«CAPITOLO 3- Banchetti Inconsueti e Nuove Alleanze »
Mentre veniva scortata dalla donna-pesce lungo l’ennesimo corridoio in stile medievale coperto da un lunghissimo tappeto color borgogna caratterizzato da ghirigori floreali viola scuro (che ricordò a Leonie la versione aristocratica del red carpet agli eventi a cui partecipavano le star) Leonie si sentì di nuovo a disagio. La donna-pesce sembrava essersi in qualche modo raffreddata dopo la fine della riunione. La sua espressione era tesa e meditabonda e avanzava in silenzio, aggrappandosi al suo braccio come se fosse l’unico salvagente rimasto e lei fosse una naufraga bloccata in mezzo all’oceano. Leonie era davvero contrariata. Prima il padre di Lyssara, Draven, era rimasto deluso. Ora la donna-pesce era passata da insospettita a quasi infastidita, come se le avesse fatto un torto. Cosa si aspettavano da lei? Forse non aveva ben capito tutto ciò che era stato detto durante la riunione. Tuttavia, una cosa l’aveva capita bene: Drayce e Kalythra erano i diretti superiori di Draven e di conseguenza anche di Lyssara. Come era stato detto durante l’incontro, le creature con caratteristiche animali provenivano tutte dallo Stato di Therianor. Quindi Drayce, l’uomo leone nero, e Kalythra, la donna rana blu, erano diretti superiori di Selka e Joren Pyrelith nonché di Draven e Lyssara. Come potevano pretendere che lei prendesse le parti di Draven mettendo in dubbio il giudizio dei due Leader Supremi dello Stato? Non capivano quanto poteva essere grave una cosa del genere? Sarebbe stato un suicidio politico. Leonie pensava che questa Lyssara fosse in gamba. La preferita dei cittadini, votata come prossima Leader della Contea di Aspidion. Anche Kalythra aveva lodato questa supposta intelligenza. Allora perché la guardia e il padre si aspettavano che agisse come un’arrogante mocciosa che si oppone all’autorità? Non aveva alcun senso. Una volta arrivati alla fine del corridoio girarono a destra, poi a sinistra, poi di nuovo a destra. I corridoi erano quasi tutti uguali, così come i muri. Tutto nel castello seguiva lo stesso pattern: pareti e mobilio di varie tonalità di verde, decorazioni a forma di serpente e vasi di fiori multicolore a tutti gli angoli, il tutto spezzato da qualche sprazzo rosso oppure dorato qui e là. Anche il tappeto era sempre lo stesso, o almeno dello stesso colore e con gli stessi ghirigori. Dopo qualche minuto, la donna-pesce si fermò davanti ad un imponente portone fatto di legno color verde menta. La parte esterna del portone era composta da pietre squadrate disposte ad arco, colorate di rosso. La parte interna era caratterizzata da alcuni inserti in ferro dorato. A metà del portone erano situate due maniglie dorate rotonde, stile batacchio.
Si frappose fra Leonie e il portone, incrociando le braccia. "Stiamo per affrontare un pranzo molto teso, grazie alla vostra decisione di non appoggiare vostro padre nella richiesta di rinforzi. Joren e Selka Pyrelith saranno nostri ospiti per la notte, quindi saranno presenti. Anche se non hanno avuto una reazione diretta, siete abbastanza intelligente da capire che nessuno dei due abbia preso bene la vostra decisione. Il Principe Erolith è una grande minaccia per Communia e ha fatto molti danni ad Ossidia negli ultimi giorni. Il gesto di vostro padre era un disperato tentativo di dare al problema il giusto peso senza che dovesse aggravare il carico sulle spalle dei Pyrelith. Non è stato un caso se i Leader hanno chiesto a voi di decidere. Speravano che la vostra giovane età e la vostra ambizione annebbiassero la vostra capacità di giudizio, permettendo loro di lavarsene le mani e trattare l’invasione come una questione di Contea e non come un problema di Stato. Tutti noi ci aspettavamo che foste abbastanza accorta da vedere le loro vere intenzioni. Non è stato così e ora tutto il peso della situazione graverà su vostro padre e sui nostri ospiti. Se fossi in voi mangerei con rapidità ed eviterei di parlare" disse la donna-pesce con un tono rispettoso, seppur severo e intriso di delusione. Leonie avrebbe voluto protestare. Lei non aveva scelto di stare in quel posto pieno di strane creature che seguivano una logica che non le apparteneva, intrappolata in un castello medievale e nel corpo di un mostro. *Che pretendevano da lei?* La sua giornata non avrebbe dovuto includere una riunione politica e un pranzo con creature ostili, convinte che lei fosse un’altra persona. Avrebbe dovuto svegliarsi, godere del fastidio di Annika nel pulire per circa un’ora e mezza, cercare una nuova serie TV o un nuovo anime da vedere, scaldare le lasagne surgelate nel microonde, mangiare, vestirsi e cominciare il turno alla libreria in orario. Sbatté le palpebre. Il peso del segreto stava peggiorando. Avrebbe voluto togliersi la maschera e rivelare la sua vera identità: Leonie Delbrück, umana, commessa in libreria. Non Lyssara Delyrath. Non donna-serpente. Non prossima Leader di Contea in formazione. Non figlia di Draven. Ciononostante, sapeva di non poterlo fare. Lyssara sembrava essere una persona importante. Se avesse ammesso di non essere lei e di aver cercato di far credere a tutti che lo fosse, avrebbero