Capitolo 1
Palazzo regionale — 22 giugno 2017, ore 20.50
Palazzo regionale a quell'ora aveva una luce diversa.
Di giorno era un edificio di lavoro: gente che entrava e usciva, telefoni, porte aperte, il rumore continuo e sovrapposto di un'istituzione che funzionava. La sera, quando gli uffici si svuotavano, diventava qualcos'altro. I corridoi si allungavano, i soffitti alti si notavano di più, il pavimento scricchiolava in punti che di giorno non si sentivano. Elisa lavorava spesso fino alle otto, a volte fino alle nove, e sapeva riconoscere il momento esatto in cui Palazzo cambiava: non in un'ora precisa, ma c’era una soglia — l'ultimo collega che salutava uscendo, l'ultimo rumore di passi che si allontanava verso l'ascensore, e poi il silenzio, come una pressione diversa nell'aria.
Quella sera di giugno era ancora calda. Le finestre del suo ufficio erano aperte sul cortile interno e da fuori arrivava l'odore di qualcosa che qualcuno stava cucinando nei piani alti del palazzo di fronte, un odore di aglio e olio che non c'entrava niente con un palazzo governativo e che Elisa trovava, proprio per questo, confortante.
Stava finendo la bozza di una delibera sull'affidamento di un servizio di manutenzione stradale. Non era urgente fino al giorno dopo, ma Elisa non aveva mai trovato un buon motivo per lasciare al giorno dopo quello che si poteva finire quella sera.
Sentì i passi nel corridoio alle venti e cinquantadue. Li riconobbe prima di vedere la persona: Giulio camminava veloce quando era agitato, con un ritmo diverso dal suo passo ordinario. Non avrebbe saputo descriverlo ad altri. Era semplicemente un dettaglio che notava.
Aprì la porta, vide la luce del suo ufficio, si fermò.
Aveva una faccia seria come Elisa non gli aveva mai visto prima: dura, come se qualcosa di grave fosse appena successo e lui stesse ancora decidendo cosa farne.
«Elisa. Sono contento che sei ancora qui.»
* * *
Nel corridoio verso lo studio del presidente, Giulio le sparò quattro cose in trenta secondi: che gli operai del trasloco avevano trovato dei soldi nascosti nella scrivania di Rollandin, che era già al telefono con Marquis, che Marquis stava chiamando la polizia e che questa stava arrivando.
Elisa non chiese quanti soldi erano stati ritrovati. Non ancora. Chiese: «Li ha visti tu questi soldi?»
«Sì, li ho visti.»
«E li hai lasciati dov'erano?»
«Ho detto agli operai di non toccare niente.»
Arrivarono allo studio del presidente. La porta era socchiusa, la luce interna accesa. Giulio la aprì.
I tre operai erano fermi in tre punti diversi della stanza come chi aspetta che qualcuno dica loro cosa fare. Il più giovane — aveva forse vent'anni, capelli corti, una maglietta color granata del Torino Calcio — stava vicino alla scrivania con le braccia lungo i fianchi e un'espressione di chi ha visto qualcosa che non prevedeva. Il fratello maggiore era appoggiato con la schiena alla parete accanto alla finestra, le braccia conserte. Il terzo operaio era in piedi vicino alla porta sul lato opposto, corpo grande, spalle larghe, una tuta da lavoro blu scuro. Non aveva nessuna espressione particolare. Guardava il punto della scrivania dove stava guardando anche il ragazzo con la maglietta del Torino.
Sopra un foglio di carta da imballaggio, sul pavimento accanto alla scrivania smontata a metà, c'erano le banconote.
Erano in fila, messe così dagli operai — probabilmente per contarle, o solo per vedere meglio cosa avevano trovato. Cinquanta banconote viola da cinquecento euro. Elisa le guardò da dove stava, a tre metri di distanza, senza avvicinarsi.
Le conosceva. Le banconote da cinquecento euro erano ancora in circolazione nel giugno del 2017, ma già guardate con sospetto da anni — la Banca Centrale Europea ne avrebbe cessato la produzione nel 2019. Erano il taglio del denaro migliore per chi non vuole lasciare tracce bancarie. Un milione di euro in banconote da cinquecento poteva stare comodamente in uno zaino. Tre milioni in una valigia da cabina. Era per questo che la Banca Centrale le aveva eliminate: non per ragioni tecniche, ma perché il loro uso legittimo era ormai marginale rispetto a quello che non lo era.
Venticinquemila euro. Nel doppio fondo di una scrivania del presidente della giunta della Regione.
Elisa rimase sulla soglia. Non entrò nella stanza: capì istintivamente che quello era il posto giusto in cui stare — abbastanza vicina da vedere tutto, abbastanza lontana da non essere parte della scena.
* * *
Giulio si avvicinò alla scrivania. Guardò il vano aperto nel fianco del mobile — un'intercapedine stretta, dietro l'alloggiamento dell'ultimo cassetto a destra, invisibile dall'esterno. Poi guardò il ragazzo con la maglietta del Torino.
