Capitolo 19
Dalbard — novembre 2018
La memoria integrativa fu depositata il 7 novembre.
Dalbard la portò in Procura di persona, con due copie: una per il fascicolo principale, una per il filone aperto sull'origine delle banconote. Era un documento di undici pagine — lungo per una memoria integrativa, necessario per contenere tutto: la sequenza del 22 giugno ricostruita con i dettagli che Giulio non aveva detto in luglio, il documento del 19 maggio e la lista dei destinatari, il nome scritto in fondo alla seconda cartella, la catena bancaria da Duisburg a Torino, il bonifico da Milano a Cuc.
Elisa sapeva della deposizione da Dalbard, che l'aveva chiamata la mattina. Non sapeva i dettagli — la memoria era un atto legale, non un documento che si condivideva prima di depositarlo. Ma sapeva che c'era.
Andò in ufficio quel mattino con la sensazione di chi aspetta che qualcosa si muova, senza sapere quando e in quale direzione. Le pratiche ordinarie della Segreteria erano le stesse di sempre — il nuovo presidente aveva un ritmo di lavoro diverso da Marquis, più lento, meno diretto, il tipo che chiede tre pareri prima di firmare qualcosa. Elisa si era adattata. Ci si adatta sempre, nei ruoli di continuità.
* * *
Nel pomeriggio Dalbard la chiamò.
«Depositata. Il fascicolo è stato assegnato a Piatti.»
«Lo stesso pm.»
«Lo stesso.» Una pausa. «Elisa, c'è una cosa che devo dirle.»
Elisa aspettò.
«Mentre consegnavo la memoria, ho avuto un breve scambio con un collaboratore di Piatti. Non formale — tre frasi in corridoio. Ma da quello scambio ho capito qualcosa.»
«Cosa?»
«Che la documentazione bancaria che abbiamo allegato — la catena da Duisburg, il bonifico da Milano — non era nuova per loro. Piatti aveva già richiesto quella documentazione in un'altra sede, nell'ambito di un fascicolo separato che non riguarda la scrivania.»
Elisa rimase ferma. «Sapeva già.»
«Aveva già i numeri. Non necessariamente la connessione con la nostra storia. Ma i movimenti bancari li conosceva.»
«Quindi la memoria integrativa non gli ha dato informazioni nuove.»
«Gli ha dato la connessione. Il collegamento tra i movimenti bancari che stava già monitorando e quello che è successo il 22 giugno 2017 in Palazzo regionale.» Dalbard tacque per un istante. «Non è poco. È forse la cosa più importante che potevamo dargli.»
C'è qualcosa di strano, in quella rivelazione. Per due anni aveva pensato di lavorare da sola — il quadernetto, il cassetto chiuso a chiave, i log consultati sul telefono personale. E invece no: dall'altra parte, all'oscuro di tutto, qualcuno aveva corso la stessa gara su una pista parallela. Non si erano mai incrociati, non si sarebbero mai incrociati senza la morte di Giulio e la busta di Dalbard. Era questo il punto difficile da mettere a posto: che ci aveva messo due anni, da sola, per trovare metà di quello che qualcun altro aveva già. E che quell'altra metà era la sua.
Elisa guardò fuori dalla finestra del suo ufficio. Il cortile interno di Palazzo, una mattina di novembre, qualche foglia rimasta sui rami del tiglio nell'angolo. Pensò a Piatti — giovane, metodico, con la reputazione di chi non molla. Pensò a quante cose stava seguendo in parallelo senza che lei lo sapesse.
«Stava lavorando in modo parallelo», disse.
«Quasi certamente. Il fascicolo sulla scrivania era per lui un pezzo di un quadro più grande. Le note di Giulio potrebbero essere la congiunzione tra i pezzi.»
Elisa annuì, anche se Dalbard non poteva vederla. «Quanto tempo?»
«Non lo so. La giustizia ha i suoi ritmi. Mesi, probabilmente. Forse di più.»
«Va bene.»
«Come sta?»