comunque creduto che lo scambio fosse casuale e che lei fosse una vittima, oppure avrebbero dato la colpa di tutto a lei? La parte razionale di Leonie sapeva che lo scenario più probabile era il secondo. Si limitò ad annuire, mormorando: "D’accordo, ho capito. La mia scelta ha complicato la situazione invece di migliorarla ed ora devo fare di tutto per non attirare l’attenzione e non peggiorare le cose". Sentendo le sue parole, la donna-pesce sembrò confusa. Il suo sguardo si addolcì di colpo. Non si sarebbe mai aspettata di vedere Lady Delyrath così rassegnata. La Lyssara che lei conosceva l’avrebbe freddata subito per averle parlato in quel modo. Di fatto, non sapeva nemmeno perché l’avesse fatto. Il suo ruolo di guardia non contemplava il rivolgersi in quel modo alla sua protetta. Per qualche ragione che non riusciva a comprendere, il rimprovero le era venuto naturale. "Vi chiedo scusa, Lady Delyrath. Non avrei dovuto parlarvi così. Il mio ruolo è quello di proteggervi, non di giudicarvi. Vi assicuro che non ricapiterà" ribatté, abbassando lo sguardo sui propri stivali. Leonie fece spallucce. "Chi se ne importa. Affrontiamo questo pranzo sperando che duri il meno possibile" concluse con indifferenza. La donna-pesce esitò. Lady Delyrath doveva davvero essere fuori di sé. Di solito reagiva con ferocia alla mancanza di rispetto, invece in quel momento non sembrava nemmeno le importasse, quasi come se fosse abituata a farsi trattare così.
Ad ogni modo, si limitò a sospirare, aprendo la porta. Aveva già oltrepassato il limite tra guardia e Lady esprimendo quell’opinione non richiesta riguardo alla riunione. Loro due non erano amiche: lei faceva parte della scorta di Draven e il suo compito era tenere Lyssara al sicuro, non intromettersi nella sua vita più di quanto avesse già fatto. Leonie si limitò a seguirla nella stanza. A dire il vero, era sollevata che la donna-pesce avesse fatto un passo indietro. Se avesse continuato a farle domande, Leonie avrebbe potuto rispondere in modi che uscivano ancora di più dal personaggio di Lyssara, creando un effetto domino che l’avrebbe portata a rendere evidente che non si trattava dell’originale. Guardandosi intorno, Leonie rimase sorpresa. La sala da pranzo aveva uno stile molto più semplice rispetto a quello sontuoso della camera in cui si era svegliata e meno imponente rispetto alla sala dove avevano tenuto la riunione. I muri erano spogli, privi di decorazioni, in legno color verde pino. Il pavimento era ricoperto da piastrelle in marmo di un verde smeraldo insolito, attraversato da sfumature più chiare o più scure, distribuite in maniera non uniforme. La stanza era molto più piccola delle altre due e al centro c’era un semplice tavolo in legno rettangolare, circondato da sedie dello stesso materiale dalla fattura complessa. Sia le sedie che il tavolo erano color verde mirtillo. Seduti attorno al tavolo c’erano, in ordine: Draven a capotavola. Una donna serpente dai capelli quasi identici a quelli di Leonie era seduta dalla parte opposta, di fronte a lui. Guardandola meglio, si rese conto che non erano solo i capelli. La donna era identica al viso che aveva visto nello specchio poco prima dell’attacco di panico, solo più anziana. Non troppo, doveva avere al massimo cinquant’anni, ma era comunque molto più matura di lei. Com’era ovvio, il suo volto era quasi del tutto coperto di squame verdi e le sue pupille erano dritte. Sul lato del tavolo posto a sinistra sedevano Selka e Joren Pyrelith. Selka aveva un’espressione tesa, mentre quella di Joren era illeggibile proprio come nel corso della riunione. Sul lato destro erano apparecchiati due posti, uno per "Lyssara" e uno per la donna-pesce. Si sedettero entrambe in silenzio. Leonie di fronte a Joren, la donna-pesce di fronte a Selka. La tavola era piena di pietanze di tutti i tipi, contenute in vassoi e bacinelle fatte d’oro. C’era di tutto: pane, verdure, insalate, frutta, carne, dolci. Non sembrava esserci un ordine specifico e dando una veloce occhiata ai piatti degli altri, si accorse che tutti stavano mangiando cose diverse. La donna serpente dai capelli rossiccio-dorato mangiava una torta, Draven mangiava del pesce di un blu reale dalla pigmentazione insolita, Selka mangiava una sorta di zuppa violacea quasi fosforescente e Joren mangiava delle verdure dai colori mai visti. Era come se ognuno potesse decidere cosa mangiare per primo, senza distinzione logica e netta fra le portate. Dopo qualche secondo di silenzio, la donna-pesce si schiarì la voce, prendendo la parola. "Chiedo il permesso di mangiare la carne" esclamò, con fare solenne. "Permesso accordato" rispose Draven. La donna-pesce allungò le braccia e afferrò un vassoio dove un letto di quella che sembrava insalata color blu cobalto ricoperta da minuscole gemme argentate faceva da base a delle bistecche di medie dimensioni, di vari tipi di viola. La donna-pesce afferrò la pinza dorata, utilizzandola per mettere quella color prugna nel suo piatto, prendendo anche qualche foglia dell’insolita insalata. "Rendo grazie" aggiunse. Sentendo quelle parole, tutti si mossero nello stesso momento. Leonie ebbe appena il tempo di capire cosa stava