Storia · capitolo 19

Capitolo 17

il_doppio_fondo di Quintino Botrugno

I tre giorni — ottobre 2018

Elisa non andò in ufficio per tre giorni.

La mail dalla direzione arrivò quella stessa mattina: circostanze eccezionali, flessibilità gestionale, nessuna richiesta di giustificativo. Il linguaggio burocratico per dire: stai a casa quanto ti serve.

Nico aveva tredici anni. Comprendeva più di quanto lasciasse trasparire — era uno che osservava prima di parlare. Quella settimana era con lei; la sera prima era rimasto da un compagno di scuola, e stava rientrando quando Elisa tornò a casa alle sette. Era già in cucina.

Non chiese niente. Versò il latte nel bicchiere, lo mise sul tavolo, si sedette di fronte a lei.

Elisa lo guardò. «È morto un collega», disse. «Una brava persona con cui lavoravo.»

Quella settimana, più di qualsiasi altra da quando si era separata, sentì il peso di non avere nessuno a cui dire le cose. Non per romanticismo — non era quello. Era la cosa più concreta del mondo: avere qualcosa di difficile da portare e non trovare mai il posto dove posarlo. Nico era troppo piccolo. Dalbard era un avvocato. Le amiche a cui poteva telefonare non avevano il contesto. Giulio ce l’aveva avuto — aveva avuto il contesto, la stessa storia, lo stesso quadernetto dall’altra parte — e adesso non c’era.

Non lo piangeva come si piange qualcuno che si ama. Lo piangeva come si piange il solo posto in cui si poteva posare una cosa pesante.

Nico annuì. «Mi dispiace.»

Elisa non disse altro. Aveva preparato quella frase durante il tragitto — «una brava persona con cui lavoravo» — per avere qualcosa da dire che fosse vero senza essere tutto. Ma sentendola uscire capì che era anche meno di quello che era: Giulio era l'unica persona che sapeva quello che sapeva lei, che aveva visto quello che aveva visto lei, che aveva tenuto un quadernetto come il suo. Adesso era l'unica.

Bevvero il latte in silenzio. Fuori, Aosta cominciava a svegliarsi — i primi autobus, una macchina che partiva, qualcuno che apriva un portone, qualche cane portato in giro.

* * *

Il funerale fu il 22 ottobre, un lunedì, nella chiesa della Collegiata di Sant'Orso.

Sant'Orso è la chiesa più antica di Aosta, con i chiostri romanici e i capitelli scolpiti che i turisti vengono a vedere soprattutto d'estate. In ottobre era vuota di turisti e piena di silenzio — il silenzio delle chiese vecchie.

C'erano i colleghi di Palazzo, qualche funzionario degli assessorati, l'avvocato Dalbard in un angolo con la sua faccia da nonno, pensieroso. La chiesa era gremita. Giulio era molto conosciuto. Il vescovo fece il suo discorso, toccante. Elisa ascoltò in piedi, vicino a una colonna, con il cappotto scuro abbottonato fino in cima.

Pensò che Giulio avrebbe apprezzato quella chiesa. Era fatto così — gli piacevano le cose che avevano storia, che portavano i segni del tempo senza nasconderli.

Fuori, dopo, l'aria di ottobre aveva l’odore dei giorni freddi e assolati: pietra e legno bruciato da qualche camino lontano, erba bagnata dalla rugiada del mattino, qualcosa di pulito e tagliente che entra nei polmoni e rimane.

Dalbard l’avvicinò sul sagrato. «Quando se la sentirà, devo passare da lei con una cosa.»

«Venga quando vuole, avvocato», disse Elisa.

* * *

Dalbard arrivò il pomeriggio del 24, con una borsa di pelle marrone sotto il braccio.

Si sedette al tavolo della cucina. Aprì la borsa, tirò fuori una busta di carta bianca. La posò sul tavolo tra loro.

