Storia · capitolo 13

Capitolo 11

il_doppio_fondo di Quintino Botrugno

Il documento — marzo 2018

La chiamata di Giulio arrivò un giovedì sera di marzo, alle dieci passate.

Elisa stava leggendo sul divano. Nico dormiva già — aveva dodici anni ormai, andava a letto tardi, ma quella sera era rientrato stanco da un allenamento di nuoto e si era addormentato sul divano alle nove, e lei lo aveva svegliato quanto bastava per mandarlo in camera.

«Elisa. Ho trovato qualcosa tra le mie carte che non capisco come ci sia finito.»

La voce era quella delle telefonate che Elisa distingueva: non agitata, ma ferma in modo diverso dal solito — il tono di chi ha appena capito qualcosa e non si sa ancora cosa farsene.

«Cosa?»

«Un appunto interno. Carta intestata della Segreteria della Presidenza. Datato 19 maggio 2017.»

Elisa rimase ferma. Il 19 maggio 2017 era più di un mese prima del trasloco.

«Di cosa parla?»

«Della sostituzione della scrivania. Data prevista, ditta incaricata, orario stimato dell'intervento. È un documento di servizio interno — il tipo che gira tra pochi collaboratori per coordinare la logistica. Non dovrebbe essere fuori dall'ufficio.»

«Come è finito tra le tue carte?»

«Non lo so. Non ricordo di averlo stampato. Non ricordo di averlo mai avuto in mano.»

Elisa aprì il quadernetto. «Porta tutto da Dalbard domani mattina. Tutto, senza toccare niente.»

«Lo penso anch'io.»

«E non dirlo a nessun altro per adesso.»

«No.»

Riattaccarono.

* * *

Il mattino dopo Elisa arrivò in ufficio prima degli altri.

Si sedette alla scrivania, aprì il quadernetto, rilesse le ultime pagine dall'inizio di dicembre. Poi aprì il computer e cercò nell'archivio digitale della Segreteria il documento che Giulio le aveva descritto: note interne di coordinamento logistico, maggio 2017.

Lo trovò. Era protocollato il 19 maggio 2017, come aveva detto Giulio. Oggetto: sostituzione scrivania Presidenza — coordinamento intervento. Destinatari: quattro nomi. Il suo, quello di Giulio, quello di un altro collaboratore della Segreteria che aveva lasciato l'incarico a giugno, e quello di Renato Cuc, in qualità di responsabile della Direzione Affari Generali per le questioni logistiche di Palazzo.

Quattro destinatari. Quattro persone che avevano ricevuto quel documento per mail interna il 19 maggio.

Quattro nomi. Lesse la lista due volte.

Quattro persone sapevano in anticipo la data, l'ora, la ditta. Quattro persone avevano avuto in mano le informazioni necessarie per organizzare quello che doveva accadere la sera del 22 giugno.

Una di quelle quattro persone era lei. Un'altra era Giulio. La terza aveva lasciato l'incarico tre settimane prima del trasloco e non era più in Palazzo da mesi.

La quarta era Renato Cuc.

* * *

Aprì il quadernetto. Scrisse con calma, in ordine:

«Documento 19/5/2017 — destinatari: E.R., G.F., M.V. (uscito giu '17), R.C. — Contenuto: data trasloco, ditta, orario. Trovato tra le carte di G.F. senza spiegazione.»

Poi sotto:

«Quattro persone sapevano. Tre sono identificabili e verificabili. Una ha lasciato l'incarico prima. Rimane solo R.C.»

Rimase con la penna in mano. Era la prima volta che scriveva il nome per esteso anziché con le iniziali.

Renato Cuc.

Non era ancora una prova, ma la quinta, sesta, settima convergenza su quel nome. Ma questa convergenza era diversa dalle altre: non era un accesso all'archivio, non era una pausa sulla soglia, non era una frase ambigua in corridoio. Stavolta c'era un documento. Un documento che stabiliva chi sapeva cosa, e quando, e in quale forma.

Chiuse il quadernetto.

