Storia · capitolo 17

Capitolo 15

il_doppio_fondo di Quintino Botrugno

Marquis archiviato — settembre 2018

Il provvedimento di archiviazione per Marquis arrivò il 14 settembre.

Elisa lo trovò online alle otto di mattina, prima ancora di arrivare in ufficio: il comunicato della Procura era già sui siti dei giornali locali, con il linguaggio burocratico che i comunicati usano. Il presidente era stato vittima inconsapevole dell'intera operazione. Aveva agito in buona fede. Non sussistevano elementi a suo carico.

Lesse le parole del pm Piatti tre volte. Quella che le restò in mente era una frase del paragrafo centrale: il denaro e gli altri oggetti non erano mai stati conservati in quel luogo durante la presidenza Rollandin. Erano stati collocati successivamente, da mano ignota, con finalità che l'indagine ha solo in parte potuto chiarire.

Mano ignota. Finalità solo in parte chiarite.

Erano le parole di un magistrato che sa più di quello che ha scritto in un comunicato.

* * *

In Piazza Chanoux, quel venerdì mattina, la gente aveva già i giornali in mano.

Al bar Nazionale Davide aveva messo la radiolina sul bancone — una radio locale trasmetteva un notiziario con interviste a politici locali. Il capogruppo dell'Union Valdôtaine disse che era una buona notizia per le istituzioni, che aveva sempre creduto nell'innocenza del presidente Marquis, che era ora di voltare pagina. Il portavoce di una lista civica di opposizione disse che era una mezza notizia, che restavano domande senza risposta, che la Valle meritava più chiarezza.

La gente al bancone ascoltava con la concentrazione distratta delle notizie che confermano quello che si pensava già. «Lo sapevo che Marquis non c'entrava», disse un uomo con la borsa della spesa. «Quello è uno tosto, non si mette in questi casini.» Una donna vicino alla cassa disse: «Ma allora chi ha messo i soldi?» Nessuno rispose. Era la domanda che non aveva risposta, e in Valle le domande senza risposta circolano a lungo prima di spegnersi.

Elisa bevve il caffè in piedi al banco, guardò fuori dalla vetrina. Via Aubert, settembre, il sole ancora alto a quell'ora, le prime foglie gialle degli ippocastani sul marciapiede. L'odore del caffè e della pizza al taglio che si mischiava con quello del Kebab dei nuovi negozi appena aperti — un odore denso e concreto.

«Sembra finita», disse Davide mentre le restituiva il resto.

«Per Marquis è finita, ma la questione non è chiusa», disse Elisa, con calma. Pagò, prese la borsa, uscì.

Sulla via del ritorno a Palazzo si fermò un secondo davanti alla fontana di piazza Chanoux.

C'era una macchina grigia parcheggiata in via Festaz vicino all'ingresso laterale della Regione — una berlina anonima, targa piemontese, il motore acceso. Non era insolito. Ma era la seconda mattina che la vedeva lì, nello stesso punto, con lo stesso orientamento. La prima volta non ci aveva fatto caso.

Adesso ci fece caso.

Nessuno alla guida. O qualcuno seduto in modo da non essere visibile dall'esterno.

Elisa rimase ferma tre secondi. Poi riprese a camminare verso Palazzo, con il passo normale di ogni mattina, senza voltarsi. Quando entrò nel portone sentì il rumore di un motore che si allontanava.

Le mani erano a posto, la borsa sulla spalla, il passo regolare. Ma nel corpo scattò qualcosa — non paura: più basso, più automatico, un circuito che si chiude prima del pensiero. Da quando si era separata sapeva che il corpo spesso capisce prima di lei. Allora aveva ignorato quei segnali. Adesso no.

Forse era una coincidenza. Forse no. In ogni caso, quella sera portò il quadernetto a casa anziché lasciarlo nel cassetto — lo faceva già da mesi, ma quella sera lo fece con più attenzione del solito, verificando di aver preso anche la chiave.

La mattina dopo, arrivando alla sua macchina nel parcheggio riservato, si fermò. Lo specchietto laterale sinistro era girato verso l'interno di qualche grado — non molto, abbastanza da essere diverso da come lo lasciava lei. Non era un dettaglio che si notava se non si sapeva come stava prima. Lei lo sapeva.

Restò immobile un attimo. Poi aprì la macchina, sistemò lo specchietto, guidò verso casa alla solita velocità.

