Storia · capitolo 15

Capitolo 13

il_doppio_fondo di Quintino Botrugno

La scelta — primavera 2017

Renato Cuc aveva cinquantadue anni, una Volkswagen Golf grigia del 2011, e l'abitudine di fare il giro lungo quando tornava a casa dal lavoro e di fermarsi a prendere un prosecco al bar.

Non lo faceva per piacere della guida — era uno di quegli uomini che guidano con la schiena dritta e le mani a dieci e due, che aspettano che il semaforo sia verde da almeno due secondi prima di muoversi. Lo faceva per abitudine, per quella resistenza che sentiva dentro nel tornare troppo presto in un appartamento di Aosta dove da tre anni viveva da solo.

La moglie aveva preso i figli e se n'era andata a Saint Pierre, dalla sua famiglia. Non c'era stata una scena — era andata via di mattina, con una valigia per lei e due borse per i ragazzi, mentre lui era in ufficio. Aveva lasciato un biglietto sul tavolo della cucina. Due righe. Il biglietto in due righe riassumeva le cose che si dicono quando tutto è finito da abbastanza tempo e non c'è più niente da spiegare.

Questo era il 2014. Nel 2017, quando la storia cominciò, Cuc viveva ancora nell'appartamento di corso Battaglione, terzo piano, con la finestra sul corso e l'odore degli alberi che entrava d'estate quando lasciava le imposte socchiuse. Cucinava poco. Mangiava spesso fuori, al 3ndy in piazza Plouves o da Caesar, da solo, con il giornale aperto sul tavolo.

* * *

La Valle d'Aosta in primavera ha un profumo che chi ci è cresciuto riconosce anche a occhi chiusi: l'erba che ricomincia dopo i mesi di neve, umida e selvatica sui versanti esposti a nord, più secca e quasi aromatica sulle pendici a mezzogiorno dove il sole batte dal mattino. L'acqua di scioglimento che scende dai pascoli alti e porta con sé qualcosa di minerale, di pietra bagnata. Nei paesi del fondovalle, lungo la Dora, c'è ancora il freddo che sale dal fiume anche quando la giornata è già calda, quel freddo basso che ti prende alle caviglie e ti ricorda che l'inverno non è finito davvero, è solo salito in quota.

Cuc faceva spesso il giro per Saint-Christophe prima di rientrare. Usciva dalla statale, saliva per la provinciale che porta verso i vigneti di Nus, parcheggiava in uno spiazzo vicino a una cappella votiva e restava in macchina qualche minuto. Guardava la valle dall'alto — Aosta piccola nel fondovalle, le torri romane, il profilo del castello di Fénis più a est, le montagne tutto intorno come pareti di una stanza enorme. Aveva fatto quella strada migliaia di volte. Era cresciuto a Nus, aveva imparato ad andare in bici su quella provinciale, aveva portato la moglie lì la prima estate insieme.

In macchina, in quegli anni, teneva sempre la stessa cosa sul sedile del passeggero: una borsa di plastica del supermercato Carrefour di Pollein con dentro i quotidiani del giorno, comprati la mattina prima di entrare in ufficio. La Stampa, il Corriere, e i settimanali locali: la Vallée notizie del sabato e la Gazzetta Matin del lunedì. Era un'abitudine da sempre. I quotidiani li leggeva davvero, dalla prima all'ultima pagina, compresi i necrologi, perché in Valle c’è riportato sempre qualcuno che si conosce.

* * *

In quei mesi — la primavera del 2017, il governo che cambiava, Marquis che si insediava — i giornali locali erano pieni di politica come non erano da anni.

L'Union Valdôtaine era in uno dei suoi momenti peggiori. Il partito autonomista che aveva tenuto la Valle per decenni si stava sgretolando dall'interno: la caduta di Rollandin aveva portato via con sé una rete di lealtà personali che aveva tenuto insieme gruppi altrimenti incompatibili. C'era chi voleva una linea più netta sull'autonomia, chi voleva aprire ai movimenti nazionali, chi sosteneva che il problema era solo di gestione e non di identità. Le riunioni duravano fino a mezzanotte e non producevano niente. Qualche consigliere aveva già cominciato a parlare con altre liste o pensava di crearne di nuove.

Il centrosinistra valdostano — una coalizione di liste civiche, socialisti locali, e qualche fuoriuscito dell'Union — stava cercando di costruire qualcosa di stabile su quella crisi. I manifesti di Marquis erano ancora attaccati sui muri di Aosta, con il suo viso e la parola cambiamento in verde. Cambiamento era la parola che usavano tutti, da destra e da sinistra, come se il problema fosse la forma e non la sostanza.

Al bar Nazionale, al Roma, all'Osteria Nando vicino alla Porta Praetoria, la gente parlava. Parlava di Rollandin — c'era chi diceva che era finito, chi diceva che tornava, come sempre, chi diceva che in Valle uno come lui non finisce mai del tutto. Parlava della scrivania, dei soldi, del bancomat. Parlava con la miscela di cinismo e stupore che si produce quando una storia che tutti sapevano, o credevano di sapere, diventa improvvisamente visibile e documentata.

