Storia · capitolo 7

Capitolo 5

il_doppio_fondo di Quintino Botrugno

Duisburg — settembre 2017

La notizia che erano riusciti a risalire al luogo dove avevano stampato le banconote partendo dai numeri di serie uscì il 4 settembre, un lunedì, in un trafiletto di undici righe nella pagina della cronaca regionale della STAMPA. Elisa lo trovò mentre sfogliava il giornale al bar Nazionale prima di salire in ufficio. Era uno di quei trafiletti che i giornali mettono a riempire uno spazio rimasto vuoto in basso a destra: carattere piccolo, nessun titolo in grassetto, la formula burocratica di una fonte anonima. «Secondo quanto risulta a questo giornale, le banconote rinvenute nella scrivania presidenziale sarebbero state emesse da un istituto di credito tedesco. La Procura non ha rilasciato dichiarazioni.»

Istituto di credito tedesco.

Elisa ritagliò il trafiletto con le forbici del bar — il cameriere Davide gliele passò senza fare domande, era abituato alle sue pratiche — lo piegò in due e lo mise nel portafogli, nella tasca interna dove teneva i biglietti da visita.

A casa, quella sera, aprì il computer e cercò in google: banconote 500 euro Germania provenienza. Trovò quello che pensava di trovare. Cercò poi: Duisburg 'ndrangheta. E quello che trovò le rimase sullo schermo per un lungo tempo.

* * *

◆ Duisburg, estate 2016

Duisburg non assomigliava a quello che ci si aspettava.

Forse ci si aspettava qualcosa di esplicitamente industriale: ciminiere, cielo basso, acciaio. In realtà Duisburg nel luglio del 2016 era una città normale, con i dehors dei bar pieni di gente, i parchi tenuti bene, le piste ciclabili. Le acciaierie esistevano ancora — si vedevano dal finestrino del treno, enormi, silenziose di domenica — ma erano già diventate un'attrazione turistica oltre che un luogo di lavoro. Ci si poteva fare un giro organizzato, la sera, con le luci che riflettevano sull'acqua del canale.

L'uomo arrivò in treno da Colonia. Aveva passato la notte su un intercity, seduto, senza dormire. Era la prima volta che veniva in Germania, e quello che lo aveva colpito di più era la puntualità: il treno aveva impiegato esattamente il tempo previsto, al minuto. In Italia, quando il treno arrivava in orario, qualcuno di solito lo commentava. Lì non lo commentava nessuno.

Scese alla stazione centrale e aspettò fuori, con la valigia piccola tra le gambe. Faceva caldo, un caldo diverso dal caldo di Reggio — più umido, più grigio. Dopo dodici minuti arrivò un'auto tedesca grossa, un’Audi enorme berlina grigia, con alla guida un uomo che l'uomo conosceva solo di nome. Si salutarono in italiano.

* * *

Il ristorante era in una strada laterale, a dieci minuti dal centro. Si chiamava Da Bruno, insegna verde con la scritta in rosso, tovaglie a quadretti. Dall'esterno sembrava uguale a mille altri ristoranti italiani nel mondo. C'erano quattro tavoli occupati. Famiglie, per lo più — bambini che mangiavano le tagliatelle, adulti che parlavano sottovoce. Un televisore in un angolo trasmetteva il telegiornale tedesco con il volume basso.

Si sedettero al fondo. Ordinarono in italiano senza nemmeno guardare il menu.

L'uomo che guidava l'auto disse: «Hai fatto buon viaggio?»

«Sì.»

«È la prima volta che vieni qui?»

«Sì.»

«Ti abitui presto.» Era una constatazione.

Mangiarono. Non parlavano di lavoro a tavola: questa era la regola non scritta. Parlavano della Calabria, del caldo, di una partita della nazionale, di un problema con la carta di circolazione di un camion che aveva avuto l'autista la settimana prima. Cose ordinarie. L'uomo capì che le cose ordinarie erano importanti: servivano a ricordare che la vita continuava, che il mondo era ancora fatto di cose ordinarie, che quello che stavano facendo non era poi così diverso da molte altre cose.

