Storia · capitolo 20

Capitolo 18

il_doppio_fondo di Quintino Botrugno

Le note — ottobre 2018

Dalbard aveva l'ufficio al terzo piano di un palazzo di corso Battaglione Aosta, con i libri giuridici sistemati per altezza e una pianta di ficus nell'angolo che nessuno innaffiava mai ma che continuava a vivere con ostinazione.

Elisa arrivò alle nove. Posò la busta sul tavolo. Dalbard la aprì, lesse le due cartelle senza fretta, con gli occhiali sul naso e la faccia di chi sta trattenendo qualcosa.

Quando finì rimase fermo un momento. Poi disse: «Il nome che c’è scritto in fondo, lei conosce questa persona?»

«No. Non l'avevo mai incontrato nelle mie ricerche.»

«Io sì.» Dalbard si tolse gli occhiali. «Non direttamente. Ma il nome è circolato in certi ambienti. È qualcuno che si muove tra due mondi — quello delle imprese del Nord e quello delle connessioni meridionali. Non ha fedine penali, non ha procedimenti in corso. È pulito, ma il nome circola.»

«Cosa facciamo ora?»

«Depositerò un’altra memoria integrativa in Procura. Non per l’indagine che era formalmente aperta — quella su Giulio si è estinta con la sua morte. Ma come contributo documentale a un fascicolo che è ancora tecnicamente aperto sull'origine delle banconote.» Si rimise gli occhiali. «Piatti deciderà cosa farne.»

«E quel nome?»

«Lo segnalerò come elemento da approfondire. Non è una prova. Ma è una indicazione. E Piatti ha già un filone d’indagine parallelo — lo sa anche lei. Questa indicazione potrebbe essere la congiunzione decisiva che gli serviva.»

Pensò alla riunione di Piazza Castello, i tre uomini, il terzo che conosceva la Valle. Giulio aveva trovato il terzo.

«E c'è ancora un'altra cosa», disse.

«Che cosa?»

«Giulio ha scritto che aveva parlato con qualcuno mesi fa. Prima di capire la gravità del tutto. Una conversazione privata con una persona sicura alla quale aveva confidato cose che non avrebbe dovuto dire, perché fuori dal contesto formale.» Fece una pausa. «Ha scritto che non può essere sicuro che quella conversazione sia rimasta riservata.»

Dalbard la guardò. «Vuole dire che qualcuno sapeva che Giulio stava per parlare.»

«Sì.»

Silenzio. Il ficus nell'angolo. La luce di ottobre dalla finestra. Il traffico di corso Battaglione attutito dal doppio vetro.

«L'infarto è reale», disse Dalbard alla fine. «Il medico legale non ha trovato niente di anomalo. Era un uomo di quarantasei anni con una storia di stress prolungato e probabilmente qualche fattore di rischio non diagnosticato. Gli infarti succedono. È stata una morte naturale.»

«Sì, lo so.»

«Le coincidenze dei tempi fanno sempre un certo effetto.»

«Sì», disse Elisa. «Lo fanno.» Poi, dopo un secondo: «Ma gli infarti succedono.» Lo disse piano, non per convincersi — solo per mettere la frase al posto che le spettava.

Non dissero altro su questo. Era una morte improvvisa, come ce ne sono. Giulio aveva quarantasei anni, lavorava sotto pressione da sedici mesi, probabilmente non si era mai fermato abbastanza per capire come stava. Succede.

* * *

Elisa uscì dall'ufficio di Dalbard alle undici.

Corso Battaglione Aosta era grigio e trafficato, quella mattina di ottobre in cui il sole non riesce mai a farsi strada del tutto. Lo risalì camminando verso il centro senza fretta, con le mani in tasca.

Pensò a quello che aveva in mano. Mai una conclusione, in questa storia. Ma certamente una catena più completa di prima: il ragazzo di Torino, Cuc, il terzo uomo con il nome scritto in fondo alla seconda cartella di Giulio, e dietro di loro qualcosa senza nome proprio ma con una forma che ormai sapeva riconoscere.

Passò piazza della Repubblica e a sinistra dopo un po’ entrò nel bar Roma di via Aubert. Si sedette al solito tavolo, quello con i seggiolini alti vicino alla vetrina da cui si vedeva la strada. Ordinò un caffè.

Il barista — non Davide, uno che non conosceva, forse nuovo — glielo portò senza parlare. Elisa lo bevve guardando fuori. Via Aubert, ottobre, la gente che camminava con i cappotti ben stretti. Un ragazzo con uno zaino enorme che mangiava una brioche camminando. Una signora anziana con il cane, un bassotto con il vestito che annusava ogni angolo.

La vita ordinaria di una città piccola, in un mattino di fine ottobre.

Aprì il quadernetto — lo aveva in borsa, come ogni giorno ormai. Aprì all'ultima pagina. Guardò il cerchio intorno alle quattro parole, il secondo cerchio aggiunto dopo. Poi scrisse sotto, con la biro nera:

«19/10/2018. Giulio Ferreri, 46 anni. Infarto. Proprio la notte precedente all'appuntamento con Piatti.»

Lasciò passare un momento. Poi aggiunse:

«Il nome è nella busta da Dalbard. Tocca a lui adesso andare avanti.»

Per sedici mesi aveva portato quel quadernetto come si porta una chiave — non per precauzione, ma perché senza era incompleta. Era diventato il posto dove metteva quello che non aveva un altro posto: i nomi scritti piccoli, le domande senza risposta, le connessioni che non si dicono in una relazione di servizio.

Adesso era in una busta di carta nello studio di Dalbard. Era di Piatti, adesso. Era del sistema lento e imperfetto che aveva imparato a rispettare senza smettere di trovarlo insufficiente.

Non era sollievo, quello che sentiva. Era qualcosa di più basso — la sensazione fisica di un peso che si sposta di posto ma non sparisce. I muscoli ci mettono tempo ad accorgersi che possono smettere. Pensò a Giulio — non con rimpianto, non con rabbia. Pensò alla sua faccia quella sera al bar Roma, il taccuino blu sul tavolo, quando aveva detto che anche lui teneva appunti dal 23 giugno. Quella piccola cosa lì — due quadernetti sullo stesso tavolo, uno verde e uno blu — era stata l’unica volta in cui non si era sentita completamente sola a portare quella storia.

Chiuse il quadernetto.

* * *

Fuori dalla vetrina del bar Roma, via Aubert andava avanti.

I valori sui termometri dei negozi segnavano undici gradi. Le foglie degli ippocastani erano quasi tutte per terra — quel tappeto giallo e marrone che Aosta ha ogni ottobre, che i netturbini non raccolgono nemmeno, perché ogni sera ricomincia. L'odore di legno bruciato era più forte rispetto alle settimane precedenti: la gente aveva cominciato ad accendere le stufe a legna, anche nei paesi più in alto, e quel fumo scendeva a valle con i venti della sera.

Elisa rimase seduta ancora qualche minuto con il quadernetto chiuso davanti a sé sul tavolo.

Aveva fatto tutto quello che poteva. Non era però stato abbastanza per storie intricate come questa.

Si alzò. Lasciò un euro e dieci sul piattino vicino alla cassa e uscì.

Aosta fuori era fredda e concreta, le pietre romane del centro storico che assorbivano il poco sole di ottobre, il profilo delle Alpi che si indovinava oltre i palazzi. Camminò verso Palazzo regionale con un passo deciso, sapendo già da dove cominciare.

Aveva ancora molto da fare.

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