«Si sapeva che non fosse un santo», diceva la gente. E poi: «Ma venticinquemila euro, così, dimenticati nel cassetto. Come uno che dimentica le chiavi, come fossero spiccioli.»

La risata che seguiva non era allegra. Era una risata che copriva qualcosa di più scomodo.

Cuc leggeva tutto questo sul giornale. Guardava la Valle dall'alto dallo spiazzo vicino alla cappella. Pensava.

* * *

Il debito era di ventiquattromila euro.

Non era un debito con una banca — con le banche Cuc era sempre stato in ordine, puntuale, un cliente che non crea problemi. Era un debito con un privato: un uomo di Pont-Saint-Martin di cui si fidava con cui aveva fatto un accordo tre anni prima per comprare una quota di una società di persone, una sas, nel mercato da molti anni nel settore edile. L'accordo era stato formalizzato presto. Ma un grosso cliente della società era fallito e l’impresa aveva dovuto chiudere i battenti. E Cuc era rimasto col debito e senza la quota della società.

L'uomo di Pont-Saint-Martin non era violento, non era del tipo che spaventa. Era del tipo che ricorda. Che passa davanti all'ufficio nel posto giusto al momento giusto. Che saluta con un sorriso che non è un sorriso. Che ha pazienza, quanta pazienza vuoi, ma ha anche memoria.

Cuc aveva pagato settemila euro in tre anni. Gliene restavano ancora diciassette. Con lo stipendio, i contributi al mutuo di un appartamento che aveva tenuto lui, le spese per i ragazzi che la moglie non chiedeva in modo formale ma che lui mandava ogni mese perché era fatto così — non riusciva a trovare i soldi mancanti. Ogni mese ci avvicinava un poco e ogni mese spuntava qualcosa: una riparazione alla macchina, un dentista, una bolletta più alta del previsto.

Era una situazione gestibile. Non una crisi, non un'emergenza. Solo una pressione costante, bassa, del tipo che non ti abbatte ma ti fa vivere male.

* * *

La telefonata arrivò in aprile, un giovedì sera.

Non era il numero dell'uomo di Pont-Saint-Martin. Era un numero che non riconobbe — prefisso torinese. La voce era di un uomo, italiana, senza accento particolare. Disse che aveva capito che Cuc aveva una situazione pendente con un comune conoscente, che aveva sentito che era una persona seria e discreta, che forse potevano fare qualcosa di utile insieme.

Cuc rimase in silenzio un momento. Fuori dalla finestra passava un autobus, il rumore basso del motore diesel che rallentava alla fermata. I tigli erano appena sbocciati, quella settimana, e l'odore entrava dalla finestra socchiusa — un odore dolce e leggermente stordente che Cuc aveva sempre associato alla fine della scuola, all'estate che cominciava, a qualcosa di concluso.

«Chi è lei?», disse.

«Qualcuno che può aiutarti a chiudere quella situazione.»

«In cambio di cosa?»

«Informazioni. Cose che già sai. Niente che non sia già di dominio pubblico, diciamo.»

Era una bugia, naturalmente. Ma era costruita come si costruiscono le bugie efficaci: con abbastanza verità intorno da renderla credibile. Cuc lavorava in un palazzo pubblico. Le informazioni che gestiva erano tecnicamente di interesse pubblico. Non chiedevano segreti di Stato — stava condividendo dettagli logistici, date, procedure.

«Che tipo di informazioni vorreste?»

L'uomo fece una pausa breve. Poi disse: «Per esempio, se sapessi quando è prevista la sostituzione di un certo mobile in un certo ufficio. Data, ora, chi se ne occupa. Non è la fine del mondo,»

Cuc guardò fuori dalla finestra. La fermata dell'autobus sotto, due ragazze con gli zaini che salivano, il conducente che aspettava con la porta aperta. Aprile ad Aosta, sera, ancora freddo ma con qualcosa di diverso nel freddo di primavera — non il freddo che chiude, quello che lascia intravedere qualcosa.

Pensò ai diciassettemila euro. Pensò ai ragazzi a Saint Pierre. Pensò all'uomo di Pont-Saint-Martin e al suo sorriso forzato.

«Una sostituzione di mobile», ripeté.

«Esatto.»

Era una cosa piccola. Così piccola che sembrava impossibile che potesse valere qualcosa. Una data, un orario. Informazioni che chiunque avesse lavorato in quell'ufficio avrebbe potuto avere.

«Quanto?»

La cifra che l'uomo disse era esattamente di diciassettemila euro, quelli che restavano.

Non era una coincidenza. Cuc lo capì in quel momento, anche se non si disse esplicitamente che non era una coincidenza. Si capisce senza nominarlo.

«Va bene», disse.

* * *

Passò le due settimane successive cercando di non pensarci.