Finirono di mangiare. Il cameriere portò il caffè senza che lo chiedessero.

* * *

◆ Aosta, settembre 2017

La strage di Duisburg era stata del 15 agosto 2007.

Elisa aveva ventisei anni quella sera, stava guardando il telegiornale con i suoi in cucina a Châtillon. Sei uomini uccisi davanti a un ristorante italiano in Germania, la notte di Ferragosto. La Calabria, aveva detto il giornalista. La 'ndrangheta. Una faida tra famiglie che si era spostata nell'altra metà d'Europa.

Aveva pensato che fosse una cosa lontana. Come si pensa sempre delle cose lontane.

Adesso cercava Duisburg sul computer e trovava articoli, report, sentenze. Trovava che la città industriale nella Ruhr era diventata uno dei centri della 'ndrangheta in Europa settentrionale: le famiglie calabresi insediate da generazioni, il lavoro legale come copertura, le reti di subappalto, il riciclaggio attraverso imprese edili e ristoranti. Trovava che le banconote da cinquecento euro erano da anni il taglio preferito per spostare grandi quantità di contante senza usare le banche — un milione in banconote da cinquecento stava in uno zaino, e uno zaino non lasciava tracce.

Trovava che la Banca Centrale Europea aveva deciso di cessare la produzione di nuove banconote da cinquecento a partire dal gennaio 2019, con una motivazione ufficiale tecnica e una motivazione reale molto più semplice: erano diventate la valuta preferita della criminalità organizzata di mezza Europa.

Aprì il quadernetto. Scrisse: «Duisburg. Banconote da 500 = contante sporco per spostamenti manuali. 'ndrangheta tedesca insediata da generazioni. Provenienza bancaria = traccia reale, non casuale.»

Poi scrisse, sotto: «Perché proprio in Valle d'Aosta?»

E poi, con una freccia: «Appalti.»

* * *

◆ Duisburg, estate 2016

La banca era in via Kaiser-Wilhelm-Straße, a trecento metri dal ristorante.

Aperta il lunedì mattina alle nove. L'uomo ci andò da solo: questo era stato detto con chiarezza la sera prima, nell'appartamento dove aveva dormito. Doveva andare da solo, portava i documenti, prelevava. Niente di straordinario: il conto era intestato a una persona reale, con documenti reali, con una storia bancaria reale che durava da quattro anni. I prelievi in contanti erano frequenti — era un conto che serviva proprio a quello.

Lo sportello era gestito da una donna sui cinquant'anni, capelli corti, occhiali sottili. Guardò i documenti, guardò il monitor, disse qualcosa in tedesco. L'uomo disse che parlava solo italiano e un po' di inglese. Lei passò all'inglese senza problemi.

«Quanto vuole prelevare?»

«Ottomila euro.»

«In che tagli?»

«Cinquecento.»

Lei digitò qualcosa. Poi aprì il cassetto e cominciò a contare. Le banconote viola erano spesse, rigide, nuove di stampa. Sedici banconote. L'uomo le mise nella busta di carta che aveva portato, la busta nel borsello, uscì.

Tre giorni dopo tornò. Altri diecimila. Poi, a settembre, altri settemila. In tre tappe: venticinquemila euro in banconote da cinquecento, prelevate da un conto tedesco in tre momenti separati nell'arco di due mesi.

Nessuno dei tre prelievi superava la soglia che avrebbe richiesto segnalazione automatica. Era una soglia che l'uomo conosceva bene.

* * *

◆ Aosta, settembre 2017

Settembre ad Aosta. I turisti erano andati, le strade avevano ripreso il loro ritmo. Il Monte Emilius era sparito dietro le nuvole basse delle prime settimane di settembre e non si vedeva da giorni.

