela con un angolo morso. Sul comodino a sinistra c’era una foto raffigurante una ragazza con lunghi capelli lisci biondo platino, una struttura facciale definita e invidiabile e un paio di occhi azzurri come il cielo. Accanto a lei c’era un ragazzo altrettanto bello, che emanava un’aria di lucente fascino. Anche lui aveva un viso abbastanza definito ed aveva capelli castano chiaro e occhi ambrati. Era parecchio più alto rispetto alla ragazza e sembravano felici. Davanti alla foto c’erano varie boccette di profumi di forma diversa. Sulla parete di fronte al letto c’era un grande armadio con la porta scorrevole, come c'era da aspettarsi, rosa. Decise dunque di aprirlo. Qualcosa le diceva che chiunque fosse la proprietaria (o il proprietario) di quella camera aveva molto più buon gusto rispetto a quello (o quella) della stanza accanto. Quando aprì l’anta scorrevole ne ebbe la conferma. I vestiti contenuti in quell’armadio non erano il suo stile ed erano comunque diversi da quelli che era abituata a vedere a Communia.Sebbene fossero fatti di materiale altrettanto scadente, avevano un tocco di stile che non poteva passare inosservato. Certo, erano troppo sgargianti, corti e scollati perché Lyssara li potesse indossare.Se non altro aveva trovato l’armadio di qualcuno che aveva del gusto estetico di un certo livello, a scapito dell’evidente povertà (nessuno di ceto medio o alto avrebbe accettato di vivere in quella casa), il che non era cosa da poco. Se non altro la persona che aveva decorato quella stanza non aveva la rassegnazione e la passività di quella che si era occupata dell’aspetto dell’altra. Scuotendo la testa, tornò a concentrarsi sui vestiti appesi nell’armadio. Doveva trovare qualcosa da indossare che fosse abbastanza in linea con il suo stile, alla svelta. Doveva uscire da quella casa e andare in cerca di risposte su quel posto. Doveva capire dove si trovava e a quale razza appartenesse la gente di quel posto,poiché non assomigliava a nessuna delle razze che Lyssara conosceva e anche se quelle risposte da sole non sarebbero bastate per capire cosa le fosse successo o cosa ci facesse lì, avere delle delucidazioni sarebbe comunque stato un inizio.


Dopo aver passato in rassegna tutto l’armadio, scelse quattro capi e li tolse dalle grucce, appoggiandoli al letto. Aveva scelto quelli con colori meno saturi e vistosi e in qualche modo, più coprenti. Li avrebbe provati in ordine di preferenza, da quello che le piaceva meno a quello che le piaceva di più. Il primo, quello che la convinceva meno, era color ceruleo. Maniche lunghe, profonda scollatura a V, gonna arricciata lunga solo fino a inizio coscia. Guardandosi nello specchio a figura intera posto vicino alla finestra a sinistra del letto, aggrottò le sopracciglia. Quel vestito non faceva per lei. La taglia era simile. Malgrado ciò, sul suo corpo il vestito non era abbastanza aderente e il fatto che avesse un seno così piccolo non si sposava bene con la scollatura. Lo tolse, gettandolo a terra e lasciandolo davanti allo specchio. Il secondo vestito era color borgogna, senza scollatura. La struttura era molto simile: le maniche erano comunque lunghe e la gonna era persino più corta, arricciata. L’abito era ancora più aderente. ll fatto che avesse il collo alto si sposava però meglio con la sua figura e il fatto che fosse più aderente dava un effetto più naturale. Nonostante questo, Lyssara scosse la testa di nuovo, lanciandolo a terra vicino all’altro. La gonna era davvero troppo corta. Il terzo era diverso dai primi due ed aveva un grande vantaggio: era color verde foresta. Lyssara adorava il verde. Tuttavia, dopo averlo indossato, decise che non era quello giusto. Era meno scollato del primo, ma era comunque fatto per mettere enfasi sul seno e il suo fisico non riempiva bene quella scollatura. Anch’esso aveva le maniche lunghe, proprio come gli altri. Era però meno aderente, rendendolo uno dei più sobri.La gonna era ancora troppo corta e la sua forma metteva Lyssara in imbarazzo. Era perpendicolare invece che dritta, formando una specie di spacco e rendendo la gonna ancora più corta alla vista. Lo tolse e lo lanciò a terra, insieme agli altri. Lyssara sospirò: era rimasto soltanto un vestito da provare. Quando si vide riflessa dopo averlo indossato, sorrise. Sembrava che avesse trovato un vincitore. Aveva un’aria meno urbana e provocante rispetto agli altri. Era un tubino nero dallo scollo dritto, aderente e caratterizzato da pieghe orizzontali appena accennate, dalle lunghe maniche a palloncino. La gonna era comunque troppo corta per i suoi gusti, per il momento poteva andare. Inoltre, il colore nero era perfetto per camuffare il fatto che l’abito le stesse un po' largo. Era quasi pronta per uscire, quando, avvicinandosi all’armadio per chiuderlo, notò una scatola nella parte inferiore, sotto i vestiti. La scatola era grande, color crema e sopra era stampato… un serpente oro. Senza pensarci due volte, Lyssara mise la scatola sul letto (ormai libero) e la aprì. Qualcosa le diceva che il contenuto di quella scatola le sarebbe stato molto utile. 


