Storia · capitolo 12

Capitolo 10

il_doppio_fondo di Quintino Botrugno

Lo sguardo — dicembre 2017

La prima cosa che notò fu la cartella spostata.

Era un martedì di dicembre, mattina presto, Elisa stava aprendo l'archivio corrente per recuperare una pratica sull'aggiornamento del catasto regionale. La cartella era nella posizione giusta — terza fila, scaffale B, ordine alfabetico — ma girata al contrario rispetto a come la teneva lei. Non con il dorso etichettato verso l'esterno, come faceva sempre, ma con la costola cieca verso di lei.

Era una cosa minima. Poteva essere stata spostata da chiunque consultasse quell'archivio. Poteva essere stata lei stessa, distratta, in un momento qualsiasi.

Prese la pratica che cercava, rimise la cartella nel verso giusto, tornò in ufficio.

Ci ripensò nel pomeriggio, mentre stava finendo una nota di servizio. La cartella spostata non era importante in sé — era la terza cosa in dieci giorni che non tornava.

* * *

La seconda cosa era stata una settimana prima.

Elisa aveva l'abitudine di lasciare sul bordo del computer un foglietto con i nomi dei fascicoli che doveva consultare durante la giornata. Una lista scritta a mano, aggiornata ogni mattina, buttata via ogni sera. Era il suo sistema per non dimenticare niente senza doverlo digitare da qualche parte.

Quel giovedì, verso le undici, aveva trovato il foglietto girato. Non buttato, non spostato: girato, con la faccia scritta verso il basso. Lo aveva rimesso nel verso giusto senza pensarci. Ma ci aveva pensato dopo, a casa, mentre preparava la cena. Chi era entrato nel suo ufficio in sua assenza. Quante persone avevano accesso al corridoio del secondo piano.

Molte. Troppo molte per restringere il campo.

La terza cosa era di due giorni prima. Aveva cercato nell'archivio digitale un documento che sapeva di aver consultato a ottobre — una circolare interna sui criteri di accesso alle pratiche riservate. Il documento c'era, ma il log di consultazione mostrava che era stato aperto due giorni prima da un utente con credenziali di servizio generiche. Non il suo account, non il suo nome.

Le credenziali generiche erano usate per i controlli di sistema, le verifiche di manutenzione, le ispezioni periodiche dell'ufficio IT. Era normale che comparissero nel log. Ma quella circolare specifica, su quei criteri di accesso, non era il documento che si verifica per manutenzione.

* * *

Elisa guardò il monitor per qualche minuto. Poi aprì il quadernetto.

Scrisse le tre cose in ordine cronologico: il foglietto girato, il log di sistema sulla circolare, la cartella al contrario. Sotto scrisse: «Tre episodi in dieci giorni. Possono essere casuali. Probabilmente non lo sono.»

Poi restò a fissare la pagina, senza aggiungere altro.

C'era una spiegazione semplice e una meno semplice. Quella semplice era che qualcuno stava controllando cosa stava cercando — un collega curioso, qualcuno che aveva sentito voci, qualcuno a cui interessava sapere fino a dove arrivava una funzionaria della segreteria presidenziale in una storia che la riguardava ufficialmente come testimone del ritrovamento. Non necessariamente qualcuno con secondi fini: poteva essere semplice curiosità istituzionale.

Quella meno semplice era che qualcuno la stava controllando sapendo già dove stava guardando. Che le aveva lasciato trovare alcune cose — le lettere di Fratellanza e Architettura, il log di Cuc, la pratica della Costruzioni Meridiane — perché sapeva che quelle cose non portavano abbastanza lontano. E stava verificando se stesse cercando anche altrove.

Non era una minaccia. Era qualcosa di più preciso: qualcuno sapeva già dove stava guardando, e stava verificando fin dove arrivava. Le avevano lasciato trovare alcune cose — le lettere di Fratellanza e Architettura, il log di Cuc, la pratica della Costruzioni Meridiane — e adesso stavano controllando se cercasse anche altrove. Il che significava che quelle cose non erano abbastanza pericolose per chi le aveva lasciate. Il pericolo stava nell'altra direzione. In quello che lei non aveva ancora trovato.

Chiuse il quadernetto. Lo mise nella borsa.

Da quel giorno il quadernetto non tornò nel cassetto chiuso a chiave. Rimase nella borsa, in tasca, sul comodino di notte. Mai più in ufficio.

* * *

Cambiò anche altre abitudini, in modo graduale, senza seguire un piano preciso.