Elisa aveva ripreso il quadernetto dopo settimane in cui lo aveva aperto solo per piccole aggiunte — un nome, una data, un rimando. L'estate era stata quieta sul fronte dell'indagine: la Procura lavorava in silenzio, i giornali avevano rallentato, la storia era scivolata nelle pagine interne del settimanale più venduto. La Valle d'Aosta aveva altri problemi di stagione.

Ma il trafiletto di undici righe aveva rimesso in moto qualcosa. Banca tedesca. Duisburg.

Aprì il computer di nuovo e cercò con più calma: 'ndrangheta Valle d'Aosta appalti. Trovò articoli vecchi, inchieste di giornalisti del Nord, qualche rapporto della commissione antimafia. Trovò il nome di alcune operazioni della DDA di Torino negli anni precedenti. Trovò, in un articolo del 2015 su un quotidiano di Torino, un riferimento a imprese edili calabresi che avevano tentato di entrare nel sistema degli appalti valdostani attraverso subcontratti e forniture.

Non c'erano nomi. Non c'erano condanne. C'erano tentativi.

Scrisse nel quadernetto: «DDA Torino monitora Valle da anni. Tentativi di infiltrazione appalti attraverso subappalti e forniture. Nessun aggiudicatario diretto — solo catena di fornitura.» E poi: «Costruzioni Meridiane Srl — Cosenza/Torino — bando Parini esclusa. Verificare catena societaria.»

Quella parola — esclusa — le tornò in mente con un significato diverso da prima. Un'impresa che aveva tentato di entrare e non era riuscita. Un sistema che aveva cambiato maggioranza nel marzo del 2017. Un ex presidente che aveva gestito quell'ecosistema per vent'anni e ora era fuori.

I venticinquemila euro non erano un furto. Non erano un fondo nero dimenticato. Erano un conto che si regolava — non in denaro, perché quel denaro non sarebbe mai tornato indietro, ma in chiarezza. In segnale. In memoria collettiva di quell’ambiente che non dimentica chi ha smesso di essere utile. E paradossalmente ti puniscono mettendo del denaro nel cassetto.

Rimase a guardare lo schermo per qualche minuto. Poi chiuse il computer, aprì il quadernetto e scrisse in fondo all'ultima pagina usata, separato dal resto da due righe bianche:

Chi può permettersi di buttare via venticinquemila euro per mandare un messaggio?

Poi chiuse il quadernetto, girò la chiave nel cassetto, andò a prendere Nico a scuola.

* * *

◆ Duisburg, estate 2016

Il treno per Torino partiva da Duisburg Hauptbahnhof alle quindici e trentatre. Passava per Colonia, Francoforte, Milano Centrale, Torino Porta Nuova. Arrivava a Torino il giorno dopo, alle sette e dodici.

L'uomo dormì per buona parte del viaggio. Aveva la busta nel borsello, tenuto tra il corpo e il sedile, il sedile vicino al finestrino. Fuori scorreva la campagna tedesca, poi quella svizzera, poi i tunnel del Sempione, poi la pianura padana.

Non pensava alla destinazione finale della busta. Non era parte del suo compito conoscere la destinazione finale. Il suo compito era portare la busta a Torino e lasciarla a qualcuno che conosceva da anni, qualcuno di cui si fidava, qualcuno che avrebbe continuato il piano con discrezione e competenza.

Non si chiedeva cos'era quel che andava fatto. Si chiedeva altre cose nella vita — problemi di lavoro, questioni familiari, un contenzioso con un comune del Sud che andava avanti da tre anni — per non aggiungerne un'altra. Qualcuno aveva bisogno di contante. Lui era in grado di procurarlo. Era un servizio, come tanti altri.

Arrivò a Torino che stava ancora albeggiando. Prese un taxi fino a corso Giulio Cesare. Lasciò la busta dove convenuto.

Poi prese il treno per Reggio e tornò a casa.

La busta rimase ferma quasi un anno. Non in Germania: a Torino, in un appartamento intestato a un nome che non compariva in nessuna lista. In un cassetto di una scrivania da poco prezzo, chiuso, in attesa.

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