Storia · capitolo 4

Capitolo 2

il_doppio_fondo di Quintino Botrugno

L'imperatore — 7 luglio 2017

La notizia uscì un venerdì mattina, e in Valle d'Aosta i venerdì mattina hanno un ritmo particolare: la gente è già proiettata con la testa al fine settimana, le riunioni si accorciano, i corridoi degli uffici pubblici si svuotano prima del solito. È il momento peggiore per assorbire una notizia grande, perché non c'è il tempo di metabolizzarla prima che ognuno torni a casa, e quando la gente torna a casa le notizie grandi si trasformano in pettegolezzi.

Elisa la trovò sul telefono alle sette e diciotto, ancora in cucina con il caffè. Quattro notifiche dalla stessa app di notizie locali, tutte e quattro con la stessa parola nel titolo: scrivania. Aprì la prima.

«Venticinquemila euro in contanti trovati nella scrivania presidenziale: la Procura apre un fascicolo.»

Rimase a leggere per qualche minuto. Poi andò al chiosco di Piazza Repubblica e comprò una copia di tutte le testate di giornale che c'erano.

* * *

Al bar Nazionale, Davide le aveva già messo il caffè sul banco quando entrò. Aveva visto che era un venerdì ricco di notizie grosse dal modo in cui i clienti al banco parlavano — non uno alla volta ma tutti insieme, le voci che si sovrapponevano.

«Hai sentito della scrivania?», disse qualcuno alle sue spalle.

«Di Rollandin? Certo. Si sapeva che prima o tardi saltava fuori qualcosa.»

«Ma venticinquemila euro in contanti. Chi li dimentica?»

«Chi li dimentica!» Una risata breve, senza allegria. «Esatto.»

Elisa bevve il caffè senza girarsi. Prese i giornali sotto il braccio e uscì.

La mattina era fresca, di quel fresco pulito di luglio in Valle che dura fino alle dieci e poi sparisce. Piazza Chanoux aveva già i primi capannelli: tre uomini davanti alla tabaccheria, due donne vicino al monumento ai caduti, un gruppo più grande accanto ai tavolini del bar Du Centre all'angolo. Non capitava spesso che ad Aosta tutti parlassero della stessa cosa. Quando capitava, lo si sentiva nell'aria prima ancora di sentirlo nelle parole.

In Valle le notizie grandi durano una stagione, poi diventano paesaggio. Elisa lo sapeva. Si chiedeva quanto tempo avesse prima che anche quella scrivania diventasse paesaggio.

* * *

In ufficio aprì i giornali nell'ordine in cui li aveva comprati e li lesse uno per uno, dal primo all'ultimo.

Il settimanale locale più conosciuto era uscito in anticipo di un giorno e aveva la notizia in prima pagina con un titolo misurato: «Trovati venticinquemila euro nella scrivania presidenziale. Indaga la Procura.» L'articolo ricostruiva i fatti con prudenza — il trasloco del 22 giugno, il ritrovamento, il sequestro, il fascicolo aperto dal pm Piatti. Non c'era il nome di nessun indagato. Non c'era ancora il nome di Rollandin, almeno non come sospettato: c'era come ex presidente, come proprietario storico di quella scrivania, come persona che «non ha rilasciato dichiarazioni.»

Due dei quotidiani nazionali erano meno cauti. Uno aveva già il titolo con il soprannome: «I soldi nascosti nella scrivania dell'Imperatore della Vallée.» L'altro era più sobrio ma ugualmente diretto: «Il mistero dei venticinquemila euro: chi li ha messi nella scrivania di Rollandin?»

Elisa si fermò su quella frase. Chi li ha messi.

Era la domanda giusta. Non: perché Rollandin aveva dei soldi nascosti. Ma: chi li aveva messi lì, e quando, e con quale scopo. Era una domanda diversa, e il fatto che un giornalista nazionale l'avesse posta quel modo — al posto di assumere direttamente che fossero di Rollandin — significava o che era un giornalista più preciso degli altri, o che aveva ricevuto qualche indicazione da qualcuno.

Prese il taccuino nero — non ancora il quadernetto verde, quello arrivò dopo — e scrisse la data, il titolo del giornale, la frase. Poi aggiunse un punto interrogativo.

* * *

Per capire qualcosa di quella storia bisognava capire chi era Augusto Rollandin. E quello Elisa lo sapeva già, almeno in parte: lavorava in Regione da dieci anni, e in Valle d'Aosta lavorare in Regione da dieci anni significa avere una conoscenza di Rollandin che non è solo diretta e documentata, ma densa e stratificata come la roccia della montagna.