«Giulio l’ha scritta la sera prima di morire. L’ha indirizzata a me lasciando istruzioni precise», disse. «Non pensava di morire in quel modo, ma era sempre stata una persona previdente. In caso di decesso improvviso mi aveva detto: devi consegnarla a Elisa Roux prima di qualsiasi altra cosa. Non alla Procura direttamente. Prima a lei.»

Elisa guardò la busta. Il nome di Dalbard era scritto sopra con la grafia di Giulio — regolare, inclinata a destra.

«L'ha letta?»

«No. Le istruzioni erano chiare.»

Elisa prese la busta. Era più pesante di quanto sembrava — due fogli fitti, capì al tatto.

«Cosa devo farne dopo averla letta?»

«Giulio si fidava di lei più di chiunque altro in questa storia. Lo sapeva?» Fece una pausa. Sembrava stesse per aggiungere qualcosa — qualcosa che non era consiglio legale. Poi non aggiunse niente. Era fatto così.

Uscì. Elisa rimase al tavolo con la busta in mano.

Nico era come al solito in camera a fare i compiti, con la musica bassa che filtrava attraverso la porta. Fuori dalla finestra il cielo di ottobre era già scuro alle cinque del pomeriggio, il Monte Emilius invisibile dietro le nuvole.

Elisa infine si decise e aprì la busta.

* * *

Lesse lentamente, per non perdere niente.

In fondo alla prima cartella, separata dal resto da una riga bianca, c'era un'annotazione sola, scritta a matita più leggera delle altre: «Qualcuno sa. Non l'ho detto io.» Elisa lesse la riga due volte. Poi voltò pagina.

Le due cartelle erano scritte in modo ordinato, senza cancellature, come se Giulio le avesse riscritte in bella dopo una prima bozza. Elisa riconobbe quella tendenza: anche al lavoro faceva così — prima la brutta, poi la bella, senza mai consegnare qualcosa che non avesse rivisto.

Le note confermavano quello che lei aveva già capito in parte — la sequenza del 22 giugno, il terzo operaio, il documento del 19 maggio. Aggiungevano però dei dettagli che lei non conosceva: la telefonata che Giulio aveva fatto a qualcuno di cui si fidava, i mesi prima. Le cose dette in quella conversazione.

E in fondo alla seconda cartella, separato dal resto da una riga bianca, c'era il nome.

Non le quattro parole dell'organizzazione — quello Elisa lo sapeva già. Era un nome proprio di una persona fisica. Qualcuno che aveva incontrato Giulio più volte negli ultimi mesi, qualcuno che conosceva la Valle, qualcuno che adesso Elisa capiva che doveva essere il terzo uomo della riunione di Piazza Castello.

Tenne il foglio in mano.

Il nome non le era nuovo. Non era un nome che aveva già scritto nel quadernetto — non era una persona che aveva mai incrociato nelle sue ricerche. Era qualcuno che operava a un livello che lei non aveva raggiunto, che si muoveva tra Torino e la Valle con la naturalezza di chi ha radici in entrambi i posti.

Rimise i fogli nella busta. Sigillò la busta con del nastro adesivo. La mise nel cassetto del comodino, sotto un libro.

Poi andò in cucina a fare il caffè.

Nico aprì la porta della sua stanza. «Hai una faccia!»

«Che faccia ho?»

«Quella seria di quando è successo qualcosa.»

Elisa lo guardò. Aveva ragione. «Sì», disse. «Ho appreso qualcosa che non sapevo.»

«È un bene o un male?»

Ci pensò. «Direi che è necessario», disse alla fine.

Nico tornò in camera. Elisa fece il caffè, lo bevve in piedi davanti alla finestra. Fuori, Aosta nel buio di ottobre, le luci basse del fondovalle, le montagne invisibili.

Chiamò l’avvocato Dalbard: «Ho letto i fogli della busta. Domani mattina verrò da lei.»

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