Capitolo 4
Il verbale — 25 luglio 2017
Il palazzo di Giustizia è a due passi da piazza Chanoux, in un palazzo tutto suo con due vigilantes che controllano gli avventori. Elisa non ci era mai entrata, non era un posto che si frequentasse, a meno che non ce ne fosse bisogno.
Quel giovedì mattina aspettò fuori, sulle panchine dei giardini che ci sono di fronte. Tanti alberi e tanta ombra. C’erano gruppi di ragazzi stesi sull’erba sotto gli alberi che ridevano e bevevano birra. Giulio era entrato alle nove e un quarto con il suo avvocato, Dalbard, un torinese sulla sessantina che Elisa aveva visto una sola volta e che aveva la faccia da nonno e gli occhi di chi ci pensa due volte prima di commentare qualsiasi cosa. Le aveva detto: «Non deve essere presente, non è opportuno.» Giusto. Lei aveva annuito ed era rimasta fuori.
Aveva portato il quadernetto verde. Non per usarlo — non era il momento — ma perché era diventata un'abitudine portarlo, come si porta il telefono, come si portano le chiavi. Era oramai una cosa che non serviva necessariamente ogni giorno, ma che se non c'era si notava.
Aspettò seduta su una panchina sotto gli ippocastani. Faceva caldo, ma l'ombra teneva. Alcune persone avevano portato i cani a passeggiare. Ogni tanto entrava o usciva qualcuno. Molti erano avvocati che entravano e uscivano senza nessun controllo da parte dei vigilantes. Uscirono degli agenti in divisa blu con un detenuto in manette e furono inghiottiti da un furgone della polizia penitenziaria, poi uscì un noto avvocato con uno zaino nero sulla schiena, una donna anziana con un foglio in mano, un ragazzo in bicicletta che lasciò la bici non legata ed entrò di corsa. La vita ordinaria di un palazzo pubblico d'estate.
Elisa aprì il quadernetto. Non alla pagina corrente — alla prima, a quelle tre righe scritte il 7 luglio. Le rilesse. Il terzo operaio. Il vano vuoto. Chi sapeva del trasloco.
Tre domande che in tre settimane erano diventate più dense senza ancora avere risposta. Aveva aggiunto molte cose nelle pagine successive — le lettere di Fratellanza e Architettura, il bancomat del 2011, il log degli accessi all'archivio che stava ancora cercando di ottenere senza fare domande che sembrassero domande. Ma le tre righe della prima pagina erano ancora lì, aperte.
Alle undici e quaranta Giulio e Dalbard uscirono dal portone.
* * *
Dalbard disse che doveva fare una telefonata e si allontanò di qualche metro. Giulio raggiunse Elisa sotto gli ippocastani. Si sedette sulla panchina accanto a lei senza guardarla, con gli occhi sulla strada davanti.
«Com'è andata?», disse Elisa.
«Due ore e mezza di interrogatorio. Il Pm Piatti è veramente troppo pignolo. Fa le domande una volta sola.»
«Cosa ti ha chiesto?»
«Ha voluto sapere tutto nei dettagli. La sera del trasloco, la sequenza degli eventi, chi era presente. Il contenuto della busta.» Una pausa. «Il contenuto della busta.»
Elisa aspettò.
«Gli ho detto quello che avevo visto. Le banconote, il bancomat, i fogli, la fotografia. Tutto insieme nella busta.»
«Ma tu non li hai visti insieme nella busta.»
«No. Io li ho visti sul tavolo quando la polizia ha fatto l'inventario. Ma ho risposto come se li avessi visti nella busta, perché era l'assunzione logica, e in quel momento non c’era nessun motivo per dubitarne.»
Elisa aprì il quadernetto a una pagina bianca. «Piatti ha registrato quello che hai detto?»
«Il verbalizzante scriveva mentre parlavo. Poi ho firmato.»
«Hai riletto bene prima di firmare?»
Giulio si girò a guardarla. «Sì. Ma il verbale riassumeva — non hanno trascritto parola per parola. E nel riassumere... » Si fermò. «Nel riassumere hanno messo quello che sembrava più logico. Che il contenuto fosse tutto nella busta.»
