Capitolo 16
La notte del 18 — 18 ottobre 2018
Giulio Ferreri viveva in un appartamento al quarto piano di un palazzo di corso Lancieri, vicino alla caserma.
Era un appartamento di tre stanze che aveva preso cinque anni prima, quando aveva deciso che aveva bisogno di uno spazio suo. Non grande, non piccolo: giusto. Il salotto aveva una libreria che occupava tutta la parete, riempita in modo disordinato — volumi di diritto amministrativo accanto a romanzi, qualche saggio di storia valdostana, una fila di guide delle Alpi con i dorsi consumati. Sul tavolo del salotto teneva sempre qualcosa a metà: un libro aperto, un foglio con appunti, una tazza.
L'appartamento aveva l'odore tipico di una persona sola: pulito, ma senza il profumo sovrapposto di più persone, senza quell'accumulo di odori diversi che rendono i posti abitati da famiglie qualcosa di denso e irripetibile. Era l'odore del legno, della carta, del caffè fatto la mattina e rimasto nell'aria tutta la giornata. Sul bordo del lavandino in bagno c'era un rasoio e un tubetto di crema da barba. In cucina, la lavastoviglie era sempre carica a metà — la lavava ogni due giorni, non prima.
Giulio aveva quelle abitudini precise e solitarie degli uomini che vivono da soli da abbastanza tempo da aver trovato il ritmo giusto. Sapeva dove era ogni cosa. Non sprecare movimenti. Tornare a casa la sera e trovare tutto esattamente dove l'aveva lasciato la mattina — una continuità che aveva qualcosa di rassicurante, di cui si sarebbe accorto solo se fosse venuta a mancare.
La sera del 18 ottobre tornò dall'ufficio alle sette e mezza.
Aveva passato il pomeriggio da Dalbard, a ripassare per l'ultima volta quello che avrebbe detto il mattino dopo in Procura. Dalbard era preciso, metodico: aveva fatto le domande che Piatti avrebbe probabilmente fatto, aveva valutato le risposte, aveva indicato dove bisognava essere più espliciti e dove bastava rispondere senza aggiungere. Erano stati insieme quasi tre ore. Quando Giulio era uscito dallo studio, il cielo di Aosta era già arancione di tramonto, i Sassicans accesi di luce radente.
Comprò qualcosa da mangiare alla rosticceria di via Croce di Città — un trancio di pollo arrosto, delle patate. Salì. Mangiò in silenzio al tavolo del salotto con il televisore spento.
* * *
Mentre mangiava pensò a Dalbard, alle domande che gli aveva fatto, alle risposte che aveva dato.
La sequenza del 22 giugno l'aveva ripetuta così tante volte negli ultimi sedici mesi che adesso aveva la consistenza di una cosa imparata a memoria — non più un ricordo vivo ma una struttura, una serie di punti fissi che si potevano elencare nell'ordine giusto senza sforzo. Era quello che succedeva con i ricordi che si narrano troppo spesso: perdono la texture originale e diventano racconto.
Ma il terzo operaio era ancora vivo. Quello Giulio non lo aveva mai raccontato abbastanza da consumarlo. Lo aveva tenuto fermo, in un angolo, come qualcosa che aveva paura di toccare troppo. Il tono neutro dell'uomo nel corridoio. Le mani ferme. Come era tornato nella stanza e si era rimesso al suo posto come se non fosse successo niente.
Domani lo avrebbe detto. Per la prima volta, nella sequenza giusta, con tutta la precisione che aveva.
Pensò anche all'altra cosa: alla conversazione di mesi prima, a quello a cui aveva detto troppo. Non sapeva se fosse stato un errore. Non sapeva, dopo mesi, se quella conversazione fosse rimasta dove doveva rimanere. Era questo che non riusciva a mettere in ordine — non per mancanza di logica, ma perché mancava un pezzo che non aveva.
Domani lo avrebbe detto anche questo. Dalbard lo sapeva già. Piatti avrebbe deciso cosa farne.
Finì di mangiare. Portò il piatto in cucina. Sciacquò tutto, mise in lavastoviglie.
* * *
Dopo cena andò nello studio.
Lo studio era la stanza più piccola dell'appartamento, con la scrivania contro la finestra e una sedia girevole che aveva comprato usata e che scricchiolava ogni volta che ci si alzava. Sulla scrivania c'erano le pratiche di qualche consulenza in corso, il portatile, una lampada da lavoro. E un quaderno a righe, copertina blu, quello in cui da mesi teneva le note sul caso.
Non il quadernetto di Elisa — lei aveva il suo, verde, con la chiave. Giulio aveva il suo, blu, senza chiave. Lo teneva nel cassetto superiore della scrivania, sotto alcuni fogli di carta intestata.
Lo aprì. Rilesse quello che aveva scritto nelle ultime settimane: la sequenza del 22 giugno ricostruita dall'inizio, i dettagli che non aveva detto alla Digos, il nome del terzo operaio come lo ricordava, il documento trovato tra le carte. Lesse lentamente, con la matita in mano, sottolineando alcune parole.
Poi aprì una pagina nuova e cominciò a scrivere.
Non era un riassunto per Piatti — quello l'aveva già preparato con Dalbard, in forma di dichiarazione strutturata. Era qualcosa di diverso: le cose che non entravano nella dichiarazione perché erano impressioni, ricostruzioni probabili, ipotesi non verificate. Le cose che sapeva senza poter dimostrare.