«L'ha trovata lei?»
«Sì. Quando ho tolto il cassetto per smontarlo. Era lì dietro.»
«Era aperta?»
«No. Ripiegata su se stessa. L'ho aperta io.» Una pausa. «Non sapevo cosa c'era dentro.»
Giulio annuì. Si raddrizzò, prese il telefono, chiamò Marquis. La conversazione durò tre minuti. Elisa sentiva solo la metà — la voce di Giulio, precisa, che descriveva quello che c'era davanti a lui. Nessuna inflessione. Nessuna interpretazione. Solo i fatti.
Quando riattaccò disse agli operai di aspettare, che sarebbe arrivata la polizia.
Il più giovane dei fratelli chiese se potevano sedersi.
«Sì», disse Giulio. «Ma restate in questa stanza.»
Si sedettero: il ragazzo sulla sedia davanti alla scrivania di vetro di Marquis, il fratello maggiore sull'unico divano. Il terzo operaio rimase in piedi. Elisa lo osservò per qualche secondo. Aveva la stessa postura immobile di prima — spalle abbassate, mani lungo i fianchi, il peso del corpo distribuito in modo equilibrato. Aveva un modo di stare fermo veramente tranquillo, da indifferente.
A un certo punto il terzo operaio disse: «Posso fare una telefonata?»
Giulio alzò lo sguardo. «Sì, certo.»
L'uomo uscì nel corridoio. Elisa, dalla soglia, lo vide camminare verso il fondo — lontano dalla porta, verso la rientranza cieca alla fine del corridoio. Sentì il suono attutito di una voce che parlava. Non le parole: solo il ritmo, basso e rapido.
Dopo cinque minuti, forse sei, tornò. Si rimise nel suo posto vicino alla porta. Nessuno gli chiese niente.
Elisa guardò la busta sul foglio da imballaggio. Poi guardò il vano aperto nella scrivania. Poi guardò di nuovo il terzo operaio.
Non disse niente. Non c'era niente di preciso da dire, in quel momento. Era solo un dettaglio che aveva notato; quelli che si notano ma senza ancora capire che sono importanti.
* * *
La polizia arrivò in meno di venti minuti. Prima una volante, poi un'altra, poi il questore Ostuni in persona con due uomini della Digos. Palazzo regionale a quell'ora era quasi deserto e il suono delle sirene in cortile si sentì da tutto l'edificio.
Elisa fu fatta uscire dallo studio con cortesia — «signora, se può attendere fuori» — e si ritrovò nell'anticamera, poi nel corridoio, poi a circa quattro metri dalla porta aperta. Da lì vide tutto quello che sarebbe rimasto da vedere.
Vide gli operai interrogati sul posto uno per uno: il primo ragazzo, il fratello maggiore, il terzo. Vide Giulio che rispondeva alle domande del questore con la voce precisa della telefonata a Marquis. Vide un fotografo della scientifica inginocchiato accanto alla scrivania che fotografava il vano da ogni angolazione possibile.
Sentì un agente dire: «Le banconote da cinquecento, le fanno ancora? Pensavo le avessero abolite.»
Un collega rispose: «Tecnicamente circolano ancora. Ufficialmente, in futuro non ne emetteranno più di nuove. Ma quelle vecchie sono ancora valide.»
«Quante ce ne sono?»
«Sono esattamente cinquanta. Venticinquemila euro.»
Silenzio. Poi: «Qualcuno ha dimenticato venticinquemila euro in contanti in una scrivania?»
L'altro non rispose. Nessuno dei due sembrava convinto che si trattasse di dimenticare.
Vide il questore Ostuni aprire la busta con i guanti di lattice e mettere il contenuto su un foglio di carta bianca sul tavolo. Le banconote, già contate. Una tessera di credito scaduta. Tre fogli dattiloscritti. Una fotografia. Era tutto quello che era stato trovato.
Elisa guardò dalla posizione che occupava. Da lì era impossibile leggere il nome dell’intestatario della carta di credito. Riusciva a vedere la fotografia: quattro persone davanti a quello che sembrava l'ingresso di una funivia, estate, abbigliamento casual. Una di loro era Rollandin — lo riconobbe dalla corporatura, da come stava in piedi. Gli altri tre non li conosceva.
Giulio firmò il verbale della Polizia alle ventidue e trentuno. Elisa lo vide firmare dalla soglia. Aveva la faccia di chi sta dicendo la verità e sa che la verità non basterà, che talvolta la verità è necessaria ma non sufficiente, che ci sono domande a cui la verità non risponde.
* * *
Tornò a casa che erano le undici passate.
Nico dormiva già — quella settimana era con lei, era rientrato dal pomeriggio dall'allenamento di nuoto, e alle undici di sera dormiva da un'ora. Elisa rimase in cucina con un bicchiere di vino bianco freddo e il telefono sul tavolo.
