Storia · capitolo 5

Capitolo 3

il_doppio_fondo di Quintino Botrugno

Il giallo dell'estate — luglio 2017

Aosta d'estate era una città diversa.

Non tanto per i turisti — erano pochi, rispetto alle valli laterali e ai comprensori sciistici, perché Aosta era sì una destinazione, ma soprattutto un passaggio, la città che si attraversa andando verso il Monte Bianco o il Gran San Bernardo o il Cervino. Ma erano abbastanza da cambiare la temperatura delle strade: gente con gli zaini, targa fuori regione, bambini che rallentavano il passo davanti alle vetrine. E c'era il caldo, quello secco di fondovalle che arrivava improvviso anche prima di luglio e restava fino a settembre, quel caldo che ammorbidisce i ritmi e rende tutto un po' più lento.

Nelle settimane dopo il 7 luglio ad Aosta si parlava ancora della scrivania, ma con la cadenza progressivamente rallentata. Le cose principali erano state dette e adesso Aosta le rimestava. La notizia era uscita, aveva fatto il giro, era tornata. Ogni nuovo dettaglio — il bancomat, i simboli, la fotografia — la rimetteva in moto per qualche giorno, poi si rallentava di nuovo.

Elisa seguiva tutto. Leggeva gli articoli online la mattina, i giornali di carta quando riusciva a comprarli, ascoltava le conversazioni al bar Nazionale senza partecipare. Era la sua modalità naturale: raccogliere, non commentare. In ufficio non parlava della storia con nessuno, nemmeno con i colleghi che la citavano come fosse normale, come fosse pettegolezzo e non indagine in corso. Rispondere avrebbe significato posizionarsi, e posizionarsi era prematuro.

Il quadernetto verde stava nel cassetto chiuso a chiave. Ogni sera, prima di uscire, aggiungeva una riga. Non tutti i giorni c'era qualcosa da aggiungere. Ma l'atto di aprire il quadernetto e controllare — anche quando la pagina restava vuota — era diventato parte della giornata, come controllare le mail o svuotare il cestino dalla scrivania.

* * *

I simboli massonici diventarono di dominio pubblico il 14 luglio, una settimana dopo la prima notizia.

Non li chiamarono così subito. Il comunicato della Questura parlava di «documentazione di natura associativa» tra il materiale sequestrato. I giornali ci misero meno di ventiquattr'ore a tradurre quella formula: loghi con il compasso, l'Occhio della Provvidenza, il Grande Architetto dell'Universo. Fratellanza e Architettura — così si chiamava l'associazione, secondo un giornale online che aveva recuperato lo statuto dalla camera di commercio di Torino dove era depositato. Non era una loggia massonica: era una di quelle organizzazioni paramassoniche che esistono nell'area grigia tra l'associazionismo culturale e la rete di relazioni tra professionisti, con rituali presi in prestito dalla tradizione esoterica e un'agenda che si riduceva, nella pratica, a qualche cena durante l'anno e qualche convegno su temi vagamente filosofici.

Elisa trovò il sito di Fratellanza e Architettura in tre minuti di ricerca. Aveva una grafica amatoriale aggiornata l'ultima volta nel 2014. Nella sezione «Chi siamo» c'era una foto di gruppo di una quindicina di uomini in giacca e cravatta davanti a quello che sembrava un palazzo torinese. Non riconobbe nessuno. Cercò se ci fosse un elenco dei soci: non c'era. Cercò il nome dell'associazione abbinato a quello di Rollandin: trovò due articoli locali del 2011 e del 2013 che menzionavano entrambi nella stessa frase, in contesti diversi e non compromettenti.

Scrisse nel quadernetto: «Fratellanza e Architettura — Torino — lettere a Rollandin 2011/2013. Verificare archivio presidenza: protocollate? Chi le ha prelevate?»

Quella sera, prima di uscire, passò dall'archivio.