«E tu hai firmato lo stesso.»
«E io ho firmato. In quella situazione sei sotto tensione, ti batte il cuore e firmeresti qualsiasi cosa.»
Elisa scrisse: «Verbale 25/7 — contenuto busta come da inventario polizia, non come da visione diretta. Firmato.» Poi aggiunse: «Differenza tra cosa GF ha visto e cosa GF ha dichiarato di aver visto: involontaria. Differenza tra cosa GF ha dichiarato e cosa il verbale riporta: possibile compressione in fase di trascrizione.»
Giulio guardò quello che stava scrivendo. «Stai documentando il mio errore.»
«Sto documentando la differenza tra un errore e una falsità. Non sono la stessa cosa.»
Lui esitò. «C'è un'altra cosa. Piatti mi ha chiesto del terzo operaio. È stato lui a chiedere.»
Elisa alzò gli occhi dal quadernetto.
«Aveva già il nome nella documentazione. Carmelo Inzitari. Documento di identità con quell'intestazione, registrato dalla ditta di traslochi. Ma quando la Digos ha cercato la persona, l'indirizzo non esisteva. Il telefono era prepagato, già disattivato.»
«Quando disattivato?»
«24 giugno. Due giorni dopo il trasloco.»
Elisa scrisse la data. «Quindi Piatti lo sa già che quel terzo uomo è sospetto.»
«Sa che il documento era falso. E ci deve essere un motivo, che non conosce. Ma non sa chi c'era dietro.»
Dalbard tornò, il telefono ancora in mano. Guardò Elisa, poi il quadernetto aperto sulle sue ginocchia. Non disse niente sul quaderno. Disse: «Dobbiamo andare. Ho un appuntamento a Torino nel pomeriggio.» Poi, rivolto a Giulio, con un tono preciso: «Nessuna comunicazione con la stampa. Nessun commento a nessuno. Se qualcuno chiede, digli che risponde solo l'avvocato.»
Giulio annuì.
Dalbard si congedò da Elisa con un'inclinazione della testa — formale, il gesto dei vecchi avvocati di provincia. Poi i due si avviarono verso il parcheggio sotterraneo di via Carrel.
Elisa rimase sulla panchina. Guardò l'ultima riga che aveva scritto: «24 giugno — telefono disattivato.» Due giorni dopo il trasloco, la persona era sparita. Aveva chiuso il telefono, lasciato l'indirizzo falso, lasciato il nome falso, e non era rimasto niente.
Niente che si potesse trovare senza sapere dove cercare.
* * *
Tornando verso Palazzo regionale deviò fino al bar Roma. Era quasi mezzogiorno, i tavoli dei dehors dei ristoranti cominciavano a riempirsi di gente che pranzava in pausa ufficio. Prese un'acqua fredda naturale al banco e rimase in piedi, con il quadernetto chiuso nella borsa.
Pensò al verbale.
Un verbale di polizia giudiziaria non era una trascrizione letterale: era una sintesi redatta dall'agente verbalizzante nel corso dell'audizione, poi letta e firmata dall'interrogato. La prassi diceva che l'interrogato aveva il diritto di chiedere correzioni prima di firmare. La realtà diceva che nella maggior parte dei casi l'interrogato firmava perché il contenuto sembrava corretto, perché era stanco, perché l'agente aveva già scritto e riscrivere prendeva tempo, perché l'assunzione generale era che il riassunto corrispondesse a quello che si era detto.
In quell'assunzione c'era uno spazio. Non un'irregolarità — nessuno aveva costretto Giulio a firmare, nessuno aveva scritto deliberatamente cose false. Ma uno spazio in cui un'incertezza poteva diventare una certezza, in cui un «probabilmente nella busta» poteva diventare «nella busta», in cui la sfumatura che distingueva quello che si era visto da quello che si era dedotto spariva nella compressione della sintesi.