succedendo. Pochi secondi dopo tutti i commensali (compresa Leonie) si tenevano per mano. Gli altri avevano gli occhi chiusi, lei no. Alzarono tutti le braccia verso l’alto, poi la voce di Draven spezzò il silenzio. "Rendiamo grazie a chi ha lasciato questo mondo sapendo che sarebbe diventato nutrimento per noi. Onoriamo il sacrificio dei nostri pari, sperando che loro faranno lo stesso con noi quando sarà il nostro turno di lasciare questo mondo, così che il loro gesto non sia mai dimenticato né vano" mormorò. Gli altri cominciarono a ripetere le sue stesse parole, quasi all’unisono. Sembravano essere caduti in una sorta di trance: gli occhi chiusi, la nenia che usciva dalla loro bocca, le braccia rivolte verso l’alto e le mani unite. Leonie alzò un sopracciglio. *Che diamine stavano facendo?* Poi, una sensazione di disagio le chiuse lo stomaco. Quando il suo sguardo cadde verso il piatto di Draven, un pensiero aberrante colpì la sua mente come un fulmine. Dalla generosa fetta di pesce che il padre di Lyssara stava mangiando poco prima, infatti, spuntavano delle scanalature ossee familiari. Si trattava di pinne dorsali simili a quelle dei pesci, ma con una fattezza molto più complessa e simmetrica. Erano strutture palmate composte da membrane sottili, tese tra raggi ossei rigidi, appuntiti e arcuati verso l’indietro. L’aspetto della cartilagine che ricopriva i raggi era traslucido, vitreo e semi trasparente. Leonie spostò lo sguardo dal piatto alle orecchie della donna-pesce. "Oh, no" pensò. Le parole che erano state dette dai commensali le rimbombarono nella testa come un oscuro monito. *"Rendiamo grazie a chi ha lasciato questo mondo sapendo che sarebbe diventato nutrimento per noi"* la sua testa cominciò a girare, come se stesse per svenire o avere un altro attacco di panico. Spostò lo sguardo nel piatto della donna-pesce senza accorgersene. La bistecca era prugna. Il prugna era un tipo di viola. Viola come… la pelle dei rappresentanti dello stato di Zethyrion. *"Onoriamo il sacrificio dei nostri pari"..."OH, NO". Non era possibile, *giusto*? Non potevano davvero star mangiando delle bistecche e dei filetti di pesce presi dai cadaveri dei loro concittadini. *Giusto?* Purtroppo, qualcosa le diceva che era proprio ciò che stava accadendo. Nel frattempo, gli altri avevano sciolto la stretta di mano e si erano rimessi a mangiare come se niente fosse. Leonie avrebbe voluto ribaltare il tavolo e mettersi a urlare, pur sapendo che non poteva farlo. Se l’avesse fatto avrebbe attirato ulteriore attenzione indesiderata su sé stessa, aumentando i sospetti sulla sua reale identità. Si costrinse a tenere il ribrezzo che stava provando per sé, con non poca fatica. Dopotutto aveva un vantaggio: quasi tutte le persone presenti a quel tavolo, fatta eccezione per la donna-serpente, erano arrabbiate con lei. Questo significava che non era costretta a parlare, anzi, la donna-pesce le aveva suggerito di non farlo. Inspirò ed espirò cercando di essere il più discreta possibile, nel tentativo di alleviare la sensazione di nausea che la rivelazione di poco prima le aveva causato. La testa le girava ancora. Ripeté l’esercizio respiratorio altre due o tre volte, poi passò all’attento esame delle pietanze sul tavolo. Regola d’oro: Non mangiare carne o pesce, qualsiasi cosa dovesse succedere. A dire il vero, nemmeno le verdure sembravano sicure o appetitose. Avevano tutte un colore troppo saturo ed insolito, come se venissero da un pianeta sconosciuto contaminato da chissà quale tipo di radiazioni. Nonostante questo, fece uno sforzo. Optò per la bacinella che conteneva una verdura tagliata a pezzi, abbastanza simile al pomodoro. Insieme al simil-pomodoro c’erano pezzi di formaggio morbido, simile alla mozzarella. Leonie prese la bacinella e il mestolo d’oro, riempiendo il suo piatto di piccoli pezzi di verdura color magenta e di quel formaggio verde pastello. Poi, infilzò un pezzo della simil-mozzarella e senza farsi troppo notare, la annusò. Non sembrava avere un odore sgradevole, quindi lo addentò. Masticò per qualche secondo. Era davvero buono. La consistenza somigliava davvero alla mozzarella e il gusto era persino più raffinato, con un leggero tocco selvatico che contribuiva a renderlo più gustoso. Tirò un sospiro di sollievo. Aveva trovato un cibo sicuro da consumare, al quale gli altri non sembravano star prestando attenzione. Decise che avrebbe mangiato solo quello e forse la torta rossa e bianca decorata da frutta che non aveva mai visto. Dopo aver ingoiato il pezzo di simil-mozzarella, ne morse un altro di simil-pomodoro. La verdura color magenta era meno liquida e più stopposa rispetto a ciò che si aspettava, ma era comunque fresca e aveva un buon sapore. La tensione che aveva accumulato dopo la riunione e durante la rivelazione del cannibalismo visto come una semplice tradizione dalle creature che sedevano con lei si allentò. Tutto sommato, non era così difficile, doveva solo seguire le istruzioni della donna-pesce. Rimanere in silenzio, mangiare il più in fretta possibile, riempirsi la pancia e congedarsi. "Ce la posso fare" disse a sé stessa, mentre infilzava con la forchetta un altro pezzo di formaggio.
