Capitolo 21
Quart — novembre 2019
Un anno dopo, Elisa passò davanti ai magazzini dell'Economato regionale di Quart.
Non aveva programmato il passaggio. Stava tornando da un sopralluogo tecnico a Pontey — una questione di confini catastali tra un terreno regionale e una proprietà privata, la roba noiosissima che occupa il trenta per cento del tempo di un funzionario e non finisce mai sui giornali. Aveva preso la provinciale invece della statale per evitare il traffico del rientro serale, e la provinciale passava davanti ai magazzini.
L'Economato di Quart era un complesso di capannoni grigi lungo la strada, con i cancelli di ferro e i cartelli dell'amministrazione regionale. Uno dei depositi più grandi della Valle — ci finivano le cose dismesse, i mobili degli uffici, le attrezzature fuori uso, tutto quello che un'amministrazione pubblica accumula nel tempo e non sa dove mettere.
Elisa rallentò. Poi si fermò, sulla piazzola sterrata davanti ai cancelli chiusi.
La scrivania era là dentro. Lo sapeva — lo aveva saputo da quando l'avevano portata via dal Palazzo a giugno del 2017, prima che tutto cominciasse. Era avvolta nei teli di plastica protettiva, probabilmente, in un angolo di un capannone. Il mobile monumentale in noce con i piedi lavorati, il piano intarsiato, il vano ora vuoto nel fianco del cassetto di destra.
Scese dalla macchina. Il cancello era chiuso con un lucchetto, naturalmente — era sera, l'Economato chiudeva alle cinque. Elisa rimase sul bordo della piazzola con le mani in tasca e guardò i capannoni attraverso le sbarre del cancello.
Non si vedeva niente di specifico — solo il grigio dei capannoni, un carrello abbandonato vicino alla parete, una luce al neon che filtrava da una finestra alta. Non si vedeva la scrivania. Ma sapeva che era lì, in uno di quei capannoni, avvolta nella plastica.
Aspettò qualche minuto.
Pensò a quella scrivania come a un oggetto che aveva cambiato troppo significati in troppo poco tempo. Prima era il simbolo del potere di Rollandin — vent'anni di presidenza compressi in un mobile di noce. Poi era diventata il centro di un'inchiesta. Poi una prova. Poi un ingombro. Adesso era semplicemente un mobile in un magazzino, in attesa di una destinazione definitiva che forse non sarebbe mai arrivata.
Le cose dismesse di un'amministrazione pubblica aspettano a lungo.
Risalì in macchina.
* * *
Pensò a quello che era rimasto senza risposta.
Rimase molto senza risposta. Non sapeva chi fosse il terzo uomo della riunione di Piazza Castello — il nome in fondo alla seconda cartella di Giulio era in mano a Piatti, e Piatti non aveva più comunicato niente. Non sapeva cosa fosse successo a Cuc — nessun procedimento visibile, nessun avviso di garanzia comparso sui giornali. Non sapeva cosa fosse successo al ragazzo di corso Giulio Cesare, quello che si era chiamato Carmelo Inzitari per quarantotto ore e poi era scomparso.
Non sapeva abbastanza. Non avrebbe mai saputo abbastanza.
Era così che finivano queste storie, nella realtà — non con un'aula di tribunale e un verdetto, non con tutto messo in ordine e spiegato. Con un fascicolo aperto in un archivio, con indagini che avanzano su tempi che non corrispondono ai tempi umani, con nomi che circolano negli ambienti giusti senza mai diventare abbastanza pubblici da cambiare qualcosa.
E nel mezzo di tutto questo, la vita ordinaria che continuava: le pratiche della mattina, Nico che cresceva, i domenicali a Châtillon, il caffè al bar Nazionale, il Monte Emilius che d'estate era verde fino alle creste e d'inverno bianco fino al fondovalle.
Aosta che girava su se stessa, come aveva sempre fatto, come avrebbe continuato a fare.