La domanda era semplice e diretta, il tipo che Dalbard faceva di rado. Elisa ci pensò. «Sto bene. Sto lavorando.»
«Bene», disse Dalbard. E riattaccò.
* * *
Quella sera Elisa rimase in ufficio fino alle otto.
Le pratiche erano in ordine, non c'era urgenza. Ma rimase lo stesso, perché aveva bisogno di stare in quel posto, in quella stanza, con la finestra sul cortile e il silenzio che scendeva man mano che il palazzo si svuotava. Lo faceva da sempre: quando qualcosa di importante cambiava, aveva bisogno di stare nel posto in cui trascorreva la maggior parte del tempo e lasciare che le cose si assestassero.
Aprì il quadernetto all'ultima pagina. Lesse quello che aveva scritto il 24 ottobre: il nome di Giulio, la data, l'infarto. La riga finale: tocca a lui adesso.
Aggiunse sotto: «7 novembre. Memoria depositata. Piatti aveva già i movimenti bancari — lavorava in parallelo. La congiunzione è fatta.»
Poi restò a guardare la pagina, senza aggiungere altro.
Era il meglio che si poteva fare. Raramente basta, in storie come questa. Ma era quello che c'era.
Chiuse il quadernetto. Spense la lampada. Prese la borsa.
Nel corridoio di Palazzo, a quell'ora, c'era il silenzio che conosceva da anni — il parquet che scricchiolava, le luci di servizio, la pressione diversa dell'aria. Camminò verso l'ascensore senza affrettare il passo.
Fuori, Aosta era fredda e buia, novembre già piantato nel fondovalle. L'odore di legno bruciato dai camini dei quartieri alti.
Elisa salì in macchina. Quando accese il motore, il display del cruscotto mostrò per qualche secondo l'orario dello spegnimento della sera prima — 20.14 — prima di aggiornarsi a quello corrente. Lo guardò. Pensò alla foto che aveva scattato mesi fa, quella sera di luglio, senza ancora capire perché.
Adesso lo sapeva. O almeno, sapeva abbastanza.
Partì.
* * *
Uscì dall'ufficio di Dalbard alle undici e mezza.
Corso Battaglione Aosta in novembre aveva la luce dei giorni senza sole, con il cielo basso sulle creste e le montagne che sparivano a metà altezza nella foschia. La gente camminava veloce, con i cappotti e le sciarpe già tirate su — quell'andatura invernale che si prende quando si smette di combattere il freddo e si comincia ad accettarlo.
Elisa camminò verso il centro senza fretta. Pensò alla congiunzione — la parola che aveva usato Dalbard. Un termine tecnico-giuridico che nascondeva qualcosa di quasi poetico: il punto in cui due linee che correvano parallele si incontravano e diventavano una sola.
Per quasi un anno e mezzo Piatti aveva seguito i movimenti bancari da Duisburg attraverso la rete delle indagini sulla 'ndrangheta tedesca. Lei aveva seguito la scrivania, il trasloco, il quadernetto. Erano due linee parallele che non sapevano l'una dell'altra. Adesso si erano congiunte.
Non sapeva cosa ne avrebbe fatto Piatti. Forse niente, ancora — le indagini della DDA avanzavano su tempi propri, con logiche che non si condividevano con i testimoni civili. Forse la nota di Dalbard sarebbe rimasta in archivio per mesi prima che qualcuno la leggesse davvero. Forse no.
Non aveva modo di saperlo. Non aveva modo di accelerare niente. Era nelle mani di altri, adesso.
Entrò al bar Roma di via Aubert. Si sedette al tavolo vicino alla vetrina. Ordinò un caffè e guardò fuori mentre aspettava.
Via Aubert, novembre 2018. A due mesi dalle elezioni regionali, la Valle stava cercando di capire cosa sarebbe venuto dopo.
Rollandin aveva detto che non si candidava. Restava da vedere cosa significasse, in Valle, non candidarsi.
Forse la cambiava, alla lunga. Forse no.
Il caffè arrivò. Lo bevve. Pagò. Uscì.
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