Capitolo 0
L'insediamento — 20 marzo 2017
La scrivania di vetro arrivò smontata, in quattro scatole di cartone con il logo del produttore stampato sopra. Era la prima cosa che Elisa vide quella mattina, quando uscì dall'ascensore al secondo piano di Palazzo regionale: quattro scatole di cartone appoggiate contro il muro del corridoio, e accanto un uomo in tuta da lavoro che stava leggendo le istruzioni di montaggio come se non le avesse mai viste prima.
Era il 20 marzo 2017. Pierluigi Marquis si insediava come presidente della Regione Valle d'Aosta.
Elisa aveva il suo primo giorno alla Segreteria della Presidenza.
* * *
Giulio Ferreri glielo aveva detto la settimana prima, nell'ufficio dell'Assessorato alle Infrastrutture dove lei lavorava da sette anni. Si era seduto sulla sedia di fronte alla sua scrivania senza che lei lo invitasse a farlo — una delle cose che faceva e che per Elisa era il segnale che stava per dire qualcosa di concreto.
«Marquis vuole una segreteria che funzioni sin dal primo giorno. Ho bisogno di qualcuno che sappia leggere le pratiche senza perdersi nei dettagli inutili. Ti sposti con me?»
Elisa ci aveva pensato dodici ore. Non per indecisione: per calcolare cosa comportasse quel cambiamento. La Segreteria della Presidenza era un posto dove si sapeva tutto e non si poteva dire niente. Dove il riserbo era d’obbligo. Era un posto dove si lavorava molto e si era poco visibili. Era un posto che richiedeva una lealtà che non era servitù, ma ci assomigliava.
C’era un’altra cosa che aveva notato il primo giorno: nella stanza presidenziale c’era sempre musica. Non alta, non invadente — una presenza bassa e continua, come l’aria condizionata o la luce. Rollandin l’aveva voluta così fin dai suoi primi anni di presidenza, lo sapevano tutti in Palazzo. Musica classica, sempre — di giorno durante i colloqui, di sera quando lavorava in solitudine. Non si spegneva quasi mai.
Aveva detto sì per una ragione sola: Giulio le aveva chiesto di lavorare con lui, non per lui. La differenza era sottile ma reale.
Era nata a Châtillon, aveva vissuto a Saint-Vincent fino ai vent'anni, poi si era spostata ad Aosta per lavoro. Aveva un figlio di undici anni, Nico, che viveva con lei per la maggior parte del tempo — l'accordo con l'ex marito, Andrea, prevedeva i weekend alterni e le domeniche da lui quando il lavoro di lei era più pesante del solito. Era un accordo informale, non scritto, che funzionava perché entrambi avevano scelto che doveva svolgersi in quel modo.
Nico studiava violoncello alla SFOM — la Scuola di Formazione Musicale di Aosta — da quando aveva sette anni. In Valle d’Aosta le opportunità per studiare musica sin da piccolo sono concrete ed economiche. Era arrivato all’esame di secondo livello, quello dove il terribile professor Ansermet promuoveva mediamente solo tre allievi su dieci. La musica lo rendeva più serio di qualsiasi compito di matematica.
Aosta vista dall’interno non somigliava alla città Aosta vista dall’autostrada o dalla statale 26. Da fuori sembrava una città di passaggio. Da dentro era un posto in cui le stesse persone si incrociavano da sempre, e tutti sapevano di tutti anche quando era più comodo fingere di no. Questo era il primo principio della Segreteria, anche se nessuno lo diceva esplicitamente.
* * *
Lo studio del presidente era in fondo al corridoio, porta doppia, due finestre sul cortile interno. Quella mattina la porta era aperta e si sentivano voci: il presidente che dava istruzioni, qualcuno che rispondeva, il rumore di mobili spostati.
Elisa si fermò sulla soglia.
La scrivania di Rollandin era ancora lì, al centro della stanza. Era un mobile imponente, in noce massiccio, con i piedi ad elefante lavorati e il piano intarsiato lungo il bordo. Ci stava da sempre, come se fosse cresciuta dentro la stanza anziché essere portata. Accanto c'erano due uomini che la misuravano con un metro a nastro, e uno dei collaboratori di Marquis che prendeva appunti su un foglio.