* * *
A Pontey, prima di partire, aveva mangiato una fetta di lardo d'Arnad in un bar sul ciglio della strada — un posto con tre tavoli e una lavagna con i piatti del giorno, un posto che si trova solo se si prende la provinciale invece della statale. Il lardo era quello vero, stagionato nelle areles di legno con le erbe di montagna, quello che sa di rosmarino e di freddo e di qualcosa che non ha nome preciso ma che Elisa riconosceva come il sapore della Valle da bambina, quando suo padre la portava a fare escursioni nelle frazioni alte.
Si era seduta al tavolino vicino alla finestra con un bicchiere di Donnas e quella fetta di lardo sul pane nero, e per qualche minuto non aveva pensato a niente di preciso. Solo guardato fuori — i vigneti sul versante soleggiato, le case dei paesi arroccati, le creste lontane.
Era un posto reale, concreto, fatto di pietra e di terra e di stagioni. Non una costruzione, non un simbolo. Una valle alpina con la sua storia di autonomia e di chiusura e di fatica e di bellezza, con i suoi Rollandin e i suoi Cuc e i suoi funzionari e i suoi politici e tutta quella densità di relazioni che si forma quando una comunità piccola vive in uno spazio piccolo per secoli.
E anche i soldi tedeschi, le buste giallognole, le riunioni a Torino con la tovaglia di lino bianca. Anche quello era reale, era lì, era parte dello stesso posto.
Erano due cose vere insieme. Elisa aveva imparato, in quell'anno e mezzo, a tenerle insieme senza che l'una annullasse l'altra.
* * *
Riprese a guidare verso Aosta. La piazzola dell'Economato sparì nello specchietto retrovisore.
La provinciale tornava verso la statale, le luci di Aosta si vedevano in fondo alla valle. Novembre, sera, il cielo già scuro alle cinque. I fari delle macchine che venivano in senso opposto, la Dora Baltea invisibile sulla sinistra ma presente in come il fondovalle si allargava.
Elisa mise la freccia, accelerò.
Pensò che quella scrivania aveva già fatto quello che doveva fare — o meglio, quello che qualcuno l'aveva usata per fare. Era stato fatto, e adesso era in archivio.
Non importava. La scrivania aveva già fatto quello che doveva fare — o meglio, quello che qualcuno l'aveva usata per fare. Era stato fatto, e adesso era in archivio, nei fascicoli di Piatti, nelle memorie di Dalbard, nel quadernetto in un cassetto a casa sua.
Le storie non finiscono con i mobili smaltiti. Finiscono, o non finiscono, nelle carte.
EPILOGO
Il conto corrente postale — 2025
Settembre 2025.
Nei sei anni tra il novembre 2019 e il settembre 2025 successe molto e non successe niente di definitivo.
Piatti portò avanti il fascicolo metodico, come Elisa sapeva. Lo seppe da Dalbard, a frammenti, in conversazioni brevi come sempre erano state le loro conversazioni. Un’udienza rinviata. Un’istanza accolta. Il nome del terzo uomo circolava nei corridoi giusti — che sono lenti, e lavorano su tempi che non corrispondono ai tempi delle vite che li hanno generati.
Rollandin si ritirò dalla politica attiva nel 2021, senza dichiarazioni. La Valle d’Aosta continuò a fare quello che fa sempre: eleggere, litigare, trovare equilibri nuovi che somigliavano a quelli vecchi. Aosta continuò a essere Aosta.
Renato Cuc andò in pensione nel 2022. Elisa lo incrociò una mattina di marzo in via Aubert, davanti alla tabaccheria. Si salutarono con la cortesia neutra di chi ha troppe cose in comune per poter parlare. Lui aveva i capelli completamente bianchi. Lei non chiese niente. Non c’era niente da chiedere che servisse a qualcosa.
L’appartamento di via Festaz la sera sembrava più grande del necessario. Elisa cominciò a mettere Bach — le Variazioni Goldberg, quella registrazione di Glenn Gould del 1981 che aveva sempre tenuto nel telefono senza ascoltarla quasi mai, perché con Nico in casa c’è sempre qualcos’altro che occupa il suono. Adesso c’era spazio. Ci si abitua, poi.