Lavorava, compilava pratiche, partecipava alle riunioni. Mangiava al 3ndy il martedì, da Caesar il giovedì. La domenica andava a Nus dai suoi, mangiava la polenta con la fontina che sua madre faceva ancora nel modo di quando era bambino — la fontina DOP delle malghe alte, quella con la crosta arancione scura che sa di fieno e di estate, che si fila in modo diverso dalla fontina del supermercato. Beveva un bicchiere di Torrette e guardava la televisione con suo padre.

Non disse niente a nessuno. Non c'era niente da dire — non aveva ancora fatto niente. Aveva solo detto va bene al telefono.

Il 19 maggio mandò una mail interna con le informazioni sul trasloco della scrivania presidenziale. Era una mail di coordinamento logistico, come ne mandava decine ogni mese. Quattro destinatari, oggetto chiaro, tono burocratico.

Tre giorni dopo ricevette un bonifico da una società con sede a Milano. L'importo era esattamente diciassettemila euro. La causale diceva: consulenza tecnica.

Andò allo sportello del Banco Posta di via Cesare Battisti dove aveva il conto e prelevò diciassettemila euro in contanti. Guidò fino a Pont-Saint-Martin. Consegnò i soldi all'uomo che sorrideva in quel modo. Si strinsero la mano. Si sentì sollevato come non mai.

Guidò verso casa sulla statale della Valle. I pascoli ai lati della strada erano già verdi, le mucche pezzate nelle frazioni alte, le cappelle votive a ogni curva. L'odore di letame e erba bagnata che entrava dai finestrini abbassati, quell'odore antico e concreto di fondo caratteristico della Valle.

Cuc guidò quasi per un'ora senza pensare a niente di particolare, si sentiva più leggero. Poi parcheggiò sotto casa e salì al terzo piano. Aprì le imposte.

I tigli erano in piena fioritura. L'odore dolce e stordente riempì la stanza.

Non sapeva — in quel momento, davvero non lo sapeva — a cosa avesse appena contribuito con quel piccolo atto. Sapeva solo che aveva definitivamente chiuso una cosa che lo teneva in tensione da tre anni, e che adesso poteva dormire tranquillo.

Quello che non aveva capito — e che avrebbe impiegato molto tempo a capire, se mai ci fosse arrivato — era la differenza tra fare una cosa per soldi e fare una cosa perché qualcuno sapeva già che l’avresti fatta. Nel primo caso si sceglie. Nel secondo si viene scelti. Cuc era stato scelto anni prima, in un momento che non aveva riconosciuto come tale. Lui credeva di aver preso una decisione. In realtà qualcuno aveva solo aspettato che arrivasse al punto giusto.

Dormì.

* * *

Quello che non sapeva, e non avrebbe saputo per molto tempo a venire, era la catena di cui era entrato a far parte.

Non sapeva chi l’avesse chiamato da quel numero torinese. Non sapeva che il trasloco era una copertura finalizzata a ben altro. Non sapeva dei soldi tedeschi, della busta giallognola, del bancomat rubato a Torino nel novembre del 2015. Non sapeva del ragazzo di corso Giulio Cesare che aveva tenuto una busta chiusa in un cassetto per un anno senza aprirla.

Conosceva solo quello che gli era stato chiesto di fare: una data, un orario, una ditta. Abbastanza per fare qualcosa, operativamente poco. Non abbastanza per capire di più della vicenda.

Era così che funzionava, anche se lui non lo sapeva.

Poi era arrivato luglio, e i giornali, e la scrivania su tutte le prime pagine, e i venticinquemila euro. E Cuc aveva capito — non tutto, non subito, ma abbastanza — che quello che aveva fatto il 19 maggio non era stata una semplice consulenza tecnica su un mobile.

Ma non disse niente. Non andò dalla polizia, non chiamò un avvocato. Rimase dov'era, fece il suo lavoro, compilò le sue pratiche. Cercò di non lasciare tracce ulteriori, di non fare niente che attirasse attenzione.

Smise di fare i suoi giri dopo il lavoro e di andare allo spiazzo vicino alla cappella di Saint-Christophe.

La Valle fuori dalla finestra era la stessa di sempre — le montagne, il fondovalle, gli alberi di corso Battaglione Aosta. Ma era come vederle da dietro un vetro: visibili, riconoscibili, irraggiungibili.

A novembre comprò un nuovo taccuino — non per scrivere niente, solo per averlo. Lo mise nel cassetto della scrivania di casa, sotto un libro che non aveva ancora aperto. Non sapeva bene perché. Era il gesto di chi aspetta qualcosa senza riuscire a nominarla.

In quell’autunno aveva incrociato più volte al 3ndy un certo Carlo Lanteri — un funzionario della Segreteria, uno di quelli che stanno lì da anni e sanno tutto per ragioni d’ufficio, senza che nessuno gliene parli. Una sera di novembre Lanteri gli aveva detto, quasi tra sé: «Ferreri non molla quella storia della scrivania. Lo vedo ogni giorno, ha una faccia…» Aveva lasciato la frase a metà. Cuc non aveva risposto niente. Ma bastava poco, in certi ambienti, perché mezza frase arrivasse dove non doveva. O almeno, così aveva capito solo dopo.

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