Rimuovendo il coperchio, le si illuminarono gli occhi: il vestito piegato nella scatola sembrava essere stato creato apposta per lei. Lo estrasse, con un ghigno soddisfatto sul viso. Lo stese sul letto per esaminarlo meglio. L’abito era color verde foresta. Aveva uno stile fluido con effetto drappeggiato, impreziosito da un inserto stampato a serpente sul davanti, con tanto di squame dal contorno nero. Lo indossò, guardandosi allo specchio. Era a dir poco perfetto. Certo, lo scollo a V era un po’ troppo profondo e la costante della gonna lunga fino a metà coscia rimaneva un problema. Lyssara decise di essere  disposta ad ignorare il tessuto ancora più scadente degli altri e i problemi tecnici. Quel vestito le ricordava casa. Le ricordava la natura Ophirae che in qualche modo chi l’aveva catturata e portata lì le aveva rubato. Questo per lei era molto più importante del fatto che il vestito le stesse un po’ largo e non aderente al massimo o che il taglio non valorizzasse al massimo la sua silhouette. Quel vestito rappresentava la sua personalità.  Annesso al vestito c’era un mantello dorato che poggiava sulle spalle. Tornando a guardare nella scatola vide una cintura morbida e dorata con un motivo geometrico composto da una linea squadrata che creava una sorta di labirinto. La indossò e guardandosi, si accorse che in quel modo il vestito sottolineava meglio la sua vita esile, migliorando l’effetto generale che l’abito produceva sul suo corpo. C’erano anche dei sandali argentati con una chiusura complicata che si avvolgeva in cerchio attorno alla caviglia fino ad estendersi a poco sotto il ginocchio. Tornando alla scatola, trovò un copricapo dorato (anche se era evidente che non fosse oro vero) formato da un cerchietto come base con attaccata una costruzione fatta di vari serpenti attorcigliati tra loro, rivolta verso l’alto. Stava per chiudere la scatola quando si imbatté in qualcosa che la lasciò ancor più sbigottita. Si trattava di fogli bianchi con delle squame color smeraldo sopra, identiche a quelle che lei aveva perso.


Girò il foglio e lesse le istruzioni: bastava poggiare il foglio con la parte delle squame sulla pelle e passarci sopra una spugna bagnata per ottenere le squame. Lyssara lanciò il vestito nero che aveva indossato in precedenza davanti allo specchio come gli altri e si diresse verso il bagno. Applicò i fogli con le squame sulle guance, sulle tempie, sul mento e sul naso e vedendo il suo riflesso, si emozionò. Sembrava quasi la Lyssara di sempre. Spogliandosi aveva notato che anche le squame sul suo corpo erano sparite. Non c’erano abbastanza fogli per il resto del corpo, quindi le aggiunse soltanto sulle clavicole. Si guardò allo specchio con ritrovata spavalderia e una forte determinazione: il ritorno ad un aspetto quasi Ophirae le aveva dato la carica che le mancava ed era pronta ad andare fino in fondo a quel mistero, al fine di recuperare i propri tratti somatici e tornare a casa sua, nella Contea di Aspidion, al più presto. Non prima di aver punito chiunque l’avesse portata in quel posto con quelle creature dalla razza indefinita e che in qualche modo le aveva sottratto i suoi segni particolari.