Nico partì per Torino nel settembre 2023, primo anno di ingegneria. L’appartamento di via Festaz la sera sembrava più grande del necessario. Ci si abitua, poi.
I venticinquemila euro trovati nella scrivania presidenziale nel 2017 stavano per essere incamerati dal Tesoro. Erano rimasti fermi in un conto corrente postale della Procura di Aosta per otto anni, nessuno li aveva mai reclamati, nessuno aveva mai potuto dimostrarne la legittima proprietà. La procedura di incameramento era prevista per fine ottobre.
Elisa rimase con il giornale in mano per qualche secondo. Poi lo piegò, lo rimise sul banco, finì il caffè.
Otto anni. I soldi erano stati lì per otto anni, fermi, senza interessi, senza nome.
Davide stava sistemando le tazze sulla rastrelliera. «Hai visto?», disse, indicando il giornale con un cenno del mento.
«Sì.»
«Alla fine li prendono loro.»
«Alla fine li prendono loro», disse Elisa.
Pagò, prese la borsa, uscì. Via Aubert, settembre, l'aria ancora tiepida di giorno ma con qualcosa di diverso la mattina presto — quell'aria di settembre in Valle che anticipa l'autunno senza ancora dichiararlo, più secca dell'estate, con l'odore delle vendemmie che cominciavano nei vigneti di Nus e di Chambave.
* * *
Quella stessa settimana, in un ufficio della Guardia di Finanza a Milano, un funzionario che stava lavorando a un'indagine su movimenti finanziari della 'ndrangheta tedesca trovò qualcosa.
Era un documento sequestrato nell'ambito di un'operazione diversa — una di quelle operazioni che raccolgono carta su carta per anni prima che qualcuno abbia il tempo di esaminarla tutta. Il documento era un foglio di contabilità interna, scritto a mano, in codice ma non cifrato — il tipo che si usa quando si vuole ricordare qualcosa senza che sembri quello che è.
Il funzionario si chiamava Manfredi. Era quello che la sua dirigente chiamava un lettore: non si fermava alla superficie dei numeri, cercava la logica sotto.
Manfredi cercò ogni voce del foglio con una meticolosità diffidente verso i risultati già elaborati. Alcune erano già note, già associate a operazioni identificate. Una no.
Era una voce del 2017: data luglio, importo, una sigla geografica che il funzionario identificò — dopo venti minuti di ricerca negli archivi interni — come riferita alla Valle d'Aosta. L'importo era venticinquemila euro. Accanto c'era una nota di due parole: spesa operativa.
E sotto, in una grafia diversa — aggiunta dopo, forse più tardi, forse da un'altra mano — altre due parole: esito positivo.
Manfredi aprì una nota nel suo sistema. Inserì i dati. Cercò nel database delle indagini correlate. Trovò il fascicolo di Aosta — quello sulla scrivania presidenziale, tecnicamente ancora aperto nell'ambito di un'indagine più grande coordinata dalla DDA di Torino.
Guardò lo schermo per qualche secondo. Poi scrisse una nota di collegamento. La inviò al collega responsabile del fascicolo valdostano, con oggetto: possibile corrispondenza — verifica opportuna.
Poi passò alla voce successiva del foglio di contabilità.
Aveva ancora molto da fare, e la giornata era lunga.
* * *
Elisa non sapeva niente di quella nota.
Non lo avrebbe saputo per mesi, forse per anni. Le indagini della DDA non si comunicano ai testimoni civili — si comunicano ai magistrati, agli avvocati, alle parti processuali quando ci sono. Elisa non era una parte processuale. Era una funzionaria che aveva preso appunti su un quadernetto e li aveva consegnati all'avvocato di un collega morto.
Quel mattino di settembre, finito il caffè, salì in ufficio. Le pratiche della giornata erano sul bordo della scrivania, in ordine. Il nuovo assessore aveva convocato una riunione per le undici su una questione di appalti stradali nella media Valle — la solita storia di varianti e contenziosi che si trascinava da anni.