Scrisse per quasi un'ora. La grafia era quella che aveva sempre avuto — regolare, inclinata a destra, quella scrittura che si forma alle elementari con un maestro esigente e non cambia più. Riempì due cartelle. Alla fine rilesse tutto dall'inizio, corresse tre parole, aggiunse una riga in fondo.
L'ultima riga diceva il nome. Non le quattro parole che Elisa aveva scritto nel suo quadernetto quella notte di luglio — un nome solo, una persona fisica, qualcuno che Giulio aveva incontrato, qualcuno che conosceva la Valle non come forestiero ma come chi ci lavora ancora.
Chiuse il quaderno. Lo rimise nel cassetto. Poi ci ripensò, lo riprese, lo mise in una busta di carta bianca e scrisse sulla busta il nome di Dalbard con il numero di telefono dello studio.
Lasciò la busta sulla scrivania, ben in vista.
* * *
Fece il caffè alle undici meno un quarto.
Aosta di notte, in ottobre, ha un silenzio diverso. Non il silenzio dell'estate con le finestre aperte e i rumori che entrano — un silenzio più compatto, da finestre chiuse, dalla città che si stringe intorno al caldo artificiale. Ogni tanto passava un'auto su corso Lancieri, il rumore del motore che si avvicinava e si allontanava. Il rumore di qualcuno che tornava tardi, di qualcuno che usciva presto. La vita ordinaria di una città di notte.
Giulio stava in piedi davanti alla finestra con la tazzina in mano. Guardava il corso deserto, i pochi lampioni, il profilo buio della caserma dall'altro lato della strada. Nel buio si indovinava il profilo del monte Becca di Nona, e più a destra il Monte Emilius — masse scure contro un cielo che a quell'ora aveva perso ogni residuo di luce, un nero fondo che sembrava solido.
Stava in piedi davanti alla finestra da cinque minuti. Il caffè si stava raffreddando nella tazzina, ma non lo beveva ancora — aspettava qualcosa, senza sapere cosa. Forse aspettava solo che l'ora passasse, che il silenzio si depositasse abbastanza da lasciarlo dormire.
Pensò al mattino dopo. Pensò a Piatti, alla stanza del Palazzo di Giustizia, alle domande che avrebbe fatto. Pensò a quello che avrebbe detto — tutto, finalmente tutto, nella sequenza giusta.
A un certo punto sentì un'auto rallentare sotto le finestre. Non era insolito — corso Lancieri aveva traffico anche a quell'ora. Ma l'auto si fermò. Stette ferma tre, quattro minuti. Poi ripartì. Giulio non andò a guardare. Finì il caffè, sciacquò la tazzina, la lasciò sul bordo del lavandino.
Pensò anche all'altra cosa: alla persona che aveva chiamato dall'appartamento di corso Vittorio Emanuele a Torino, alla telefonata del giovedì che Cuc aveva detto va bene. A chi stava dietro a quella telefonata. A quel nome che aveva scritto in fondo alla seconda cartella.
Aveva detto a qualcuno, mesi prima, quello che non doveva dire. A qualcuno di cui si fidava. Non sapeva se quella conversazione fosse rimasta dove doveva rimanere. Era questo a tenerlo sveglio più di qualsiasi altra cosa — non l'indagine, non Piatti, non il rischio di una condanna che Dalbard aveva ridimensionato a niente. Quella parola data a qualcuno che forse non era abbastanza cauto.
Bevve il caffè. Sciacquò la tazzina. La lasciò sul bordo del lavandino.
Mentre si lavava i denti sentì un rumore dal pianerottolo — passi sul parquet del corridoio, lenti, che si fermavano. Aspettò. Non successe niente. I palazzi fanno rumore di notte: i vicini, gli impianti, il legno che lavora con il freddo. Non era niente.
Ma rimase sveglio ancora qualche minuto nel buio, e in quel silenzio la testa fece quello che fa sempre di notte quando si è già in ascolto: portò in superficie quello che il giorno tiene in ordine. L’appuntamento del mattino dopo. Il nome scritto in fondo alla seconda cartella. La persona a cui aveva detto troppo, mesi prima — quel pensiero che non riusciva a sistemare, che girava senza trovare posto. Non era paura: era quella tensione bassa che si deposita sui casi aperti, sulle cose che non si sono ancora chiuse. Lo conosceva bene, quel peso. La differenza era che di solito, al mattino, tutto riprendeva il suo posto.
Andò in camera. Spense la luce.
Pensò: domani si capisce.
* * *
Fuori, Aosta dormiva.
Il Monte Emilius e la Becca di Nona erano invisibili nel buio — come quasi tutto quello che conta, di notte.
Alle tre e quarantasette del mattino del 19 ottobre, Giulio Ferreri smise di respirare nel sonno.
Non ci fu rumore. Non ci fu niente da sentire.
La tazzina era ancora sul bordo del lavandino. La busta con il nome di Dalbard era sulla scrivania, ben in vista, sotto la lampada spenta.
Fuori, il silenzio di ottobre. Il corso deserto. I lampioni.
PARTE QUARTA — DOPO
Ottobre 2018 e oltre
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