Guardò il muro di fronte per qualche minuto. C'era una domanda che si faceva ogni tanto e che tendeva a tenersi per sé: stava vedendo connessioni che c'erano, o connessioni che aveva bisogno di trovare? Era una domanda onesta. Aveva passato otto mesi a costruire una rete di indizi intorno a un nome, e sapeva che le reti si costruiscono anche dove non ci sono se ci si mette con abbastanza ostinazione. Ma il documento era reale. Il log dell'archivio era reale. Il bonifico da Milano era reale. Questi non erano indizi — erano fatti. La rete aveva dei nodi concreti. Il nome al centro non era una deduzione: era l'unica risposta che i fatti lasciavano aperta.

Il documento aveva il suo nome. E.R. — uno dei quattro destinatari. Portarlo a Dalbard significava inserire se stessa nella catena delle prove come qualcuno che aveva ricevuto in anticipo le informazioni sul trasloco. Da fuori, da una certa angolazione, stava nella stessa posizione di Cuc. Stessa mail, stessa data, stesso contenuto.

Poteva aspettare. Tenerlo finché Piatti non lo trovasse da solo attraverso altri canali. Non mettersi in mezzo.

Aspettò ancora un minuto. Poi prese il telefono e chiamò Dalbard.

* * *

Mentre aspettava che Dalbard richiamasse, il vice-direttore della Segreteria — un uomo di cinquantadue anni che si chiamava Perrin e che Elisa conosceva da quando aveva cominciato a lavorare in Palazzo — bussò alla porta del suo ufficio.

«Hai un momento?»

«Certo.» Chiuse il quadernetto senza fretta e lo mise nella borsa.

Perrin si sedette sulla sedia di fronte. Non aveva niente in mano — nessuna pratica, nessun foglio. Era una visita, non una riunione. «Ho sentito che sei stata molto in archivio questi mesi. Pratiche storiche, vecchi fascicoli.»

«Qualche verifica di contesto», disse Elisa. «Per alcune pratiche in corso che avevano precedenti.»

Perrin annuì. Guardò fuori dalla finestra per un secondo, poi tornò a guardarla. «Bene. Volevo solo sapere che tutto fosse nella norma. In questo periodo è meglio essere cauti.»

«Certo», disse Elisa.

Perrin si alzò, la salutò, uscì. La conversazione era durata quattro minuti.

Elisa guardò la porta chiusa. Non era un avvertimento esplicito: era qualcosa di peggio, una domanda formulata in modo da non poter essere né confermata né negata. Perrin non le stava chiedendo cosa stesse facendo. Le stava dicendo che qualcuno aveva chiesto a lui.

Aprì di nuovo la borsa. Tirò fuori il telefono personale — non quello di servizio — e chiamò Dalbard.

* * *

Dalbard rispose al secondo squillo. Elisa gli disse del documento in tre frasi, senza premesse. Lui rimase in silenzio qualche secondo. «Vengo da lei nel pomeriggio», disse. Poi riattaccò.

«Il documento è autentico. La carta intestata è originale, il protocollo corrisponde. Non è stato alterato.»

«Lo so», disse Elisa.

«Questo significa che qualcuno lo ha fisicamente estratto dall'archivio, stampato o fotocopiato, e inserito tra le carte di Ferreri. Non sappiamo quando. Non sappiamo con quale intento preciso — se per incastrarlo o per lasciare una traccia utilizzabile in futuro.»

«Entrambe le cose possono essere vere insieme.»

«Sì.» Una pausa. «C'è qualcosa che vuole aggiungere?»

Elisa aprì il quadernetto all'ultima pagina. Guardò il nome scritto per esteso. «Ho un'ipotesi su chi ha estratto quel documento dall'archivio. Non so se costituisce una vera e propria prova. Ma c’è tutta una serie di coincidenze che si accumulano.»

«Me la faccia avere per iscritto, non a voce, non per mail. Scritta su foglio.»

«Gliela porterò.»

Riattaccò. Aprì il quadernetto a una pagina nuova. Scrisse lentamente, dall'inizio: la prima apparizione di Cuc in marzo, la pausa sulla soglia con la frase sui meccanismi storici. Il log dell'archivio a novembre. La pratica della società Costruzioni Meridiane. L'accesso alle lettere di Fratellanza e Architettura. Il corridoio di dicembre. Il documento del 19 maggio tra le carte di Giulio.