Elisa aprì la prima cartella. Cominciò a leggere.
* * *
A fine ottobre i venticinquemila euro furono incamerati dal Tesoro.
La notizia uscì in un comunicato di due righe sul sito della Procura. Nessun giornale la riprese — era una procedura amministrativa ordinaria, la chiusura contabile di un fascicolo vecchio. Le notizie vecchie non fanno notizia.
Le cinquanta banconote da cinquecento euro — stampate a Francoforte nel 2014, transitate per una banca di Duisburg nel 2016, portate a Torino in una busta di carta, inserite nella scrivania di un palazzo istituzionale il 22 giugno 2017, sequestrate dalla polizia quella sera stessa, ferme in un conto per otto anni — diventarono patrimonio dello Stato.
Non era giustizia. Non era neanche una conclusione, in senso stretto.
Era solo quello che succede quando il tempo passa e nessuno reclama niente.
* * *
Elisa lesse anche questo comunicato. Era sera, a casa, con il telefono sul divano. Nico era all'università a Torino — aveva cominciato ingegneria a settembre, andava bene, chiamava ogni due o tre giorni. Nell’ultima telefonata aveva detto che Torino da dentro era piccola come Aosta, solo più caotica, e che alla fine capiva perché lei non se n’era mai andata. Elisa aveva pensato che aveva capito qualcosa di importante.
Rimase a guardare lo schermo per qualche secondo. Poi aprì il cassetto del comodino.
Il quadernetto era ancora lì, dove lo aveva messo anni prima. La copertina verde un po' sbiadita, gli angoli consumati. Lo aprì all'ultima pagina — quella in cui aveva scritto, il 24 ottobre 2018, il nome di Giulio e la data e la riga finale: tocca a lui adesso.
Sotto, l'aggiunta del 7 novembre: la memoria depositata, la congiunzione fatta.
Tenne il quadernetto in mano.
Poi scrisse, in fondo all'ultima pagina, una riga sola:
«Settembre 2025. I venticinquemila euro incamerati dal Tesoro. Nessuno li ha mai reclamati.»
Chiuse il quadernetto. Lo rimise nel cassetto.
Spense la luce. Fuori, Aosta nel buio di ottobre — le luci basse, i camini accesi nei quartieri alti, l'odore di legno bruciato che scende a valle con la sera. Il Monte Emilius invisibile nel buio, come sempre di notte.
Come sempre di notte, ma lì.
* * *
I venticinquemila euro erano stati una spesa operativa in un registro contabile di un'organizzazione criminale.
Adesso erano patrimonio dello Stato italiano.
Il cerchio si chiudeva in modo storto, come si chiudono quei cerchi — non dove dovrebbe chiudersi, non con la simmetria che ci si aspetta. Ma si chiudeva.
O forse no. Forse era solo un'altra sosta in una storia che non finisce, che si sposta da un archivio all'altro, da un fascicolo all'altro, da una generazione di magistrati alla successiva. Da Manfredi alla GdF di Milano al collega del fascicolo valdostano, a chi verrà dopo di loro.
Elisa non lo sapeva. Non poteva saperlo.
Sapeva solo che il caffè della mattina dopo l'avrebbe preso al bar Nazionale, che Davide avrebbe già messo il latte sul banco quando fosse entrata, che le pratiche della giornata avrebbero aspettato sul bordo della scrivania.
E che le montagne, fuori dalla finestra del suo ufficio al secondo piano di Palazzo regionale, sarebbero state lì.
Le stesse del 19 ottobre 2018, le stesse del 22 giugno 2017, le stesse di quando era bambina e suo padre la portava sulle creste di Châtillon e le insegnava i nomi uno per uno: Emilius, Becca di Nona, Gran Paradiso. Cambiano i governi. Cambiano le scrivanie. Le montagne no. Era abbastanza.
— Fine —
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