Dopo qualche minuto passato a dondolare, concedendosi un momento di spensieratezza, Lyssara si era fermata, e con lei anche Meyer. Avevano continuato a parlare a lungo. Meyer era stato sincero con lei, cosa che Lyssara aveva apprezzato molto. Le aveva detto che non era sicuro di crederle e l’aveva informata del fatto che la ragazza identica a lei per cui la signora dai capelli bianchi l’aveva scambiata — il cui nome completo era Leonie Delbrück — soffriva di una malattia che intaccava la mente. A quanto pare, questa era una condizione abbastanza comune per un “essere umano”. Il fatto che Leonie ne fosse affetta rendeva Meyer scettico su ciò che Lyssara gli aveva raccontato, visto che alcune patologie di quel tipo avrebbero potuto alterare il senso dell’identità, la percezione della realtà e la personalità. Per questo non poteva escludere che Lyssara fosse una personalità alternativa di Leonie, generata dal disturbo di cui la ragazza soffriva. Al tempo stesso, però, Meyer aveva espresso il desiderio di crederle, ammettendo che lei era una delle persone più interessanti e carismatiche che avesse mai incontrato. Per questo le aveva proposto una spiegazione alternativa, seppur poco “realistica” nel contesto in cui si trovavano. Secondo Meyer, gli esseri umani non possedevano alcun tipo di potere e la loro scienza non era abbastanza avanzata da rendere plausibile ciò che aveva ipotizzato. La sua teoria riguardava un insieme di universi infiniti, alcuni identici, altri differenti, chiamato “Multiverso”. Secondo questa ipotesi, era possibile che esistessero infinite versioni della stessa persona, una per ogni universo. In via del tutto ipotetica, era quindi possibile che Leonie e Lyssara fossero due varianti della stessa identità, vissute in universi paralleli, e che per qualche motivo le loro coscienze si fossero scambiate, portando Lyssara nel corpo di Leonie e Leonie in quello di Lyssara. Lyssara stava ancora analizzando entrambe le spiegazioni mentre ripercorreva la strada al contrario per tornare alla casa in cui si era svegliata poco prima. Doveva essere onesta con sé stessa: le prove raccolte fino a quel momento sembravano più coerenti con la prima ipotesi. Al risveglio non aveva l’aspetto che ricordava, e nessuno in quella zona somigliava alle creature delle razze che conosceva. Inoltre, non aveva incontrato nessuno che avesse la minima idea di dove si trovassero Communia o la Contea di Aspidion. E se fosse stata quella la verità? Forse lei non era mai esistita. Forse Lyssara Delyrath non era altro che un costrutto della mente di Leonie, una scheggia impazzita nata da una coscienza spezzata. Eppure, non poteva rinunciare del tutto all’ipotesi dello scambio tra universi. Meyer, che non sapeva nemmeno dell’esistenza della magia, era disposto a considerarla: forse anche lei poteva farlo. Suo padre le ripeteva sempre che il processo logico era solo una linea guida e che l’intuizione, a volte, era più affidabile di qualsiasi analisi. Con questo pensiero aprì la porta d’ingresso color carta da zucchero e rientrò nella casa di Leonie. Una volta chiusa la porta alle spalle, si diresse verso la sala e si sedette sul divano beige, persa nei suoi pensieri.
