Storia · capitolo 22

Capitolo 20

il_doppio_fondo di Quintino Botrugno

Piatti — primavera 2019

L'incontro con Sandro Piatti, il pm di Chivasso che seguiva il fascicolo, avvenne per caso, un giovedì di aprile.

Erano passati sei mesi dalla deposizione della memoria integrativa. Sei mesi in cui non era successo niente di visibile — nessun comunicato, nessun arresto, nessuna notizia sui giornali locali che si riferisse esplicitamente a quella storia. La vicenda della scrivania era scivolata nell'archivio delle cose che si sapevano ma non si dicevano, di cui si parlava solo ai convegni di giornalismo investigativo o nelle conversazioni private tra chi aveva seguito la vicenda.

Elisa aveva ripreso il ritmo ordinario. Lavorava, gestiva le pratiche, portava Nico agli allenamenti di nuoto il sabato mattina. Il quadernetto era in un cassetto a casa, non più in borsa — era rimasto lì da novembre, da quando aveva scritto l'ultima riga.

Quel giovedì di aprile stava attraversando il corridoio del Palazzo di Giustizia per depositare un documento dell'assessorato — una cosa di routine, capitava due o tre volte l'anno. Stava tornando verso l'uscita quando lo vide.

Piatti camminava nella direzione opposta, con una cartella sotto il braccio e lo sguardo di chi sta pensando a qualcosa di specifico. La riconobbe — si erano visti, brevemente, nel corridoio della Questura mesi prima, e Dalbard le aveva mostrato una sua foto in qualche contesto.

Si fermarono entrambi per un secondo.

«Elisa Roux», disse Piatti. Non era una domanda.

«Sì.»

Lui la guardò. Non come si guarda qualcuno di passaggio — con l'attenzione specifica di chi ha già fatto un'idea e la sta verificando. «Ha un minuto?»

* * *

Si sedettero su una panchina nel corridoio largo del secondo piano, quello con le finestre alte che danno sul giardino interno del Palazzo di Giustizia. Un luogo di passaggio — non un ufficio, non una stanza formale. Un posto dove si dicono le cose che non si mettono a verbale.

Piatti disse: «La memoria integrativa che ha depositato Dalbard. Le note di Ferreri.»

«Sì.»

«Erano utili. Confermavano alcune cose che avevamo già.»

Elisa rimase in silenzio. Aspettò.

«Non tutte.» Una pausa breve. «Il nome in fondo alla seconda cartella. Quello era nuovo.»

«Giulio lo aveva trovato.»

«Lo so. E lei?»

Elisa lo guardò. «Io avevo le quattro parole. Non il nome.»

Piatti annuì lentamente. «La catena bancaria la stavamo seguendo da un anno e mezzo nell'ambito di un'altra indagine. Non quella sulla scrivania — qualcosa di più grande. Il fascicolo sulla scrivania era un pezzo. Non sapevamo quale pezzo, fino alla memoria di Dalbard.»

«La congiunzione», disse Elisa.

«Sì.» Si alzò, raccolse la cartella. Rimase fermo un secondo. «Ha fatto un buon lavoro. Con quello che aveva.»

«Mi dica una cosa», disse Piatti. Non si era ancora alzato. «Come ha fatto? Senza mandato, senza accessi investigativi.»

Elisa ci pensò un momento. «Ho fatto quello che so fare. Ho guardato dove guardano tutti, ma ho tenuto gli appunti su carta.»

«Su carta.» Non era una domanda — era il riconoscimento di qualcosa che lui conosceva, in modo diverso.

Si alzò. Tenne la cartella sotto il braccio e rimase un istante in silenzio prima di parlare di nuovo. «C'è una cosa che voglio dirle, fuori verbale. La catena bancaria che stavamo seguendo — da quella direzione, da sola, non avremmo mai collegato Duisburg a Palazzo regionale. Avevamo i numeri. Non avevamo la storia. Le note di Ferreri ci hanno dato la storia.» Fece una pausa breve. «Il quadernetto ha fatto la differenza. Non mi capita spesso di dirlo a qualcuno che non ha tessera.»

Elisa non rispose subito. Pensò a Giulio che scriveva nel taccuino blu la notte del 18 ottobre, da solo nell'appartamento di corso Lancieri. Due quadernetti. Due anni di lavoro separato che non si erano mai incrociati finché non era rimasto solo un quadernetto.

«Il terzo uomo», disse. «Quello che conosceva la Valle. Sa dov'è?»

Piatti la guardò senza sorpresa. «Sa già che non posso risponderle.»

«Lo so.»

«Posso dirle una cosa sola.» Si voltò verso il corridoio. «La macchina che stava seguendo lei non stava aspettando. Adesso siamo noi ad aspettarla.»

Non disse altro. Camminò verso il fondo del corridoio e sparì dietro una porta.

Elisa rimase sulla panchina ancora qualche minuto. Pensò a «con quello che aveva» — quasi un complimento, ma anche la descrizione precisa dei limiti: una funzionaria, un quadernetto, l'archivio di un palazzo pubblico. Nessun mandato, nessun potere di indagine. Solo quello che passava per il suo ufficio e quello che le dicevano le persone di cui si fidava. Aveva trovato abbastanza. Non era poco.

* * *

Fuori dal Palazzo di Giustizia, Aosta aveva quell'aria di aprile che profuma di neve sciolta e di cortili aperti dopo mesi di freddo. I narcisi erano comparsi nei giardini pubblici lungo il viale della stazione, gialli e precisi come punti esclamativi. Qualcuno aveva messo i tavolini fuori da un bar in piazza Chanoux, anche se faceva ancora fresco per starci.

Elisa camminò verso Palazzo regionale con le mani in tasca.

Pensò a «non tutte». Quello che aveva detto Piatti. Confermavano alcune cose che avevamo già. Non tutte.

Il che significava che c'erano cose che lei aveva trovato e lui non aveva ancora. Il che significava che il quadernetto — quelle pagine di biro nera su carta a righe — aveva aggiunto qualcosa al quadro di un magistrato che stava conducendo un'indagine con mezzi e poteri che lei non aveva nemmeno lontanamente.

Era una cosa piccola, in proporzione. Una conferma qui, una congiunzione là. Ma era reale.

Pensò a Giulio che scriveva le due cartelle la notte del 18 ottobre, da solo nel suo appartamento di corso Lancieri, con la lampada accesa e Aosta silenziosa fuori dalla finestra. Pensò alla busta lasciata sulla scrivania ben in vista. Pensò che Giulio aveva fatto quello che poteva fare, nel tempo che aveva avuto.

E lei aveva fatto quello che poteva fare, nel tempo che aveva avuto.

Era abbastanza? No. Non era mai abbastanza, in storie come questa.

Ma era quello che c'era. E adesso era nelle mani di Piatti, e di chi veniva dopo Piatti, e di quella macchina lenta e imperfetta che è la giustizia ordinaria — che ha ritmi suoi, che non corrisponde ai ritmi dell'attesa, che a volte arriva e a volte no.

Elisa salì i gradini di Palazzo regionale. Il portiere la salutò con un cenno. L'ascensore era occupato — aspettò, prese le scale.

Al secondo piano, nel suo ufficio con la finestra sul cortile interno, le pratiche della mattina l'aspettavano sul bordo della scrivania, in ordine, pronte.

Si sedette. Aprì la prima cartella. Cominciò a lavorare.

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