Quello spazio qualcuno lo aveva usato. Non necessariamente con dolo — forse semplicemente con distrazione, con la tendenza naturale del verbalizzante a riempire le lacune con l'interpretazione più coerente. Ma il risultato era lo stesso: nel verbale firmato da Giulio c'era un dettaglio che Giulio non aveva visto, presentato come se l'avesse visto.
E chi aveva messo il bancomat e i fogli nella busta — dopo che Giulio l'aveva guardata, dopo che Rémi l'aveva aperta, nei cinque minuti in cui il corridoio era libero — aveva probabilmente contato su questo. Aveva contato sul fatto che nel caos di quella sera, nell'arrivo della polizia, nell'interrogatorio rapido e nella firma sotto pressione, nessuno avrebbe distinto con precisione quello che era stato visto da quello che era stato dedotto.
Era una previsione corretta. Quasi.
Pagò l'acqua. Uscì nel sole di luglio. Via Aubert era piena di gente, l'odore dei ristoranti aperti, della pizza al taglio, qualcuno che suonava una chitarra all'angolo con Croce di Città. Elisa camminò verso Palazzo con il passo di chi ha ancora molto da fare e sa da dove cominciare.
* * *
Quella sera, prima di uscire dall'ufficio, aggiunse tre cose al quadernetto.
La prima era una lista: chi era presente nello studio del presidente tra il ritrovamento della busta e l'arrivo della polizia. Giulio. Rémi. Il fratello maggiore di Rémi, nome che non ricordava. Il terzo operaio, quello grosso. Elisa stessa, dalla soglia, dal corridoio. Venti minuti, forse venticinque. Abbastanza.
La seconda era una domanda: il documento che registrava la data e l'ora del trasloco — chi lo aveva preparato, chi lo aveva ricevuto, chi avrebbe potuto farlo uscire dall'ufficio. Le istruzioni per gli operai erano state mandate via mail dal responsabile della ditta il giorno prima. La richiesta alla ditta era partita dalla Segreteria. Il documento interno che fissava data e ora — quell'appunto semiufficiale che era circolato tra pochi collaboratori — era nel protocollo interno, accesso ristretto.
La terza cosa non era una domanda. Era un nome scritto con la grafia più piccola del solito, nell'angolo in basso della pagina, seguito da un punto interrogativo: Renato Cuc.
Non aveva nessun elemento concreto. Aveva solo tre cose: che Cuc era tra le persone con accesso all'archivio delle lettere di Fratellanza e Architettura, che era tra le persone con accesso al protocollo interno della Segreteria, e che quella pausa sulla soglia del suo ufficio in marzo — con la frase sui meccanismi storici — continuava a tornarle in mente senza un motivo preciso.
I motivi imprecisi, nella sua esperienza, valevano quanto quelli precisi. A volte di più.
Chiuse il quadernetto. Girò la chiave nel cassetto. Prese la borsa e uscì.
Nel corridoio di Palazzo, quell'ora di tarda sera, c'era il silenzio compatto che conosceva bene. Le luci di servizio, il pavimento che scricchiolava, la pressione diversa nell'aria. Elisa camminò verso le scale senza affrettare il passo. Fuori l'aspettava Aosta, il caldo di luglio, la macchina parcheggiata nel parcheggio riservato ai dipendenti regionali di via Festaz sin dalla sera prima. Era rimasta lì dalla sera prima, quando l’aveva parcheggiata dopo cena per andare in centro a fare due passi e poi era tornata a casa a piedi.
Quando mise in moto, lo schermo del cruscotto si illuminò con l'orario memorizzato allo spegnimento della sera prima — 20.41 — e per una manciata di secondi, prima di aggiornarsi al segnale GPS, mostrò quella cifra ferma come una fotografia. Poi il display saltò all'orario corrente: 19.53.
Elisa non ci fece caso. Non ancora. Ma quella sera aprì l'app della fotocamera e scattò una foto al cruscotto prima che il display finisse di aggiornarsi, incuriosita del fatto che segnasse un orario sbagliato.
La salvò nella cartella privata del telefono, quella senza backup automatico sul cloud. Poi partì.
PARTE SECONDA — IL GIALLO
Luglio – dicembre 2017
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