Storia · capitolo 14

Capitolo 12

il_doppio_fondo di Quintino Botrugno

La mappa completa — estate 2018

Luglio 2018 fu il mese più caldo che Elisa ricordasse.

Non era nostalgia — era meteorologia: le stazioni meteo della Valle registrarono temperature record per la terza estate di fila. Il fondovalle di Aosta si comportò come si comportano i fondovalle alpini quando fa troppo caldo, intrappolando l'aria calda tra le pareti di roccia e tenendola lì per giorni. La gente stava fuori la sera tardi, seduta sui gradini, con le fontane pubbliche sempre occupate da qualcuno che ci metteva la testa sotto. La fontana di piazza Chanoux era circonfusa di bambini fino a tarda sera, e i negozianti del centro tenevano le porte aperte nella speranza di uno spiffero che non arrivava mai.

Di sera, a casa, tornava al quadernetto.

* * *

Da marzo a luglio aveva aggiunto poco. Non perché non ci fosse niente da aggiungere, ma perché la fase della raccolta era finita. Aveva quello che aveva: sette episodi legati a Cuc, il documento del 19 maggio, la catena societaria della Costruzioni Meridiane, il bancomat del Grand Hotel Sitea. Aveva la pagina strappata consegnata a Dalbard. Aveva saputo da Dalbard, in modo indiretto, che Piatti aveva aperto un filone parallelo — non sul fascicolo della scrivania, su un fascicolo separato di cui non conosceva l'oggetto.

Non aveva altro da aggiungere. Aveva da mettere insieme quello che c'era già.

Una sera di metà luglio aprì il quadernetto a una pagina nuova — l'ultima pagina, quella che teneva sempre vuota per ragioni che non si era mai spiegata del tutto, forse per avere un posto dove scrivere la cosa definitiva quando fosse arrivata.

Disegnò tre colonne. Non con righello: a mano libera, due righe verticali che dividevano la pagina in tre parti uguali.

Nella prima colonna scrisse: CHI.

Nella seconda: COSA SAPEVA.

Nella terza: PERCHÉ.

* * *

Sotto CHI scrisse tre nomi separati da una riga bianca.

Il primo era quello del ragazzo — Carmelo Inzitari, nome falso, documento falso. Quello che aveva portato la busta da Torino, che aveva lavorato cinque minuti nel corridoio di Palazzo, che era sparito il 24 giugno. Non sapeva il suo nome vero. Non aveva nessun elemento per trovarlo. Era il pezzo mancante della catena visibile.

Il secondo era Renato Cuc. Quello sapeva: la data del trasloco, la ditta, l'orario. Aveva accesso all'archivio delle lettere di Fratellanza e Architettura. Aveva fatto uscire il documento del 19 maggio dalle pratiche interne. Non sapeva, probabilmente, fino a dove portava quello che stava facendo.

Il terzo era quello che Elisa chiamava — a se stessa, nel quadernetto, senza mai scriverlo ad alta voce — il committente. Quello che aveva procurato i soldi tedeschi, aveva organizzato il piano, aveva scelto il momento. Quello che aveva calcolato che Rollandin sarebbe caduto, o che poteva cadere, e si era preparato. Non aveva un nome per quel terzo. Aveva una forma.

* * *

Cuc sapeva quello che poteva sapere dall'interno dell'amministrazione: date, procedure, accessi, nomi. Sapeva muoversi negli archivi senza lasciare tracce evidenti. Non sapeva — quasi certamente non sapeva — a cosa servisse quello che stava passando.

Il ragazzo sapeva fare un lavoro fisico preciso in un tempo stabilito. Sapeva tenere una busta chiusa senza aprirla. Sapeva sparire.

Il committente sapeva tutto. Sapeva chi era Rollandin e cosa rappresentava in quel sistema. Sapeva che il cambio di governo avrebbe chiuso certi canali. Sapeva procurarsi banconote tedesche, documenti falsi, informatori interni. Sapeva aspettare diciannove mesi.

Elisa guardò la seconda colonna per qualche minuto. Poi scrisse nell'ultima riga, sotto tutto:

«Nessuno sapeva quello che sapevano gli altri.»

Era questa l'architettura. Non una piramide con un capo in cima — una catena di compartimenti stagni, ognuno con il suo pezzo, ognuno cieco sul resto. Carmelo Inzitari non sapeva che Cuc esistesse. Cuc non sapeva chi avesse ingaggiato Inzitari. Il committente non aveva mai incontrato nessuno dei due di persona, quasi certamente.

Era così che si costruiscono le cose che devono resistere.

La differenza era l'obiettivo. Ma la forma era la stessa.

* * *

Sotto PERCHÉ scrisse una sola riga per Cuc: «Debito, o paura, o entrambi. Qualcuno sapeva qualcosa su di lui.»

Per il ragazzo non scrisse niente. Non sapeva perché. Probabilmente era solo un lavoro.

Per il committente scrisse: «Messaggio. Non recupero economico — messaggio. Venticinquemila euro non tornano indietro. Servivano per essere visti sparire.»

Restò a guardare quello che aveva scritto.

Era per Rollandin. Il segnale diceva: sappiamo dove sei, e possiamo permetterci di dirtelo davanti a tutti.

Il segnale diceva: sappiamo dove sei. Sappiamo che non sei più utile. E possiamo permetterci di dirlo in modo che tutti lo vedano senza che nessuno possa dimostrare niente.

Fuori, via Festaz era silenziosa come le sere d'estate quando il caldo ha esaurito le energie di tutti e la gente smette di muoversi. Qualcuno su un balcone parlava sottovoce. Un motorino lontano. Il ronzio del ventilatore sul pavimento.

Aprì la finestra un po' di più. L'aria era ancora calda ma meno immobile di prima — un accenno di vento scendeva dai colli verso il fondovalle, portando con sé qualcosa di erboso e fresco che si perdeva quasi subito nel caldo residuo del giorno. Era l’aria che in Valle si chiama la serena — il vento di sera che annuncia che la notte sarà meno pesante del giorno.

Tornò al tavolo. Tornò alla terza colonna.

Scrisse l'ultima cosa, in fondo alla pagina, separata dal resto da due righe bianche:

Chi può permettersi di buttare via venticinquemila euro per mandare un messaggio.

Chiuse il quadernetto.

Rimase seduta in silenzio per qualche minuto. Poi si alzò, andò a prendere Nico a scuola — aveva un corso estivo di matematica, tornava alle cinque.

* * *

Quella notte, prima di dormire, riaprì il quadernetto all'ultima pagina.

In fondo alla terza colonna, sotto tutto, scrisse un nome.

Non il nome di Cuc — quello era già cerchiato due volte nelle pagine precedenti. Non il nome del ragazzo — quello non lo sapeva.

Scrisse il nome del committente. O meglio: scrisse il nome dell'organizzazione. Quattro parole, in minuscolo, con la grafia ordinata con cui aveva scritto tutto il resto.

Poi cerchiò anche quello. Un cerchio solo, per adesso.

Chiuse il quadernetto. Lo mise sotto il cuscino.

Si alzò, andò a bere un bicchiere d'acqua, guardò fuori dalla finestra.

Aosta d'estate, di notte. La serena che continuava, più forte, che muoveva le tende e portava odore di pietra bagnata dai versanti alti.

Pensò che aveva fatto la sua parte con gli strumenti che aveva. Il resto era compito di altri — Dalbard, Piatti, chi veniva dopo di loro.

Tornò a letto. Dormì.

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