* * *

L'archivio della Segreteria era tenuto da Fernanda, una donna di cinquantadue anni che aveva fatto quello stesso lavoro per tre presidenti diversi e che aveva una memoria per i numeri di protocollo che Elisa non sapeva come spiegarsi. Le bastava sentire un nome o una data e recuperava il fascicolo corrispondente con la velocità di un motore di ricerca.

Elisa formulò la domanda nel modo più naturale possibile: stava preparando una nota di contesto sull'associazionismo privato per un'iniziativa dell'assessorato alla cultura, le serviva capire se c'erano precedenti di corrispondenza istituzionale con organizzazioni torinesi.

Fernanda non alzò lo sguardo dalla scrivania. «Che tipo di organizzazioni?»

«Culturali, paramassoniche, associazioni di professionisti.»

Tre minuti di silenzio. Poi Fernanda alzò gli occhi. «Ci sono quattro fascicoli di corrispondenza varia con enti torinesi negli ultimi dieci anni. Due riguardano fondazioni culturali con finanziamento regionale. Gli altri due sono corrispondenza non istituzionale — lettere arrivate alla presidenza da privati o associazioni private, protocollate per dovere, perché si deve protocollare tutto, ma senza risposta ufficiale.»

«Posso vedere i secondi?»

«Uno è del 2010, l'altro del 2013. Li porto.»

Il fascicolo del 2013 conteneva proprio tre lettere su carta intestata di Fratellanza e Architettura, Torino. La prima era un invito a partecipare a una conferenza sulla «tradizione filosofica europea e il governo delle comunità». La seconda era un sollecito del medesimo invito. La terza era una lettera di auguri natalizi con firma del presidente dell'associazione. Tutte e tre protocollate in arrivo, nessuna risposta protocollata in uscita.

Elisa le fotografò con il telefono, rapidamente. Le rimise nel fascicolo. Ringraziò Fernanda e uscì.

Non aveva trovato una prova. Aveva trovato la conferma che quei documenti erano in archivio, che erano accessibili a chiunque avesse il codice di accesso, e che qualcuno aveva fatto uscire copie di quelle lettere dalla presidenza e le aveva messe nella busta insieme alle banconote. Una catena di tre fatti. Ancora senza un collegamento che le unisse.

Aprì il quadernetto. Aggiunse: «Lettere in archivio, fascicolo 2013. Accesso: codice operatore. Controllare log degli accessi — chi ha consultato quel fascicolo negli ultimi sei mesi.»

Poi aggiunse, dopo una riga vuota: «Chiedere a Fernanda come si fa, senza che sembri una richiesta formale.»

* * *

Il ritrovamento del bancomat fu reso noto il 19 luglio.

Una tessera di credito scaduta nel 2011, intestata ad Augusto Rollandin, trovata tra il materiale sequestrato nella busta. I giornali la considerarono come conferma: i soldi quindi erano di Rollandin, il bancomat era di Rollandin, la storia era di Rollandin. Tre giorni di articoli sul sistema bancario dell'ex presidente, sulle sue proprietà immobiliari, su un conto alle Cayman che era già uscito in un'inchiesta precedente e che i giornali ripescarono con la diligenza di chi ha un archivio ben tenuto.

Elisa lesse tutto. E più leggeva, più la frase del giornalista milanese del 7 luglio le tornava in mente: Chi li ha messi?

Una tessera di credito scaduta nel 2011. Sei anni prima. Rollandin aveva avuto tutto il tempo per smaltirla, bruciarla, tagliarla, buttarla. Se l'aveva tenuta, perché in un posto così esposto — il doppio fondo della sua scrivania presidenziale, un posto che chiunque avesse smontato quella scrivania avrebbe potuto trovare? E se non l'aveva tenuta lui — se qualcuno gliela aveva sottratta anni prima e l'aveva conservata — chi, e perché, e come?

Una tessera scaduta non aveva valore economico. Aveva valore come oggetto: come prova di appartenenza, come documento che portava un nome. La si conserva per usarla, non per abitudine.