Scosse la testa: la punizione del colpevole sarebbe stata il gran finale. Adesso era ora di muovere il primo passo. Camminò fino alla porta color azzurro carta da zucchero, la spalancò con un rapido gesto che conteneva a malapena la sua premura, poi la richiuse.Una volta fuori, si guardò intorno. Il paesaggio era grigio e deprimente, quasi privo di vegetazione. Anche se, tutto sommato, non era così male. Era ordinato e pulito e gli edifici avevano un’architettura precisa e caratteristica. Nonostante questo, le fu ancora più chiaro che non si trovava né a Communia né a Secludor. Lei non aveva mai visitato le isole dei Fae. Sapeva comunque abbastanza da essere   sicura che una terra appartenente a Elfi, Fate e Folletti non potesse essere priva di vegetazione. Per quanto riguardava Communia, le foreste circondavano ogni singola città di ogni singolo Stato membro della coalizione. Dalle finestre si potevano vedere alberi maestosi, sempreverdi e meravigliosi fiori di ogni colore esistente. I sentieri erano fatti di marmo colorato e non di… qualsiasi fosse il nome di quel materiale duro e grigiastro di cui era fatta la strada che stava percorrendo. Sospirò. La città stessa sembrava esserle ostile. Strane vetture dotate di ruote, dall’aria antiquata, le sfrecciavano accanto producendo un disgustoso fumo puzzolente. Le persone erano vestite in modo inusuale. A Communia persino la plebe si sforzava di essere elegante e presentabile. Gli esponenti di questa razza mai vista, invece, sembravano smunti e impersonali quasi quanto la loro città. Strinse i pugni. Ciò che stava vedendo non cambiava nulla. Anzi: era un ulteriore incentivo per andare in fondo alla faccenda e tornare nella sua meravigliosa contea piena di marmo, fiori e persone vestite a modo, che le portavano rispetto e non l’avrebbero mai scambiata per qualcun altro, soprattutto non per una lavoratrice subordinata con orribili vestiti monocromatici che viveva in una casa tanto piccola che avrebbe fatto venire la claustrofobia  ad un folletto.

Accelerò il passo. Il momento di osservare era finito. Ora, bisognava agire. Era una delle prime lezioni che aveva imparato durante il tirocinio come Futura Leader eletta dai civili della Contea di Aspidion. Ogni operazione politica doveva seguire una certa struttura, composta da vari passaggi. Il primo era il più noioso e difficile per una persona dal carattere al contempo pratico ed esplosivo come Lyssara e anche uno dei più importanti. L’osservazione doveva essere accurata ed approfondita. Bisognava assorbire ogni dettaglio che potesse essere utile e imprimerlo a fuoco nella propria mente. Il secondo passo era l’analisi. Una volta raccolti tutti i dettagli che potevano essere utili bisognava farsi un’idea della situazione che fosse il più chiara ed accurata possibile. Poi c’era il terzo passo, l’ipotesi. L’ipotesi doveva essere abbastanza vicina alla verità, basandosi non solo sull’analisi di ogni dettaglio e sulla conseguente ipotesi,bensì su una combinazione delle due cose. Lyssara aveva già superato quelle tre fasi. Aveva osservato, analizzato e scelto l’ipotesi più realistica in base alle informazioni a sua disposizione. Il passo successivo era l’azione. Ovvero decidere quale fosse la cosa migliore da fare in base all’ipotesi generata. Sentiva ancora la voce di Draven nella sua mente, calma e autoritaria al contempo. “Nel momento dell’azione bisogna soltanto agire. Hai già osservato e analizzato abbastanza. Perché i primi tre passi abbiano senso, non bisogna indugiare nel quarto” questo le diceva suo padre ogni qualvolta lei finisse per dubitare della sua ipotesi entrando in un loop che la spingeva a osservare, analizzare e ipotizzare ancora e ancora, facendole perdere del tempo prezioso che avrebbe potuto usare per camminare verso la soluzione. Proprio ciò che stava facendo in quel momento. Non l’avrebbe mai ammesso. Di fatto , quel posto inquietante e i suoi lugubri abitanti le mettevano una soggezione terribile. 