Mentre cercava di ricostruire di nuovo la dinamica di tutto ciò che era accaduto da quando si era svegliata fino alle risposte che Meyer le aveva fornito, la porta si spalancò. Lyssara osservò la ragazza che era appena entrata: si trattava della proprietaria della stanza rosa, quella con personalità e gusto. Indossava un vestito color blu navy. L’abito era diviso in due parti: quella superiore, che copriva il petto, e quella inferiore, che iniziava all’altezza del petto e terminava a metà coscia. La parte inferiore era fatta a tubino. Il vestito avvolgeva il fisico asciutto, esile e atletico al contempo, dotato di un subdolo accenno di muscoli, come se fosse stato confezionato apposta per lei. La parte superiore, invece, comprendeva un collo alto e delle maniche lunghe semitrasparenti. Il tubino era caratterizzato da varie pieghe orizzontali. Sotto al vestito portava dei collant spessi color crema, aderenti. Ai piedi aveva degli stivaletti lunghi fino alla caviglia, dotati di un tacco largo, squadrato e basso, di circa cinque centimetri. Erano in pelle color camoscio. I capelli biondo platino erano legati in maniera ordinata in uno chignon posto sulla nuca. I capelli davanti erano appiattiti, fissati con qualche sorta di gel che li rendeva scintillanti e lucidi. Il trucco era strutturato e naturale. Gli espressivi occhi azzurro cielo erano adornati da un subdolo ombretto color caramello, così sfumato da essere visibile solo a distanza ravvicinata. Le labbra erano caratterizzate da un gloss color pesca e gli zigomi definiti, insieme al naso delicato, erano accentuati da del blush della stessa tonalità, la parte più visibile dell’intero make-up. Le sopracciglia erano arcuate e pinzettate alla perfezione. Le unghie erano curate, a stiletto. Il colore di base era il baby pink, mentre le punte erano bordate di bianco. Lyssara analizzò la sua energia. Sembrava nervosa per qualche motivo, anche se contenuta nell’atteggiamento. Appesa al braccio destro c’era una borsa dello stesso colore della base delle unghie, dalla forma squadrata, mentre sulla spalla sinistra era appeso un borsone nero dalle maniglie fucsia. Poco dopo essere entrata, si diresse verso destra senza nemmeno [salutarla .Il](http://salutarla.il/) suo nome avrebbe dovuto essere Annika, era la coinquilina di Leonie. Meyer aveva accennato qualcosa su di lei durante la conversazione al parco. Poco dopo essere sparita dietro la porta posta a destra — doveva trattarsi della stanza che Lyssara non era riuscita a esaminare — tornò sui suoi passi, diretta verso il piccolo bagno. Ne uscì con una sorta di cesta chiusa in mano, dirigendosi di nuovo verso la stanza che Lyssara non aveva ancora visto. Dopo qualche minuto, Annika uscì dalla stanza misteriosa senza borsone, ma con la borsa rosa ancora appesa al braccio, diretta verso la sua camera. Aprì la porta, entrò e la richiuse. Lyssara fece spallucce. Chi se ne importava. Non aveva bisogno di un’umana ficcanaso che scoprisse la sua vera identità e la riempisse di fastidiose domande.
Poco dopo, un urlo riempì la stanza. Annika ne uscì con il volto ancor più arrossato, quasi furibondo. Entrò nella camera di Leonie, vi rimase per qualche secondo, poi uscì, diretta verso Lyssara. Prima che Annika potesse aprire bocca, però, Lyssara si girò verso di lei, lasciandola senza fiato. "Oh, no!" esclamò Annika con fare sconvolto e rabbioso al contempo. "Non ci siamo. Non ci siamo proprio. Non solo hai disordinato la tua stanza, l’unica della quale ti devi occupare, non solo hai profanato il mio armadio provando i miei vestiti e lanciandoli a terra come se fossero spazzatura…" Fece una pausa per respirare: stava iperventilando. "Come ti sei permessa di toccare il mio costume di Medusa? Sai bene che domani sera ho il compleanno a tema Olimpo della mia migliore amica e che quegli stencil per squame realistiche costano un occhio della testa. Sono introvabili, Leonie. Cosa diavolo ti dice il cervello?" aggiunse, fuori di sé, urlando come una squilibrata. Si avvicinò di qualche altro passo a Lyssara, abbassandosi fino a restare a pochi centimetri dal suo volto. "Non ti permettere mai più di toccare la mia roba, o vedrai che fine ti faccio fare" mormorò, riducendo gli occhi a due fessure. In tutta risposta, Lyssara ridacchiò, inclinando la testa di lato. Poi si alzò, afferrò Annika per le spalle, la sollevò dal terreno e la spinse contro la porta-finestra. Annika sgranò gli occhi. Come era finita lì? Da quando Leonie era così forte e rapida? Da quando Leonie reagiva? E da quando era *violenta*? La sua psichiatra lo sapeva? Durante la telefonata che aveva ricevuto mentre si trovava in palestra con le amiche, la dottoressa le aveva chiesto di assecondare Leonie e di osservarla senza giudicare. Aveva detto che Leonie stava avendo sintomi insoliti rispetto alla sua diagnosi, non che ci fosse il pericolo di prenderle. "Ascoltami bene, *umana.* Io non sono la Leonie che conosci, non più. E tu non vuoi avere problemi con quella nuova" sibilò Lyssara. Annika fece per aprire la bocca. Lyssara strinse la presa sulle sue spalle ancora di più. "Non era una domanda. Non ne vuoi. O meglio, se sapessi chi sono e di cosa sono capace, non ne vorresti. Ora, *ascolta*" Fece una pausa. Annika annuì, impallidendo. Cosa intendeva dire? Stava minacciando forse di *ucciderla*? Deglutì a fatica, mentre un pensiero si faceva strada nella sua mente: *Devo andarmene da qui.