Aveva sessantotto anni nel 2017. Era nato a Brusson, veterinario, cresciuto nella cultura autonomista valdostana — quella che considera l'autonomia non un privilegio ma un fatto naturale, come la montagna, come il patois, come le famiglie della Valle si tramandano i nomi francesi da generazioni. Aveva cominciato a fare politica molto giovane nell'Union Valdôtaine, il partito autonomista che domina la Valle, con vocazione identitaria forte. A Brusson era diventato sindaco già a ventisei anni, poi il salto ad assessore regionale a soli 29 anni. Prima all’Agricoltura, poi alla Sanità. Tra il 1984 e il 2017 ricoprì diverse volte la carica di Presidente della Regione. E quando per delle vicende giudiziarie fu dichiarato ineleggibile in regione, fu invece eletto senatore.

Quasi quarant’anni ai vertici della politica valdostana — con la capacità di adattamento che Elisa riconosceva nei politici di lungo corso: capire prima degli altri quando il vento cambia, e girarsi nel modo giusto.

* * *

I procedimenti giudiziari.

I giornali di quel venerdì li mescolavano senza distinguere tra accuse, processi ed esiti, con una disinvoltura sbrigativa, come se lo spazio fosse poco e le notizie troppe.

Nel corso della sua lunga carriera politica aveva affrontato diversi procedimenti giudiziari — questioni legate a fondi regionali, rimborsi spese, appalti. Vicende che lo avevano accompagnato per anni. Condanne, prescrizioni e archiviazioni. Alla fine era stato riabilitato, un provvedimento giudiziario dovuto per legge. Non era un segreto, era una storia pubblica e documentata. L’ultimo problema giudiziario con relativa condanna lo ebbe nel 2019 per corruzione. Ma nel 2021 fu prosciolto per prescrizione. Decisione confermata nel 2022 dalla Cassazione.

Elisa conosceva quella storia meglio di molti altri: aveva lavorato all'Assessorato alle Infrastrutture nei primi anni dell'ultima presidenza Rollandin, e aveva visto dall'interno il funzionamento della macchina amministrativa valdostana. Non aveva mai rilevato nulla di irregolare nel lavoro che passava per il suo ufficio. Rollandin era un uomo che conosceva profondamente i meccanismi dell'amministrazione pubblica — sapeva come costruire consenso, gestire i voti, muoversi nei corridoi del potere regionale con la naturalezza di chi li frequentava da decenni. La sua forza non stava nel violare le regole, ma nel conoscerle meglio di chiunque altro.

Aveva governato più a lungo degli altri, aveva più persone a cui si sentiva di dover qualcosa e più persone che si sentivano di dover qualcosa a lui. Era questo che lo rendeva difficile da ignorare — non solo per chi lo sosteneva.

* * *

L'articolo del giornalista milanese uscì nel pomeriggio, online, e Elisa lo lesse al computer quando già stava preparando le carte per la riunione del lunedì.

«Augusto Rollandin, l'Imperatore della Vallée, ha costruito in quarantanni di potere un sistema che molti conoscono e pochi descrivono. Ora, con il ritrovamento di venticinquemila euro in contanti nella sua ex scrivania presidenziale, quel sistema torna al centro dell'attenzione. Chi ha messo quei soldi? Rollandin stesso, come fondo nero dimenticato? O qualcuno che voleva toglierlo di mezzo definitivamente, in un momento in cui l'ex presidente stava cercando di rientrare nel gioco?»

Elisa rilesse il paragrafo due volte.

La seconda ipotesi — qualcuno che voleva toglierlo di mezzo — era quella che il giornalista aveva messo in fondo, quasi di passaggio, come se fosse la meno probabile. Ma era quella che a lei sembrava più interessante. Non perché la questione riguardasse Rollandin direttamente. Ma perché venticinquemila euro erano una somma alta, ma non enorme, non simbolica. Troppo pochi per costituire un fondo nero di qualcuno che aveva gestito centinaia di milioni di euro di risorse pubbliche. Troppo difficile dimenticarli per errore.

E c'era un'altra cosa, una cosa che i giornali non potevano sapere: Elisa aveva visto il vano della scrivania due ore prima del ritrovamento, quando Giulio aveva fatto il giro dei cassetti. Era vuoto. Ne era ragionevolmente certa.

Se era vuoto, i soldi erano stati messi lì dopo.

Se erano stati messi lì dopo, qualcuno li aveva portati quella sera, durante il trasloco.

Guardò lo schermo per qualche secondo. Poi aprì il cassetto in basso a sinistra della sua scrivania, quello con la chiave, e tirò fuori il quadernetto con la copertina verde.