Sbuffò, aumentando il passo.Non era l’ora di osservare né di analizzare né di ipotizzare, né tantomeno di farsi affogare dalle proprie emozioni. Era il tempo di agire. Alzò la testa di scatto. Mentre continuava a camminare con fare determinato, decise che alla prossima creatura dalla razza indefinita che avesse incontrato, avrebbe chiesto ciò che voleva sapere. Dopo aver fatto qualche altro passo, si trovò davanti una creatura, una femmina. Anche lei, come la Signora che aveva suonato alla porta per infastidirla, aveva varie caratteristiche di razze diverse, che cozzavano tra loro. La sua struttura facciale era un compromesso tra quella delle Elfe e quella delle fate. Il viso era armonioso ed era al contempo ben definito e dolce. Gli occhi erano abbastanza grandi, azzurri. Lyssara storse il naso. Soltanto i Symbiontii avevano gli occhi azzurri. Eppure avevano anche la pelle gialla. La creatura femmina invece aveva la pelle bianca. Bianca come quella di alcuni Elfi, la cui caratteristica era avere sempre capelli neri, in opposizione agli Elfi dalla pelle color ebano, i quali avevano sempre i capelli bianchi. Il naso era dritto e gradevole, dalla punta arrotondata. Le labbra erano sottili e i capelli erano lunghi, boccolosi e sciolti, lunghi fino alle spalle, di un colore misto: la base era biondo cenere, illuminata da alcuni riflessi più dorati. La ragazza indossava uno strano accessorio, proprio davanti agli occhi. Era composto da due piccoli rettangoli blu sorretti da delle aste dello stesso colore che poggiavano dietro alle orecchie. All’interno dei rettangoli c’era un altro piccolo rettangolo trasparente, fatto di vetro. Sembrava molto giovane ed era abbastanza magra, con un seno sviluppato che non si sposava bene con i fianchi da bambina e le gambe secche e dritte. Indossava una maglia rossa dalle maniche lunghe e un leggero scollo a V, abbottonato quasi fino al collo e degli strani pantaloni color blu scuro. Le scarpe erano altrettanto peculiari, bianche e dotate di lacci. La creatura femmina era molto alta per quella che sembrava essere la sua giovane età, molto più di lei. Stava leccando due palline colorate poste su un biscotto a forma di cono e guardava Lyssara come se fosse un fantasma. Lyssara non si fece intimidire. “Tu!” esclamò, puntandole il dito contro e facendo un passo verso di lei. La creatura indietreggiò, troppo sconvolta per parlare. “Io?...” aveva mormorato poi, smettendo di leccare le palline colorate. “Sì, tu. Devi darmi delle risposte” ribatté Lyssara con decisione. “Che… che tipo di risposte?” sussurrò la creatura femmina, con gli occhi ancora più sgranati e spaventati di prima. “A quale razza appartieni? Dove ci troviamo?” incalzò Lyssara. La ragazza aggrottò le sopracciglia. Ora sembrava confusa. “A-ppartengo alla razza uma….” balbettò poi. In quel momento dall’edificio di fronte a loro uscì una donna più bassa dalla corporatura robusta, che condivideva i lineamenti e il colore di capelli della ragazzina. “Lei chi è? Non si vergogna? Mia figlia ha solo tredici anni ed è terrorizzata. Se ne vada, prima che chiami la polizia” inveì la donna, diretta a Lyssara. Questa volta fu lei a sgranare gli occhi. Come osava quella plebea parlare a lei in quel modo? Strinse i pugni. Avrebbe voluto morderla e iniettarle il suo veleno, solo per vederla perire sotto gli occhi di quella che con tutta probabilità era sua figlia. La sua parte razionale sapeva che non se lo poteva permettere. Tanto per cominciare non aveva più né la lingua biforcuta né i canini da serpente. Ed anche se non ci aveva dato troppo peso, l’ipnosi sulla Signora fastidiosa non aveva funzionato. Se avesse funzionato, la signora non avrebbe potuto controbattere. Se ne sarebbe andata e basta. Invece aveva risposto prima di andarsene. Ciò dimostrava che se n’era andata di sua volontà. Inoltre non era saggio attirare attenzione negativa prima di capire cosa le stesse  succedendo. Ridusse i suoi occhi a due fessure, fulminando la donna con lo sguardo e sussurrando con la voce più minacciosa e fredda che le riuscisse: “Consideralo il tuo giorno fortunato, feccia”, lasciando la Signora attonita. Tornò sulla strada, camminando ancora più veloce. Doveva trovare altre creature che potessero rispondere alle sue domande. Provò ad approcciare tutte le creature che le si paravano