* "Tu starai zitta e non ti intrometterai nella mia vita, non mi dirai cosa devo fare e non alzerai mai più la voce con me. Altrimenti sarai *tu* a fare una brutta fine e anche molto presto" aggiunse Lyssara, con una freddezza strategica che ghiacciò il sangue ad Annika. Poi la rimise a terra come se nulla fosse, fece qualche passo indietro, sorrise mostrando i denti e aggiunse: "Tutto chiaro, *bambolina*?" Annika sbatté le palpebre, troppo scioccata dagli eventi a cui aveva assistito in quei pochi minuti. Le camere piene di vestiti per terra, il suo costume e gli stencil preziosi rovinati, il fatto che Leonie l’avesse alzata da terra minacciandola al posto che mandarla al diavolo o cambiare stanza come aveva sempre fatto. In quel momento, tutto le fu chiaro. Non le interessava degli accordi e nemmeno dei vestiti da palestra che giravano nella lavatrice. Non le interessava osservare Leonie o aiutarla a stare meglio, non dopo come l’aveva trattata. La cosa più importante per lei in quel momento era la sua sicurezza. Senza dire nulla, superò Leonie con uno scatto e recuperò la borsa rosa che conteneva il suo laptop, le chiavi di casa, il lipgloss che indossava, le chiavi della macchina e il cellulare, poi si diresse il più veloce possibile verso la macchina. Al diavolo i vestiti, che li tenesse Leonie. Non erano di certo gli unici o i più belli che aveva: ce n’erano molti altri a casa dei suoi genitori, dove era diretta. Una volta arrivata avrebbe chiamato la psichiatra e le avrebbe raccontato tutto, rinunciando al ruolo dell’osservatrice. Lei doveva studiare e non poteva vivere nella paura che la sua coinquilina con un episodio psicotico la soffocasse nel sonno perché le aveva chiesto di rispettare la sua privacy e le sue cose. Al contrario di quella povera sfigata di Leonie, lei aveva un futuro davanti e non si sarebbe fatta affondare dalle sue stramberie. Per questo le era sempre stata lontana: sapeva che prima o poi sarebbe tornata fuori di testa e che avrebbe cercato di trascinarla giù con lei. Ma lei era troppo bella, intelligente e talentuosa per cascarci. Sarebbe tornata solo quando le avrebbero detto che Leonie era guarita del tutto oppure quando sarebbe stata in una clinica dove non avrebbe potuto nuocerle.
In qualche modo, Leonie riuscì a sopravvivere al pranzo e a riempirsi la pancia senza far notare il proprio disagio riguardo alla questione delle bistecche e senza dire una parola, indisturbata. In realtà, nessuno disse nulla per tutto il pranzo, cosa che sembrò confondere la donna-serpente. Il che aveva senso, perché era l'unica seduta a quel tavolo a non aver partecipato alla riunione e a non essere al corrente della causa del malumore che si respirava nella stanza. Una volta che sia Leonie sia la donna-pesce ebbero finito, si alzarono e se ne andarono. La donna-pesce si congedò, Leonie no. Sapeva che non era educato farlo. Detto ciò, sentiva che, se avesse detto una parola di troppo, la discussione si sarebbe riaperta e per lei sarebbe stato quasi impossibile non perdere le staffe, rivelando la propria vera identità per essere lasciata in pace, soltanto per trovarsi in guai ancora peggiori. Con sua grande sorpresa, Selka si alzò poco dopo di lei e la seguì fuori dal portone. Leonie deglutì a fatica, sentendo puzza di altre rogne. Infatti, la voce fredda e controllata della donna-uccello vichinga la fermò, attraversandola come una lama ben affilata. "Non così in fretta, signorina" esordì con freddezza. Sforzandosi di mantenere la calma, Leonie si girò verso di lei. Non disse nulla. Si limitò a guardarla negli occhi, sostenendo il suo sguardo, come per incoraggiarla a parlare. "Quello che hai fatto durante la riunione è inaccettabile. Tanto per cominciare, hai ceduto alle provocazioni di Drayce e Khalytra. Loro conoscono le regole, e anche tu. Tu sei solo una tirocinante e il tuo dovere non è prendere decisioni. Tu devi osservare quelle di tuo padre e imparare da lui. Non è tuo compito prendere decisioni autonome, tantomeno sminuirlo in quel modo, scavalcando la sua autorità e tradendo la sua fiducia in te per ottenere due complimenti da una vecchia arrivista che aspettava solo la scusa per scaricare la responsabilità su qualcun altro e da un arrampicatore sociale la cui unica vera qualità è essere un seduttore di infima categoria che farebbe qualsiasi cosa per avere prestigio, anche sacrificare la sua dignità. Cadendo nella loro trappola hai dimostrato che non sei meglio di loro. Che delusione" mormorò, con fare sprezzante, aggiustandosi la mascherina a forma di becco sul naso. Leonie strinse i pugni. Nessuna reazione. Sentiva che, se avesse parlato, sarebbe esplosa, facendo cadere la sua copertura e compromettendo ancora di più la propria posizione. "Ti avverto. Questo è un modo veloce per fare carriera, non uno onorevole. Noi Animorphi siamo legati alla famiglia, dovresti saperlo meglio di me. Se non fosse stato per tuo padre e per il modo in cui ti ha cresciuta, non saresti mai stata votata prossima Leader di Aspidion e se pensi che non sia così, ti stai illudendo. Com’è ovvio, tu puoi dirigere la tua carriera politica come meglio credi. Resta il fatto che se questa è la strada che intendi percorrere una volta diventata Co-Leader, io e mio figlio romperemo il gemellaggio e non saremo più considerabili alleati dalla tua famiglia. E credimi, non ti conviene averci come nemici" concluse Selka. A quelle parole, Leonie impallidì. Il suo cuore cominciò a battere come un tamburo. Una parte di lei avrebbe quasi voluto mettersi a ridere. Era assurdo: aveva assecondato Drayce e Khalytra per non compromettere la posizione politica dei Delyrath e, così facendo, aveva ottenuto l’opposto. Aprì la bocca d’istinto, per cercare di calmare gli animi. Selka scosse la testa. "Non voglio sentire le tue scuse o le tue opinioni. Riflettici bene. Hai tutto il tempo per farlo. Buona giornata" aggiunse, girandosi per aprire il portone e rientrare nella Sala da Pranzo. Leonie abbassò gli occhi: stava per mettersi a piangere. La donna-pesce, che prima si era messa in disparte, si avvicinò di nuovo a lei e le poggiò una mano sulla spalla. Leonie non disse nulla. Si limitò ad appoggiarsi, con fare distratto, al suo petto con la schiena. La donna-pesce emise un gemito di sorpresa, poi la circondò con le braccia senza fare domande.