Marquis era in piedi vicino alla finestra. Era un uomo alto, calvo e con una postura precisa, uno di quegli uomini che riempiono una stanza anche se sono da soli. Stava guardando la scrivania come un problema da risolvere — non con ostilità, solo con la determinazione di chi ha già deciso e non vede l’ora di cambiarla.
La prima cosa che Elisa notò era che la musica c’era ancora. Marquis anche per sottolineare il cambiamento aveva voluto una scrivania diversa — quella di vetro, moderna, l’opposto del noce scuro di Rollandin — ma l’impianto audio era rimasto al suo posto. Lo stesso programma, la stessa stazione. Bachelet, il capo della segreteria uscente, le aveva detto che il nuovo presidente aveva ascoltato la musica per un quarto d’ora prima di fare qualsiasi cosa, il primo giorno, seduto alla scrivania nuova con gli occhi chiusi. Poi aveva cominciato a lavorare.
«Quella va smontata e portata ai magazzini», disse. «Non stamattina, fatelo nel pomeriggio quando ci sarà tutto il personale necessario. Voglio un lavoro fatto bene.»
Il collaboratore annotò qualcosa.
Elisa entrò. Si presentò. Marquis la salutò con una stretta di mano rapida e le indicò l'ufficio accanto — quattro scrivanie, due finestre sul cortile, scaffali con i faldoni del triennio precedente. «Giulio le mostrerà come è organizzata la Segreteria. Da lunedì si lavora.»
Poi tornò a guardare la sua stanza come se lei non ci fosse più.
Elisa si era fermata un secondo. Aveva imparato che i politici di lungo corso sviluppano una capacità tutta loro: non vedere le persone nel momento in cui smettono di essere utili.
* * *
Giulio le fece fare il giro in venti minuti. Le mostrò l'archivio corrente, il sistema di protocollazione, la posta riservata, il registro degli accessi agli uffici presidenziali. Le spiegò come funzionava l'agenda, chi erano le persone con cui avrebbe avuto più contatti, quali assessorati creavano più lavoro e perché.
Era molto preciso, ma la stava investendo di troppe informazioni in una volta sola. Non ripeteva e non controllava se lei avesse capito — dava per scontato che capisse, il che era il modo più efficiente per farle venire voglia di capire davvero. Elisa comunque prendeva nota di tutto.
Verso le undici si affacciò nell'ufficio un uomo di media statura che Elisa non conosceva. Aveva una cinquantina d'anni, la cravatta allentata, una cartellina sotto il braccio. Salutò Giulio con il tono di chi lo vede spesso.
«La riunione di domani sulle opere prioritarie è stata spostata alle quindici», disse. «Lo dico a te così lo riferisci al presidente.»
«Lo sa già», disse Giulio. «Da ieri sera.»
L'uomo annuì. Guardò Elisa con la cortesia distante di chi nota una presenza: «Sei tu quella delle Infrastrutture?»
«Sì.»
«Benvenuta fra noi.» Disse la parola con un tono che non era ostile e non era caldo. Era neutro come una firma di protocollo. Poi uscì.
«Chi è?», chiese Elisa.
«Renato Cuc. Collega e funzionario anziano, Direzione Affari Generali. C'è da vent'anni. È uno dei pochi che sa come funziona tutto.»
Elisa annotò il nome mentalmente, come faceva con tutti i nomi in un posto nuovo. Non c'era un motivo particolare. Era il suo modo di orientarsi.
* * *
Nel pomeriggio portarono via la scrivania di Rollandin.
Non nel pomeriggio di quel giorno, però — ci vollero altri tre mesi, la ditta giusta, il momento giusto. Ma Elisa vide fare il sopralluogo quel pomeriggio stesso: due uomini che misuravano i corridoi, calcolavano gli angoli delle porte, discutevano sottovoce su quale fosse il percorso più comodo per portare fuori un mobile di quel peso senza danneggiare i muri.
Rimase sulla scrivania di noce per tutto il mese di marzo e tutto il mese di aprile. Marquis lavorava sulla scrivania di vetro che nel frattempo era stata montata e posizionata contro la parete opposta, come se le due scrivanie si guardassero. La coabitazione aveva qualcosa di provvisorio e inevitabile insieme — una situazione che dura finché qualcuno non decide come finisce.