Aggiunse nel quadernetto: «Bancomat scaduto 2011. Quando è stato sottratto? Rollandin ha mai denunciato furto/smarrimento di documenti? Verificare.» E poi, con un asterisco: «Se non ha denunciato: o lo sapeva e non ha voluto sollevare il caso, o non se ne è mai accorto perché non lo usava più. O è stato sottratto in modo così pulito che non se n'è nemmeno accorto.»

Tre possibilità. La terza era la più interessante.

* * *

La fotografia le tornava in mente ogni tanto, senza che sapesse dove metterla.

Quattro persone davanti a quello che sembrava l'ingresso di una funivia — lei aveva visto solo la scena da lontano, il foglio di carta bianca sul tavolo, la luce della scientifica. Ma Rollandin era riconoscibile, e gli altri tre no.

Cercò nei giorni successivi. Descrisse la scena a Giulio: la funivia, l'abbigliamento casual, l'estate. Giulio aveva risposto: «Potrebbe essere Pila. O Champoluc. O qualsiasi altro impianto della Valle.»

Poi una mattina, sfogliando l'archivio fotografico del sito del Consiglio regionale, trovò qualcosa. Una foto di gruppo datata luglio 2010 — una cerimonia per il trentennale di un'associazione di categoria. Rollandin al centro, come sempre. E accanto a lui, sulla sinistra, due volti che riconobbe dall'angolazione: il presidente di Confindustria Valle d'Aosta di quegli anni, e un consigliere regionale andato in pensione nel 2015. Il terzo, quello più a destra, non riuscì a identificarlo.

Scrisse nel quadernetto: «Fotografia: Rollandin + Presidente Confindustria VdA (pensione 2012) + ex consigliere Dino Viérin (non quello degli avvisi) + terzo non identificato. Funivia: probabile Pila o Champoluc. Data: estate, ante 2015.»

Poi aggiunse, dopo una riga: «Nessuno dei tre identificabili ha procedimenti in corso. Nessuna connessione con Fratellanza e Architettura. Nessuna connessione con Costruzioni Meridiane.»

Si fermò. Rilesse.

La fotografia era un depistaggio. Non era stata messa lì per accusare qualcuno: era lì per far sembrare che ci fosse qualcuno da accusare. Quattro persone in una foto informale, una delle quali era Rollandin — abbastanza per far partire i giornali in direzioni diverse, abbastanza per tenere occupate le indagini su associazioni e convegni che non c'entravano niente.

Era così che funzionavano quei piani: non lasci solo quello che conta, lasci anche altro. Per fare un po’ di rumore intorno al segnale principale.

Chiuse il quadernetto. La fotografia non era una pista. Era il contrario di una pista.

Provò lo stesso a cercare il nome dell'operaio. Carmelo Inzitari: lo scrisse nella barra di ricerca del motore del ministero, dell'anagrafe tributaria, del casellario. Niente. Il nome non esisteva in nessun archivio pubblico a cui aveva accesso. Niente di visibile: nessuna partita IVA, nessun codice fiscale attivo, nessun domicilio registrato. Era come cercare qualcuno che non ha mai lasciato il suo nome su nessun documento. Chiuse le finestre del pc una per una. Quelle cose non si trovano dall'ufficio di una segreteria regionale. Lo sapeva già. Ma doveva tentare di trovarle lo stesso.

* * *

La prima conversazione vera con Giulio dopo il ritrovamento avvenne il 24 luglio, al bar Roma di via Aubert.

Era stato lui a proporre l'incontro, con un messaggio il giorno prima: «Possiamo parlarci? Non in ufficio.» Elisa aveva risposto: «Bar Roma, da Enzo, domani mattina alle otto e mezza.»

Lo trovò già seduto quando arrivò, con un caffè davanti che non aveva ancora toccato. Era un po’ più magro di quando lo aveva visto l'ultima volta. Teneva le mani piatte sul tavolo — appoggiate sul legno, le dita parallele, il gesto di chi è abituato alle riunioni difficili e ha imparato che le mani ferme trasmettono qualcosa. Solo che quella non era una riunione.