Franziska Kantorowicz sedeva alla sua scrivania, posta nell’ufficio della dottoressa Freya Weindorf, la psichiatra che seguiva Leonie Delbrück insieme a parecchia altra gente di Marburg con problemi simili. Nel primo pomeriggio aveva ricevuto la chiamata di Adelheid Reinhardt, la datrice di lavoro di Leonie. La donna era preoccupata per la sua dipendente perché, a quanto pareva, Leonie stava affrontando una ricaduta che presentava sintomi atipici rispetto alla sua diagnosi. Sentendo quelle parole, il cuore di Franziska aveva perso un battito. Lei e Leonie erano infatti state amiche per un anno intero, prima di capire che si piacevano a vicenda ed essere andate a un appuntamento romantico due giorni prima, alla fine del quale si erano baciate. Si erano mandate messaggi dolci e poi, quella mattina, non aveva ricevuto il suo buongiorno. Poi, la telefonata. Franziska aveva dovuto appellarsi a tutta la sua professionalità per passare la chiamata alla dottoressa senza fare ulteriori domande. Era davvero allarmata. E il fatto che quello fosse un pomeriggio così tranquillo e che non ci fossero state altre telefonate peggiorava la situazione, visto che aveva molto tempo per pensare. Non che se ne stesse con le mani in mano. Franziska era abbastanza giovane, aveva da poco compiuto trentun anni. Eppure, era una segretaria molto puntigliosa e diligente. In quel momento, infatti, stava gestendo il calendario digitale degli appuntamenti della dottoressa. Aveva già inserito gli appuntamenti per il giorno successivo, venerdì sedici ottobre, e stava riportando la lista di nomi scritta a penna che aveva davanti agli occhi, riempiendo il calendario digitale alla voce “Lunedì 19 ottobre”. Ore 8:30, Simon Weidemann, prima visita. Ore 9:30, un’habitué: l’anziana Adelina Stäbler. Ore 10:30, Albert Neubauer. Ore 11:30, Konstanze Vonhof. Ore 12:00, pausa pranzo fino alle 13:00. La dottoressa Weindorf era molto apprezzata e competente e aveva davvero molti pazienti. Nonostante questo, l’azione che stava compiendo non riusciva a occuparle la mente abbastanza da farle dimenticare Leonie e ciò che le stava succedendo. Anche perché, non avendo un quadro chiaro della situazione, non poteva nemmeno sapere come rendersi utile. Il prossimo passo nella costruzione del calendario degli appuntamenti era chiamare il ristorante “Gianico” per prenotare il pranzo per lei e la dottoressa. La dottoressa era molto magnanima e offriva il pranzo a Franziska una settimana sì e una no. Nella settimana di mezzo era Franziska a offrire. Alla ragazza non pesava. Le piaceva il rapporto di complicità che c’era tra loro e lo stipendio che prendeva era abbastanza alto da poterselo permettere. Ogni settimana facevano il giro dei ristoranti di Marburg e, per lunedì, il candidato era appunto il Gianico, un ristorante italiano, uno dei preferiti di Franziska. Stava per alzare la cornetta quando sentì la voce della dottoressa Weindorf pronunciare il nome di Leonie. I suoi muscoli si irrigidirono. Si alzò di scatto e camminò con passo felpato fino alla porta bianca, appoggiandovi l’orecchio. Sapeva che non era giusto origliare. Ciononostante, doveva capire cosa stava succedendo. Franziska aveva sentimenti reali per Leonie: per lei non era più solo un’amica e nemmeno un flirt passeggero. Se ci fosse stata qualsiasi cosa che avrebbe potuto fare per aiutarla, si sarebbe fatta avanti senza se e senza ma.