davanti, senza risultati. Nessuna di queste era ferma come la ragazzina di poco prima. Stavano tutti camminando, proprio come lei. Per qualche motivo che Lyssara non capiva, non appena la vedevano avvicinarsi aumentavano il passo, ignorandola, anche quando lei li chiamava a gran voce. Non si arrese. Non se lo poteva permettere.Arrivata alla fine della strada girò a sinistra e vide qualcosa che fece sentire meglio il suo cuore. Si trattava di una specie di grande giardino pieno di piante, contenuto da un cancello e da mura di cinta non molto alte. Dopo una veloce occhiata, Lyssara si rese conto che il colore del fogliame degli alberi era anomalo. Non era verde e in fiore come quello delle foreste di Communia. Era arancio, marrone-rossiccio e giallo in base alla pianta. Certo la vegetazione (così come il resto) lasciava molto a desiderare. Se non altro, in quel piccolo spiazzo era presente. Una volta entrata seguì la strada di ciottoli, ricoperta da un tappeto di foglie secche cadute dagli alberi che scricchiolavano sotto i suoi piedi. Ai suoi lati c’erano vasti prati deserti, se non fosse stato per qualche corvo comune che cercava insetti nel fogliame sottostante alle piante. Dopo qualche minuto arrivò a quella che sembrava la fine del grande giardino. Il pavimento era diverso, più morbido e colorato, ed erano presenti strutture in miniatura che avevano l’aria di giochi per bambini.Le creature presenti erano davvero poche. Si avvicinò a loro con passo deciso. Una signora che indossava un cappotto marrone la vide arrivare e prese la sua bimba in braccio, allontanandosi con rapidità. Due bambini dal viso identico, dai capelli castani di lunghezza media, giocavano tra loro. Uno dei due doveva essere una femmina, l’altro un maschio. Anche loro indossavano cappotti pesanti e berretti di lana. Lyssara capì che parlare con loro non avrebbe avuto alcun senso: erano troppo presi dall’euforia del gioco. E come aveva appena visto, parlare con i bambini poteva attirare adulti ostili e non era di questo che aveva bisogno. 

Poco dopo, individuò una creatura che poteva fare al caso suo. Si mise a camminare nella sua direzione, sollevata. In quel momento si accorse che aveva freddo. Molto freddo. Un brivido incontrollabile scosse la sua schiena, mentre i denti iniziarono a battere fra loro. Nello spazio aperto del grande giardino il vento sembrava molto più intenso, freddo e tagliente. Cercò di muovere le proprie dita, così intorpidite che quasi non le sentiva più. Per un momento si strinse il petto con le braccia, piegando la schiena. Poi si rese conto di essere osservata. La creatura che aveva puntato la stava guardando con fare curioso, la testa inclinata di lato. Non poteva permettersi di sembrare debole. Quella creatura doveva rispondere alle sue domande, altrimenti avrebbe preso tutto quel freddo per niente. Si costrinse ad allontanare le braccia dal petto, raddrizzando la schiena di colpo e avanzando di nuovo, cercando di rendere il tremore del suo corpo il meno violento possibile. Una volta giunta davanti alla creatura, ne esaminò il viso con estrema attenzione. Nel momento in cui poggiò i suoi occhi indagatori su di essa, Lyssara capì che era diversa dalle altre. Non tanto per i suoi lineamenti, abbastanza simili a quelli delle creature incontrate fino a quel momento. Grandi occhi azzurri, naso dritto e appuntito, labbra sottili con una leggera forma a cuore. Lunghi capelli bianchi animati da onde così sottili da essere quasi impercettibili, carnagione pallida e una figura straordinariamente esile, quasi più longilinea della sua. In quanto all’altezza, non le era dato saperlo. Il ragazzo era infatti seduto su una strana sedia assicurata tramite delle catene a una struttura in ferro giallo composta da due pali verticali e uno orizzontale. La sedia era arancione e aveva la forma di un animale con quattro zampe rotonde e due orecchie della stessa forma sulla testa. La creatura oscillava avanti e indietro con deliberata lentezza e la sedia si muoveva con essa. Questa volta ebbe difficoltà a capire se si trattasse di un maschio oppure di una femmina.Aveva una bellezza eterea, delicata ed intensa, difficile da collocare. Anche se i vestiti avevano un taglio maschile, il dubbio le rimase. Esaminando il suo abbigliamento, Lyssara si sentì sollevata. Al contrario