Non era più una coincidenza. Era una comunicazione. Qualcuno voleva che sapesse di essere guardata — non abbastanza da costituire una minaccia esplicita, abbastanza da ricordarle che c'era qualcuno che leggeva le stesse tracce che lei stava lasciando. Il quadernetto era a casa. Il telefono personale non aveva nulla di scritto. Ma le abitudini — i percorsi, gli orari, la macchina in quel parcheggio ogni mattina — quelle erano visibili a chiunque avesse la pazienza di guardare.

* * *

Chiamò Giulio alle nove, appena seduta alla scrivania.

«Hai visto la notizia?»

«Sì.» La voce di Giulio era quella degli ultimi mesi: vigile, trattenuta. Pesava le parole prima di dirle.

«Il comunicato di Piatti dice cose che non poteva scrivere se non avesse già altre informazioni.»

«La mano ignota.»

«Mano ignota con finalità solo in parte chiarite. Vuol dire che ha un'altra direzione su cui volgere le indagini.»

Un silenzio breve. Fuori dalla finestra del suo ufficio il cortile interno di Palazzo era già in ombra, anche a settembre il sole non ci arrivava che per un'ora al mattino. Un piccione camminava sul davanzale opposto con l'andatura meccanica che hanno, indifferente a tutto.

«Il 19 ho l'appuntamento con Piatti», disse Giulio. «Il confronto definitivo.»

«Lo so, Giulio.»

«Dalbard dice che è il momento giusto per dire tutto. Il documento, il terzo operaio, il nome.»

Elisa rimase in silenzio un secondo. Il nome. Quello che aveva scritto nel quadernetto quella notte di luglio, cerchiato una volta. «Sì», disse. «È arrivato il momento giusto.»

«Ti manderò un messaggio stasera.»

«Va bene.»

Riattaccarono. Elisa rimase con il telefono ancora caldo in mano per qualche secondo, poi lo posò sulla scrivania e aprì le pratiche della mattina.

Il messaggio arrivò quella sera, alle 20.17. Tre parole: «Domani si capisce.»

Elisa lesse il messaggio, scrisse «In bocca al lupo», rimise il telefono in borsa.

Non sapeva che quello era l'ultimo messaggio di Giulio. Non si sentono, queste cose, quando succedono.

* * *

Settembre ad Aosta: i turisti andati, le strade riprese dal traffico ordinario, le vetrine dei negozi che cambiavano le esposizioni estive. La Valle tornava a essere sé stessa, con i suoi ritmi, la sua densità.

I politici valdostani tornavano ai loro impegni. L'Union Valdôtaine aveva convocato un'assemblea per ottobre — la questione della guida del partito, irrisolta da mesi, andava affrontata prima delle elezioni regionali di gennaio. Ci sarebbero stati candidati, correnti, accordi non scritti. Il ciclo normale.

Rollandin era tornato sulla scena, discretamente: si vedeva alle riunioni, stringeva mani, parlava con i vecchi alleati. Un'intervista al giornale locale, tre righe, dichiarava di guardare avanti. Senza specificare dove.

Elisa leggeva queste cose con l'attenzione con cui leggeva tutto. Rollandin nella vicenda aveva avuto la funzione di un oggetto trovato nel posto sbagliato: era la vittima designata del piano, ma non aveva mai offerto la sua versione dei fatti. Non aveva mai parlato. In quasi sedici mesi dall'esplosione della notizia, quattro parole. Non faccio commenti di niente.

Non sapeva chi aveva messo quella busta. Ne era convinta: se lo avesse saputo, avrebbe avuto tutto l'interesse a dirlo, a scagionarsi completamente invece di limitarsi a quattro parole. Il suo silenzio era il silenzio di chi non sa niente ma sa anche che in quell’ambiente parlare apre più problemi di quanti ne chiuda. Elisa aprì il quadernetto, scrisse l'ultima riga della sezione Rollandin: «Torna. Non parla. Non sa. Ha scelto il silenzio per prudenza, non per colpa.»

Quella notte non dormì bene. Non per ansia — era passata l'ansia, da mesi. Era quella forma di vigilanza che viene quando si aspetta qualcosa che sta per accadere e non si può accelerare. Come stare sul marciapiede a guardare venire l'autobus.

Poi girò pagina. Mancavano cinque giorni al 19 ottobre.

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