"Cosa intende per aggredita?" fu la prima cosa che uscì dalla bocca della dottoressa. Un momento di pausa, poi la dottoressa parlò di nuovo. "Dunque, non solo l'ha aggredita fisicamente, l'ha anche minacciata?" Franziska chiuse gli occhi, inspirando. *Oh Leonie, che hai combinato?* pensò, sentendo una morsa stringerle lo stomaco. Un altro momento di pausa. "Capisco il suo punto di vista. Non conosce nessun altro che potrebbe osservare e contenere Leonie per un po'?" Altra pausa. "Non voglio metterle addosso pressione, davvero. Il punto è che, se nessuno può starle accanto per contenerla e capire cosa sta succedendo, potremmo dover proseguire con un ricovero coatto" esclamò la dottoressa, con fare pacato ma gravoso. Un'altra pausa. "Non è un problema suo... d'accordo. Grazie per averci provato, signorina Schneider. Sono dispiaciuta per ciò che ha dovuto subire. Buona giornata" concluse la dottoressa, riattaccando. Franziska digrignò i denti, stringendo i pugni. "Non è un problema mio". Sapeva con chi stava parlando la dottoressa. Annika Schneider, l'insopportabile coinquilina di Leonie. Certo che non era un suo problema. A lei non era mai importato nulla di Leonie. E ora, per colpa sua, Leonie rischiava di essere internata. Riaprì gli occhi, valutando i pro e i contro. Se avesse aperto la porta in quel momento avrebbe potuto compromettere il rapporto di fiducia con la dottoressa. Se non l'avesse fatto, Leonie sarebbe stata internata per chissà quanto tempo. Rifletté per qualche secondo. Non poteva lasciare che Leonie venisse portata via. Aveva soltanto una scelta: aprire quella porta e rischiare. Dopo aver abbassato la maniglia, entrò nella stanza e richiuse la porta alle sue spalle. "Mi dispiace di aver origliato. E mi dispiace di non avertelo detto prima" esordì Franziska. La dottoressa Weindorf alzò un sopracciglio, confusa. "Di non averti detto cosa?" Franziska esaminò con attenzione il bel viso della dottoressa, cercando di capire cosa pensasse di quello che aveva fatto. Gli occhi verdi a mandorla, dalle palpebre incappucciate, erano calmi e il viso squadrato era rilassato. Le labbra sottili, accentuate dal rossetto borgogna, non erano tese ed erano illuminate da un sorriso a bocca chiusa. Le palpebre erano impreziosite da un ombretto color albicocca sfumato e da una linea di eyeliner nero di dimensioni medie, con una punta finale rivolta verso l'alto, affilata come al solito. Nonostante l'età e le rughe che solcavano il suo viso, la pelle pallida era luminosa, seppur priva di una base coprente. Un leggero blush copriva le guance e i suoi capelli rossi naturali, lisci e lunghi fino alle spalle, le conferivano un'aria da madre saggia, unita alla bellezza di una dinamica donna moderna. Le spalle erano rilassate e non c'era alcun segno di tensione. Questo tranquillizzò Franziska. "La ragazza di cui ti ho parlato spesso durante i nostri pranzi, quella che è stata mia amica per un anno e con cui sono uscita e mi sono baciata, è Leonie" confessò. Freya rimase sorpresa per qualche secondo, con un sorriso da *“Sessione Gossip”* stampato in volto. Poi si ricordò della telefonata che aveva appena ricevuto e si rabbuiò. "Capisco... mi dispiace molto per la situazione, so quanto ci tieni a lei" mormorò. Franziska annuì. "Questo è vero. Ma non te l'ho detto per fare la vittima. Voglio essere io a occuparmi di lei. Starò a casa con lei, monitorerò la situazione e farò in modo di portarla qui per una seduta al più presto" esclamò, con una determinazione negli occhi che solo un sentimento genuino poteva fornire. Sentendo quelle parole, il volto di Freya si rilassò di nuovo. "Penso che sia la cosa migliore da fare. Tu la conosci da abbastanza tempo e tieni a lei, magari questo potrà aiutarti a far emergere il suo lato meno problematico" commentò. "Lo penso anch'io. Credo che dovrei parlare di questo con la signora Reinhardt. Lei tiene molto a Leonie e penso che unire le forze sia la scelta migliore" rispose Franziska. "Sono d'accordo. Dovresti chiamarla per organizzare il tutto. In tutta onestà, penso che, se qualcuno può riuscire ad aiutarla, quella sia tu" concluse la dottoressa con un sorriso incoraggiante. "La ringrazio, lo spero proprio. L'unica cosa che so per certo è che ce la metterò tutta" ribatté Franziska. "Tanto per cominciare, siediti. Visto che ti occuperai di lei, penso che tu meriti di sapere quali siano i suoi sintomi e il contesto dell'aggressione alla coinquilina. Potrebbe fornire dati importanti su come comportarti per evitare attriti". Franziska annuì, sedendosi. "Sono pronta, Freya. Comincia pure" esclamò infine.
Dopo questo capitolo puoi leggere anche
La signora Clara e la libreria magica
La signora Clara camminava con passo incerto per le strade umide di novembre.Gli occhi smarriti cercavano qualcosa di familiare su cui posarsi, un oggetto, una persona, vagando come biglie su un tavolo da biliardo.All’improvviso un frammento di memoria la fece
spark cage: un destino di fuoco
Una scuola perfetta. Un potere nascosto. Un segreto pericoloso. Per la quattordicenne Erin Riley, l'ammissione alla prestigiosa Elemental Academy, nel cuore del New Jersey, sembra l'unica via di fuga. Dopo un misterioso e drammatico incidente a scuola, i suoi
L'UOMO CHE UCCISE SANTA CLAUS
E se Babbo Natale venisse ucciso? Proprio questo accade in questo racconto.
Artemys
Moonridge - 2023 (Molte cose/nomi sono semplicemente frutto della mia immaginazione, come i luoghi, la scuola, i posti descritti) Zoe, una quindicenne londinese, si trasferisce con suo padre nella misteriosa cittadina di Moonridge. Convinta di iniziare sempli