di tutte le altre, quella creatura aveva uno stile originale e molto elegante. Indossava una sorta di camicia dotata di maniche lunghe a palloncino, nere. Un bordo in pizzo impreziosiva l’orlo, avvolgendo i polsi della creatura alla perfezione. La parte di mezzo era composta da un panciotto decorato da bottoni argento. La base era nera, abbellita da ghirigori astratti che ricordavano dei rampicanti stilizzati, color blu notte. Anche il colletto era messo in risalto  da del pizzo nero. Nella parte situata tra la fine del collo e l’inizio del petto era presente un fiocco nero. Aveva anelli di vario tipo su ogni dito di entrambe le mani. I pantaloni erano più semplici rispetto al sopra, pur mantenendo  un non so che di elegante e fuori dal tempo. Erano neri e stretti. Ai piedi portava degli stivali in pelle con la suola rialzata, anch’essi di colore nero. La creatura aveva in bocca una specie di piccolo bastone morbido e bianco, acceso alla fine. Produceva del fumo e la creatura lo inspirava per poi allontanarlo dalla bocca in modo tale da far uscire il fumo.  I suoi occhi non avevano lasciato Lyssara per un minuto. Quando i loro sguardi si incrociarono, il cuore di Lyssara ebbe un tuffo. In quel momento seppe che, come lei aveva analizzato la creatura, la creatura aveva analizzato lei, con altrettanto interesse e  altrettanta morbosità. Ci fu un momento di silenzio, poi la creatura si mise a ridere. “Ti piace quello che vedi, tesorino?” esclamò poi con non poco sarcasmo. Lyssara alzò gli occhi al cielo. Ora che aveva visto quel sorrisetto compiaciuto e dopo aver sentito la sua voce, ebbe conferma che si trattasse di un maschio. “Non ho tempo per queste sciocchezze, strana creatura” lo liquidò. “Io ho bisogno di risposte” concluse con fare duro e quasi minaccioso, non spostando lo sguardo dai suoi occhi. La creatura parve perplessa per qualche secondo, poi si strinse nelle spalle e tornò al suo bastoncino produci-fumo. Poi, a scoppio ritardato, aggiunse con noncuranza: “D’accordo, donna serpente. Risponderò alle tue domande, a patto che tu rispetti le mie condizioni”. Lyssara sgranò gli occhi, sentendo il sangue bollire nelle vene ancora una volta. Che razza di problemi avevano quelle creature scellerate con l’educazione e il rispetto degli altri? Ciononostante, non poteva permettersi di mandarlo al diavolo. Aveva bisogno di lui ed era l’unico che non si fosse spaventato nel vederla e che non l’avesse evitata. “Che tipo di condizioni?” chiese dunque, cauta.  Lui prese ancora due tiri dal suo bastoncino, poi rispose: “Prima di tutto, mettiti quello”, indicando una giacca nera poggiata sulla sedia dondolante vicino alla sua. “Se vai avanti così collasserai a terra prima che io possa darti le risposte che cerchi” proseguì. Lyssara esitò. Un sibilo infastidito  si alzò dalle sue labbra quando si rese conto che aveva ragione. Il freddo si faceva sempre più pungente. Non avrebbe resistito a lungo. Annuì contrariata, raccogliendo la giacca e indossandola. Il tessuto era delicato, di fattura abbastanza pregiata. Si trattava di una giacca a doppio petto con due file parallele di bottoni argento e una cintura sulla vita. Il calore avvolse il corpo di Lyssara come una barriera di protezione e la ragazza si lasciò sfuggire un gemito di sollievo che strappò un sorriso a lui. “Ben fatto. La seconda ed ultima condizione è che tu dondoli insieme a me” asserì, indicando con la mano la sedia dondolante vicino alla sua. “Non ci penso nemmeno. Sembra stupido e infantile” replicò Lyssara, storcendo il naso. “In questo caso puoi anche andartene. Puoi tenere la giacca, ma io non risponderò a nessuna domanda” ribatté lui con determinazione. Gli occhi di Lyssara si ridussero a due fessure mentre si sedeva con riluttanza sulla sedia dondolante che lui aveva indicato. “Non guardarmi così. Mi sembri tesa. Sembra strano, ma in realtà dondolare sull’altalena è molto rilassante. Credo che tu ne abbia bisogno” incalzò lui. Lyssara sospirò. Sembrava davvero bravo a leggere le persone, quasi quanto lei. Un’ondata di rispetto le riempì il petto.A scapito di ciò, non disse nulla per informarlo di questo. Non era lì per fare amicizia. Era uscita per fare chiarezza sulla situazione.“Come vuoi. Io non sono qui per giocare. Sono qui  per avere risposte” commentò Lyssara, sulla difensiva. 