* * *

Lo aveva comprato il giorno prima in una cartoleria di Corso Battaglione Aosta, quasi per caso — stava passando, aveva visto la vetrina, era entrata. Era un quaderno a righe con la copertina di cartone rigido color verde scuro, il tipo che si usa alle medie, quindici per ventuno centimetri. Costava due euro e ottanta.

Elisa aveva scrivanie digitali perfettamente organizzate: cartelle sul computer per ogni progetto, email archiviate per data e mittente, note sul telefono sincronizzate con il laptop. Usava un'agenda elettronica condivisa con Giulio per le riunioni e un sistema di gestione documentale per le pratiche. Era efficiente, era rapida, era la persona che Giulio aveva voluto alla Segreteria anche per questo.

Ma c'erano cose per cui il computer non andava bene. Le cose che non dovevano avere un'ora di creazione, un indirizzo IP, una traccia nei server dell'amministrazione regionale. Le cose che erano ancora solo sensazioni, domande senza risposta, connessioni che non si potevano ancora chiamare connessioni. Per quelle cose serviva la carta.

Aprì il quadernetto alla prima pagina. Scrisse in cima, con la penna biro nera che teneva sempre nel cassetto, la data: 7 luglio 2017. Sotto scrisse:

Il vano era vuoto prima delle 20.52.

Poi, dopo uno spazio:

Il terzo operaio. Chi era. Dove è andato.

Poi, dopo un altro spazio:

Chi sapeva del trasloco. Data, ora, ditta, procedura.

Poi, dopo un'altra riga:

La fotografia. Chi sono le altre tre persone con Rollandin davanti alla funivia.

Si fermò. Rilesse le tre righe. Non erano ancora niente: erano la trascrizione di tre domande che non avevano risposta. Ma averle scritte le rendeva più reali, le tirava fuori dalla testa dove giravano in modo impreciso e le metteva sul foglio dove almeno si potevano guardare.

Chiuse il quadernetto. Lo rimise nel cassetto. Girò la chiave.

Prima di chiuderlo aveva scritto qualcosa che non era un’annotazione: «Giulio ha le sue domande. Io ho le mie. Non so se portano nello stesso posto.» Rimase a guardare quella riga per qualche secondo. Poi lo chiuse davvero.

Fuori dalla finestra, tutta Aosta continuava a parlare della scrivania. Elisa riaprì le pratiche per la riunione del lunedì e riprese a lavorare.

* * *

Rollandin, in quella stessa mattina del 7 luglio, era a Lussemburgo per i lavori dell'Assemblea parlamentare della francofonia. Rientrò nel pomeriggio. Già a Fiumicino trovò i giornalisti che lo aspettavano.

Disse solo quattro parole: «Non faccio commenti di niente.»

Le quattro parole girarono sui giornali per due giorni. Qualcuno le interpretò come un'ammissione implicita. Qualcuno come la risposta di un innocente che rifiuta di giustificarsi. Qualcuno scrisse che erano le parole di un uomo che sapeva benissimo cosa c'era in quella scrivania.

Elisa le rilesse la sera sul telefono, seduta in cucina mentre Nico faceva i compiti sul tavolo di fronte. Quattro parole. Non faccio commenti di niente.

Pensò che Rollandin le aveva scelte bene. Non aveva detto: non so cosa siano quei soldi. Non aveva detto: non li ho messi io. Non aveva detto niente che si potesse smentire, verificare, usare contro di lui. Aveva detto solo che non commentava, e in quella scelta c'era la consapevolezza di chi sa che qualsiasi cosa avesse aggiunto avrebbe peggiorato la situazione.

O di chi è stato sopraffatto dagli eventi e non sa da dove cominciare a spiegare.

Nico alzò gli occhi dai compiti. «Mamma, stai fissando il telefono da dieci minuti.»

«Lo so.»

«C'è qualcosa che non va?»

«No. C'è qualcosa che non capisco ancora.»

Nico tornò ai compiti. Elisa rimise il telefono sul tavolo e aprì la borsa per prendere la penna — la penna biro nera, quella del quadernetto — e scrisse su un foglietto che aveva in tasca: Rollandin sa qualcosa che non dice. Domanda: sa e non dice chi ha messo i soldi, o si tratta di qualcosa di diverso?

Lo piegò, lo mise nella tasca interna della borsa, vicino al quadernetto.

Il foglietto era carta, non cloud. Non aveva metadata, non aveva orario di creazione, non aveva un indirizzo di archiviazione. Era solo carta, con sopra delle parole scritte a mano. Nel 2017, in un ufficio pubblico regionale, era già quasi un anacronismo.

Elisa non pensava di essere antiquata. Pensava di essere prudente.

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