Mise su della musica con volume molto basso, qualcosa che non richiedesse attenzione. Beethoven, la Settima Sinfonia, il secondo movimento — quell’Allegretto che scendeva lento come una processione, una melodia che tornava su se stessa ogni volta leggermente diversa. L’aveva sempre messa nei momenti in cui aveva bisogno di maggiore ordine mentale, per concentrarsi.
Giulio le mandò un messaggio alle undici e quaranta. «È stato tutto sequestrato. Ho firmato i verbali con gli elenchi dettagliati. Non so davvero cosa pensare.»
Lei scrisse: «Domani ci parleremo e cercheremo di capirci qualcosa, se possibile.»
Poi rimase con il telefono in mano ancora qualche minuto, a guardare il bicchiere di vino. Pensò alla busta. Pensò agli oggetti sul foglio di carta bianca: le banconote, la tessera scaduta, i fogli, la fotografia. Pensò al vano vuoto nella scrivania — lo aveva visto vuoto, quando Giulio aveva fatto il giro dello studio aprendo i cassetti. Ne era ragionevolmente certa.
Pensò al terzo operaio che camminava telefonando verso il fondo del corridoio, il suono attutito di una voce che parlava, cinque minuti, forse sei.
Bevve il vino. Andò a dormire.
Prima di spegnere la luce pensò, senza volerlo, ad Andrea. Non con rimpianto — quella fase era finita da anni. Con quella lucidità bassa e fredda con cui si pensa alle cose troppo in ritardo: che il matrimonio era da considerare finito molto prima che lei lo capisse veramente, che il rifiuto del mutuo era solo la scusa che Andrea aveva scelto per uscirne, che la bambina che aveva con l’altra — Giada, tre anni — esisteva da quando Nico ne aveva otto o nove e loro giocavano ancora a fare la famiglia.
Il nome Giada le aveva fatto effetto solo la prima volta. Poi era diventato un fatto, come tanti altri: qualcosa a cui ci si abitua: non scompariva, ma continuare a pensarci avrebbe fatto solo male. E lei aveva scelto che non doveva far più male.
Quello che invece non era passato del tutto era la combinazione dei fatti: che mentre lei cercava di costruire qualcosa con Andrea, lui stava già costruendo qualcosa d’altro con un’altra donna. Pensò che le persone come Andrea a volte mentono semplicemente perché è più comodo continuare nella menzogna piuttosto che confessare la verità.
Non ci pensò più quella notte. Alcune questioni hanno bisogno di tempo per prendere una forma: non si accelerano — si lasciano stare finché non sono pronte.
* * *
La mattina dopo comprò una copia di tutti i giornali, nazionale e locali, all’edicola di Piazza Repubblica.
Non c'era ancora niente: la notizia non era stata pubblicata. Le indagini erano state coperte dal segreto istruttorio, la Questura non aveva rilasciato comunicati, e i giornalisti che seguivano la politica regionale non erano ancora stati informati di niente. Aosta quella mattina era una città normale, con la gente che prendeva il caffè al banco e parlava del caldo e di una buca sull'asfalto di corso Battaglione che nessuno riparava da settimane.
Elisa prese il caffè al bar Nazionale, come ogni mattina. Il barista — si chiamava Davide, era lì da prima che lei cominciasse a frequentare quel bar — le chiese se stava bene perché aveva si notava subito che mostrava una faccia stanca. Lei disse solo che aveva dormito poco.
Era vero. Ma non era solo quello.
Aprì il quadernetto sul banco mentre aspettava il caffè. Non quello verde — quello verde arrivò dopo, nelle settimane successive, quando capì che stava raccogliendo osservazioni che avevano bisogno di un posto tutto loro dove stare. Aprì il suo taccuino di lavoro ordinario, quello con la copertina nera, e scrisse una sola cosa nella pagina bianca:
Dal telefono, appoggiato sul piano vicino al lavandino, usciva il Notturno op. 9 n. 2 di Chopin — una scelta automatica, quella playlist che metteva sempre quando lavorava fino a tardi. Le note scendevano lente e ben separate, come passi su un pavimento di pietra. Non ci pensava mentre ascoltava. Era solo il fondo giusto per tenere il silenzio a distanza.
Il terzo operaio. Chi era.
Non era ancora una domanda investigativa, solo un interrogativo che non le andava via dalla testa. Come una piccola irritazione, come quando una parola si piazza in mente e non si trova il modo di toglierla.
Il caffè arrivò. Lo bevve. Uscì nel sole di giugno.
Aveva quindici giorni di tempo prima che quella storia diventasse di dominio pubblico. Non lo poteva ancora sapere. Ma anche se l'avesse saputo, probabilmente avrebbe fatto le stesse cose nello stesso ordine: andare in ufficio, aprire le pratiche, fare il suo lavoro, e tenere nel taccuino quella riga piccola che aspettava di diventare qualcosa di più concreto.
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