Pensò però che le cose che durano vent'anni lasciano sempre qualcosa di difficile da smaltire. Quella scrivania ne era la prova.
* * *
La settimana dopo Elisa cominciò a capire cosa significasse davvero lavorare alla Segreteria.
Lavorare lì significava sapere tutto in anticipo e fare finta di non sapere niente. Significava essere il punto di raccordo tra il presidente e il resto dell'amministrazione regionale, il che in pratica voleva dire che ogni cosa passava per lei — le richieste di incontro, i documenti da firmare, le segnalazioni urgenti, le comunicazioni riservate — e che lei doveva decidere in trenta secondi cosa fosse realmente, cosa poteva aspettare, cosa andava portato direttamente a Giulio e cosa poteva gestire da sola.
Giulio lavorava sempre sotto pressione, ma era abituato e se la cavava a meraviglia. Non alzava mai la voce, non trasmetteva ansia. Quando le cose si complicavano diventava più lento, più preciso. Elisa aveva lavorato con persone che sotto pressione diventavano frenetiche, e diffidava di quella frenesia — produceva molto movimento, molti errori. Il metodo di Giulio era l'opposto.
Fu tutto molto chiaro una sera di fine marzo, quando arrivò una segnalazione urgente da un assessorato su un appalto che aveva un problema di scadenza. Erano le sette di sera, il presidente era già uscito, c'erano forse sei ore per risolvere la cosa. Giulio lesse la segnalazione due volte, chiamò tre persone, scrisse una nota di quattro righe. Alle nove la questione era chiusa.
«Come fai a sapere chi è la persona giusta da chiamare per risolvere i problemi?», gli chiese Elisa mentre stava raccogliendo le sue carte.
Lui ci pensò un momento. «Dopo un po' capisci chi risolve i problemi, chi li sposta e chi li crea.»
Era una risposta che valeva per molte cose.
* * *
Renato Cuc tornò a farsi vedere nella prima settimana di aprile.
Aveva una domanda su una pratica di bilancio che riguardava l'Assessorato alle Infrastrutture — una cosa tecnica, legittima, come ne capitavano spesso. Elisa trovò il documento che cercava nell'archivio corrente in tre minuti. Lui la ringraziò cortese.
Prima di uscire si fermò un secondo sulla soglia. «Hai già cominciato a capire come muoverti qua dentro?»
«Sì, grazie.»
«Bene.» Fece una pausa breve. «Se hai bisogno di capire come funzionano certi meccanismi storici, sono disponibile. Vent'anni di archivi, qualcosa si impara.»
«Grazie», disse Elisa di nuovo.
Lui uscì. Elisa guardò la porta per un secondo, poi tornò al suo lavoro. Non ci pensò più.
O meglio: non ci pensò più in quel momento. Ci pensò parecchi mesi dopo, quando trovò il suo nome nell'elenco di chi aveva accesso all'archivio delle lettere presidenziali, e si ricordò di quella pausa sulla soglia. E di come avesse detto “meccanismi storici” naturale.
* * *
La scrivania di Rollandin fu spostata nei magazzini di Quart il 3 giugno 2017.
Elisa non c'era: era in una riunione con l'Assessorato all'Ambiente su una questione di permessi edilizi che non riguardava la Segreteria ma che nessuno aveva voglia di gestire da solo. Seppe del trasloco il giorno dopo, da un appunto che Giulio le lasciò sulla scrivania. Era scritto a mano, tre righe: la data, il nome della ditta, la conferma che lo studio era libero.
Passò davanti alla porta dello studio del presidente nel pomeriggio. La stanza aveva una luce diversa senza la scrivania di noce — molto più grande, più vuota, come succede quando si toglie qualcosa che non si pensava occupasse tanto spazio. La scrivania di vetro di Marquis stava al centro, precisa, pulita, con niente sopra tranne un blocco note e una penna.
Elisa restò un momento sulla soglia, poi riprese a camminare.
Diciannove giorni dopo ci sarebbe stato un altro trasloco per portare via la scrivania di noce dai magazzini dell'Economato verso una destinazione definitiva. Quel secondo trasloco non si fece mai: il 22 giugno, prima che qualcuno lo organizzasse, la scrivania tornò al centro di tutto il mondo. Solo che nessuno lo sapeva ancora.
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