Il ragazzo sospirò, quasi deluso dalla sua freddezza. Il sorrisetto scaltro di poco prima svanì dal suo viso. “Va bene. Cosa ti serve sapere?” mormorò rassegnato .Questa volta fu Lyssara a sorridere con fare vittorioso.“A quale razza appartieni?” domandò  Lyssara. Il ragazzo inclinò di nuovo la testa, colto di sorpresa. “Io sono un essere umano” rispose dunque. “E quali sono le vostre caratteristiche? Colori dei capelli, della pelle, degli occhi? Quali poteri avete?” incalzò Lyssara. “Woah, rallenta” disse il ragazzo, mentre il fantasma di un sorriso apparve sul suo volto. “Per quanto riguarda le caratteristiche, ci sono tutti i tipi di colori della pelle: bianca, rosata, giallina, color caramello, marrone chiaro, marrone scuro e marrone ancora più scuro, quasi nero. Gli occhi possono essere azzurri, verdi, marroni ed ambra, con varie sfumature diverse. I capelli possono essere rossi, neri, biondo chiaro, biondo scuro, castano chiaro e castano scuro. Le caratteristiche fisiche della razza umana sono molto ampie, non possono essere inserite in una sola frase” specificò. Lyssara annuì in silenzio, come per esortarlo a continuare.“Per quanto riguarda i poteri… non ne abbiamo nessuno in particolare, se non il nostro ingegno e la nostra creatività” concluse. Lyssara annuì una seconda volta, cercando di imprimere ogni dettaglio nel suo cervello.“Dove mi trovo?” continuò  Lyssara. “Ti trovi a Marburg, in Germania. La Germania è situata in un continente chiamato Europa, su un pianeta che si chiama Terra” rispose il ragazzo. Lyssara sfregò le mani tra di loro, riassumendo la spiegazione che aveva appena ricevuto nella propria mente. “Razza umana. Molti tipi di colori disponibili per capelli, occhi e pelle. Non hanno alcun potere se non l’ingegno e la creatività. Marburg, Germania, Europa, Terra”.  Lyssara rimase in silenzio per qualche minuto e il ragazzo tornò al bastoncino produci-fumo, che diventava sempre più corto ad ogni tiro.  “Quanto dista dal continente di Communia?” chiese Lyssara, spezzando il silenzio. Il ragazzo aggrottò le sopracciglia, sfregandosi il mento. “Communia? A dire il vero non l’ho mai sentito. I continenti della Terra si chiamano Europa, Asia, Africa, America del Nord e del Sud, Oceania e Antartide” mormorò, con fare pensieroso. Lyssara impallidì. Quel ragazzo non aveva mai sentito parlare di Communia? Allora la situazione era più grave di quanto avesse preventivato. “È da lì che vieni?” mormorò  il ragazzo, con una punta di dolcezza nella voce che non aveva mai utilizzato prima nel discorso. Lyssara annuì. “Vengo dallo Stato di Therianor. Sono nata nella Contea di Aspidion” sussurrò con la voce rotta dalla nostalgia. Non era da lei mostrarsi fragile, ma l’idea che in quel posto nessuno conoscesse Communia nemmeno per sentito dire aveva fatto breccia nella sua corazza.  “E che fai di bello ad Aspidion?” incalzò lui.Un sorriso riconoscente illuminò il viso di Lyssara. “Sono una Leader in formazione della Contea. Sto svolgendo un tirocinio presso mio padre, il Leader in carica. Nonostante io sia sua figlia sono stata eletta dal popolo. Communia è una coalizione democratica e non si accede alla posizione di Leader per diritto di sangue” spiegò, sentendosi fiera di sé.  Il ragazzo sorrise a sua volta, interessato. “E che ci fai qui?” proseguì. Lyssara alzò le spalle. “Magari lo sapessi. Mi sono addormentata nella mia tenuta, con le mie squame, la mia pupilla verticale, la mia lingua biforcuta e i miei canini velenosi, nella mia camicia da notte verde preferita. Poi mi sono svegliata con un’orribile tuta beige in una stanza piccola e grigia situata in una casa tanto piccola da far venire la claustrofobia a un folletto e una signora coi capelli corti bianchi mi ha scambiato per una certa Leonie che lavora per lei” argomentò  Lyssara, con fare quasi rassegnato. Non appena sentì quel nome, il ragazzo spalancò occhi e bocca per la sorpresa. Come aveva fatto a non riconoscerla? Quella era Leonie Delbrück, la sua vicina di casa. Non era la prima volta che la vedeva, anche se non si erano mai parlati. Da quel poco che sapeva di lei, non era il tipo di persona da vestirsi in quel modo.  “Capisco. Anche io conosco Leonie di vista, è la mia vicina di casa. E se devo essere onesto capisco perché quella signora ti ha scambiato per lei. Siete davvero due gocce d'acqua” ribattè. Lyssara aggrottò le sopracciglia. “Dici sul serio? Ci somigliamo così tanto?” domandò poi. Il ragazzo annuì. “Ora capisco tutta la confusione” concluse Lyssara.  “Dunque, se non sei Leonie, qual è il tuo nome?” chiese il ragazzo. “Il mio nome è Lyssara Delyrath e sono un’Animorpha Ophirae. O almeno lo ero quando sono andata a dormire” rispose  Lyssara con prontezza. Il ragazzo si fermò per qualche secondo, poi scosse la testa. “C’è qualche problema?” esclamò  Lyssara.Il ragazzo buttò per terra il bastoncino produci-fumo ormai bruciato ed incrociò le braccia al petto, fermando la sedia dondolante. O, come l’aveva chiamata lui, la sua altalena.“Sì, c’è. Non stai dondolando” le fece notare.Lyssara non disse nulla. Si era davvero dimenticata di quella parte del loro accordo.“Dunque ora hai diritto ad un’ultima domanda: Poi, rimarrai in silenzio a dondolare con me. Adesso che conosco la tua storia so per certo che ti può aiutare a calmarti anche solo per pochi minuti” incalzò il ragazzo.Lyssara sospirò. “Qual è il tuo nome?” domandò dunque.A quella domanda, il viso del ragazzo si illuminò. Persino Lyssara era sorpresa di aver sprecato la sua ultima domanda in quel modo.Non importava: ormai era troppo tardi.“Il mio nome è Meyer Rosenkfranz, piacere di conoscerti, Lady Delyrath” rispose, con un sorriso smagliante.“Bel nome” si lasciò sfuggire Lyssara.Il ragazzo ridacchiò. “Anche il tuo non è male. Ora, bando alle ciance. Afferra le catene, chiudi gli occhi e dondola” concluse con un tono che non ammetteva lamentele.Lyssara strinse le mani attorno alle catene, chiudendo gli occhi e cominciando a dondolare avanti e indietro. Dapprima piano, poi più veloce. Il ragazzo non aveva mentito. Ora che indossava la sua giacca il vento non la feriva più. La accarezzava con dolcezza e la monotonia del gesto la cullava, quasi come se stesse volando. In quel momento si dimenticò di dove si trovasse e della propria missione, facendo una cosa che forse non aveva mai fatto dal momento in cui era nata: permettere a sé stessa di vivere il momento.Si sentiva così leggera, libera e… al sicuro. Un sorriso infantile spuntò sul suo viso e questa volta non fece nulla per nasconderlo. Dondolando in silenzio accanto a lei, Meyer sorrise a sua volta. Sapeva che Leonie aveva problemi mentali, ma parte di lui credeva alle parole di “Lyssara”. Non poteva scartare l’idea che Leonie soffrisse di deliri o di vere e proprie allucinazioni dovute a un disturbo dell’identità o qualcosa di simile. fD’altro canto, non voleva lasciar andare l’idea che Lyssara fosse una persona vera e che Communia esistesse. Non voleva farlo perché quella era stata la conversazione più interessante che avesse avuto in un intero anno e se Lyssara fosse stata davvero chi diceva di essere, ne avrebbe avute molte altre. E quella prospettiva, per qualche motivo che ancora non comprendeva, gli scaldava il cuore. Ridacchiò. Aveva sgridato Lyssara perché era troppo concentrata sui suoi pensieri per dondolare e liberarsi la mente, ed ora lui stava facendo lo stesso. Scosse di nuovo la testa, chiudendo gli occhi a sua volta e mettendosi a dondolare più forte, lasciandosi andare a sua volta.


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