Sette episodi. In ordine cronologico. Con date e orari, dove era riuscita a reperirli.

Scrisse in fondo: «Nessun elemento è da solo sufficiente. Insieme sembra indichino una direzione. Renato Cuc, Direzione Affari Generali, ha avuto accesso a tutte le informazioni necessarie per costruire il piano di depistaggio. Non so neanche se veramente fosse consapevole per chi stesse lavorando.»

Non riusciva a metterlo da parte.

Dalbard le aveva detto, quasi di passaggio, che quel pomeriggio Piatti sarebbe stato in Palazzo di Giustizia per un'altra udienza. Non aveva idea di chi fosse fisicamente — ne conosceva solo il nome dal verbale di Giulio, dai giornali, dalla firma in calce ai comunicati. Quando accompagnò la busta allo studio di Dalbard il giorno dopo e scese per le scale, incrociò nel corridoio un uomo sui quarant'anni con la cartella sotto il braccio che camminava con l'andatura di chi sa dove sta andando. Non sapeva se fosse lui. Non lo chiese. Ma ci pensò.

Strappò la pagina dal quadernetto con cura, lungo la perforazione. La piegò in quattro. La mise nella busta che avrebbe portato a Dalbard.

* * *

La sera Giulio la chiamò di nuovo, brevemente.

«Dalbard ha depositato una nuova memoria integrativa in Procura. Ha usato il tuo documento come elemento centrale.»

«Bene.»

«Mi ha anche detto che ci sono buone probabilità che Piatti apra un filone separato. Ci vorrà del tempo.»

«Lo so.»

Un silenzio. Poi Giulio disse: «Grazie, Elisa.»

Era una parola sola. Elisa non sapeva esattamente a cosa si riferisse — al documento, alla lista, agli otto mesi di quadernetto. Probabilmente a tutto insieme.

«Non ho fatto niente che non andasse fatto», disse.

Quella notte, nel silenzio di via Festaz, aprì il cassetto del comodino e guardò il quadernetto per la prima volta da settimane. Lo tenne in mano senza aprirlo. Pensò una cosa semplice: loro sapevano già quello che sapeva lei. Avevano saputo di Giulio — avevano saputo che stava per parlare. Se lo avevano saputo di lui, potevano saperlo anche di lei.

Era un pensiero preciso, non drammatico. Come verificare una scadenza su una pratica: guardi il numero, valuti le conseguenze, decidi cosa fare.

Ma non era successo niente. Dopo la morte di Giulio non era successo niente a lei. E questo, capì, era la risposta: avevano ottenuto quello che volevano. L’udienza era saltata. Il fascicolo si era raffreddato. Lei non era più rilevante.

Era una cosa strana da pensare di se stessa. Rimise il quadernetto nel cassetto e spense la luce.

Riattaccò. Andò in cucina a fare il caffè. Nico era in camera a fare i compiti. Si sentiva la musica attraverso la porta — Ghali, «Cara Italia», quel ritornello che ripeteva sempre le stesse parole come se la ripetizione fosse essa stessa il punto. Elisa rimase ferma un secondo ad ascoltare senza volerlo. Poi si versò il caffè.

Elisa rimase in piedi con la tazzina in mano, la finestra sul cortile interno, il buio di marzo fuori. Pensò che in qualche punto della catena — da Duisburg a Torino ad Aosta, dalla busta nel cassetto di corso Giulio Cesare alla scrivania di Palazzo — c'era qualcuno che aveva deciso di usare Cuc. Non di convincerlo, non di reclutarlo: di usarlo. Di trovare il punto debole e premere. In Valle era facile trovare i punti deboli. Era piccola, era densa di relazioni, e chi conosceva il posto sapeva dove guardare.

Cuc non era il centro di niente. Era solo un anello. Un anello che qualcuno aveva staccato dalla catena giusta e saldato a quella sbagliata, probabilmente senza che lui sapesse bene dove portava.

Ma era qualcosa che non riusciva a mettere in ordine — e la lasciava con la sensazione di chi ha capito il meccanismo ma non può ancora usare quello che ha capito.

Finì il caffè. Lavò la tazzina. Andò a bussare alla porta di Nico per dirgli che dopo una mezz'ora doveva spegnere la musica.

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