Si sedette di fronte a lui. Aspettò.

«Non l'ho fatto», disse Giulio. Non come apertura di una difesa: come dichiarazione di un fatto, netta, senza modulazione.

«Lo so», disse Elisa.

Lui la guardò. «Come lo sai?»

«Perché ho visto il vano della scrivania prima che Rémi aprisse la busta. Era vuoto.»

Giulio rimase fermo per un secondo. «Anche tu l'hai notato.»

«Sì. Dopo, non sul momento.»

«Anche io.» Prese il caffè, lo bevve senza assaporarlo. «Il problema è che nel verbale ho detto che le cose erano tutte nella busta. Ho detto una cosa che non avevo visto con certezza. Ho dedotto, e l’ho dichiarato come se fosse un fatto. E adesso quella frase è il perno di tutto.»

Elisa aprì la borsa, tirò fuori il quadernetto. Lo mise sul tavolo senza aprirlo. «Ti racconto quello che ho messo insieme. Non è un'indagine. Sono solo domande.»

Giulio guardò il quadernetto verde. «È di carta», disse.

«Di carta.»

Una pausa breve, poi quasi un sorriso, il primo che Elisa gli vedeva da settimane. «Bene.» Frugò nella tasca interna della giacca e tirò fuori qualcosa — un taccuino piccolo, copertina blu, tenuto con un elastico. Lo posò sul tavolo accanto alla tazzina senza aprirlo. «Anch'io», disse. «Dal 23 giugno.»

Elisa aprì il quadernetto e cominciò a leggere le note dalla prima pagina.

* * *

Giulio ascoltò senza interromperla. Quando arrivò alla parte sul terzo operaio si irrigidì leggermente — non un gesto visibile, ma qualcosa nell'attenzione che cambiò, come quando in un testo si trova la parola che si cercava.

«Andò nel corridoio», disse quando Elisa finì. «Per una telefonata.»

«Cinque minuti. Forse sei.»

«Non l'ho detto alla Digos.»

«Lo so. Perché?»

Lui ci pensò. «Non mi sembrava rilevante. Sul momento non ci ho pensato. Un uomo che fa una telefonata durante un trasloco è la cosa più normale del mondo.» Una pausa. «E poi quando mi hanno interrogato... avevo paura che sembrasse che stavo spostando la colpa. Che stavo inventando qualcosa per coprirmi.»

«Invece era un fatto vero.»

«Però era un fatto che non sapevo come si collegasse agli altri fatti.»

Elisa annuì. Era la stessa logica del suo quaderno: non dire le cose finché non sai come interpretarle. Il problema era che nel frattempo quel silenzio era diventato parte del verbale, e il verbale era diventato parte dell'indagine.

«Il nome dell'operaio», disse. «Riesci a ricordarlo?»

«Carmelo. Non il cognome. Si era presentato solo con il nome.»

«La ditta lo avrà registrato.»

«Sì. Ma se ha usato un documento falso...»

«Allora il documento falso è una traccia. I falsi costano e lasciano tracce.»

Giulio la guardò per qualche secondo. «Allora stai facendo un'indagine.»

«Sto solo prendendo appunti su carta», disse Elisa. «Sono due cose diverse.»

Giulio pagò il caffè — con le monete, non con il bancomat, lo aveva notato Elisa, come se preferisse non lasciare tracce nemmeno per un caffè. Uscirono insieme. Sul marciapiede di via Aubert il sole era già alto e la gente camminava con i cappelli e le magliette leggere dell'estate valdostana. Giulio rimase un momento fermo prima di girare verso il Palazzo.

«Se trovi qualcosa», disse, «dimmelo prima di comunicarlo a chiunque altro.»

«È ovvio», disse Elisa.

Poi ognuno tornò alla sua direzione. Elisa rimise il quadernetto nella borsa, chiuse la zip, e salì verso il secondo piano di Palazzo regionale dove l'aspettavano le pratiche della mattina.

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