Smise di cercare i nomi che voleva sul computer di servizio. Per le ricerche che non voleva lasciare nel log dell'amministrazione usava il telefono personale, con la connessione dati e non il wi-fi di Palazzo. Smise di annotare i nomi dei fascicoli consultati sul foglietto lasciato sul bordo del monitor — li teneva a mente o li scriveva direttamente nel quadernetto, a casa.

Non disse niente a nessuno di questi cambiamenti. Non a Giulio, non a Dalbard. Li fece e basta, come si fanno le cose quando si capisce che è necessario farle senza che nessuno te lo abbia detto.

Continuò ad andare in archivio, a consultare le pratiche, a fare il suo lavoro regolare. Se qualcuno stava guardando, vedeva una funzionaria che lavorava. Non vedeva il quadernetto, non vedeva le ricerche sul telefono, non vedeva la lista di domande che si accumulava in testa ogni sera prima di dormire.

La prima volta l’aveva notata in una settimana di novembre, al Palazzo di Giustizia, dove Elisa era andata a depositare un documento. Era ferma nel corridoio del secondo piano con una cartella sotto il braccio. Capelli scuri raccolti, un tailleur grigio, quella facilità nell’occupare lo spazio che hanno le persone che non sembrano impegnarsi a farlo. Bella senza che sembrasse farlo apposta.

Lavorava per uno studio di Torino ma seguiva diversi procedimenti aostani — lo aveva capito dalla seconda volta che si incrociarono, un giovedì mattina al bar Roma. Si era avvicinata disinvolta, come chi conosce già le regole del posto. «Sei tu quella della Segreteria, no? Pensavo fossi più vecchia.» Non sembrava un complimento forzato, solo una constatazione.

Nei mesi successivi si incrociarono ancora. Qualche parola, qualche minuto al banco. La donna non era di quelle che spingono — lasciava spazi, diceva frasi che erano conversazione e anche qualcos’altro, con la doppiezza dei documenti che contengono quello che dichiarano e quello che nascondono. Con i colleghi maschi era fredda, lo aveva notato. Con Elisa diversa: più morbida, senza che fosse mai smaccato.

A fine novembre, dopo due caffè e una conversazione su un caso di diritto amministrativo, l’aveva invitata a cena. «A casa mia», aveva detto. «Cucino bene e ho una bottiglia di Chambave che apro solo per le persone che ne vale la pena.»

Elisa aveva sorriso — un sorriso gentile, il tipo che non lascia aperture. «No, grazie.»

Non aveva spiegato. Non serviva. L’avvocatessa aveva annuito, quasi con rispetto. «Capito.» Aveva finito il caffè. Erano uscite insieme e si erano salutate sul marciapiede come due pratiche di diversa competenza che si erano incrociate per sbaglio.

Elisa ci aveva pensato quella sera, brevemente, mentre preparava la cena per Nico. Non con disagio — non era quello. Il fatto era semplice: non voleva nessuno, qualunque forma prendesse. Non ancora. Forse non più.

* * *

Dicembre in Valle d'Aosta ha un'aria che non si confonde con nessun altro mese.

Il freddo scende dai colli già a novembre, ma è a dicembre che si sistema definitivamente nel fondovalle — un freddo secco, tagliente, che non ha l'umidità del freddo padano e che la gente del posto chiama freddo pulito, come se la distinzione avesse un valore morale oltre che meteorologico. Le creste si innevavano presto quell'anno, già da ottobre, e il Monte Emilius era bianco dalla metà del petto in su con una costanza che Elisa non ricordava dalle ultime stagioni.

Aosta in dicembre diventava un posto diverso. I negozi del centro si decoravano, il mercatino natalizio occupava piazza Chanoux con i suoi stand di legno e i colori saturi che sembravano quasi aggressivi nel contesto sobrio dell'architettura romana. La gente del fondovalle si mescolava con quella dei paesi alti — chi scendeva per fare acquisti, chi saliva per le feste nelle frazioni. Quel movimento trasversale dava alla città per qualche settimana una densità che non aveva il resto dell'anno.

Elisa ci passava ogni mattina, verso il bar Nazionale. Aveva il cappotto grigio e le scarpe che reggevano il freddo, quelle che tirava fuori ogni novembre con la sensazione che le avesse comprate ieri e che invece avevano già quattro anni. Ascoltava la gente che parlava — nei bar, nelle code alle casse, sulla porta delle chiese la domenica. Parlava ancora di Rollandin, intermittentemente, come si parla di qualcosa che non si capisce del tutto ma che si sente ancora presente. Parlava del governo regionale, dei partiti, dei possibili candidati alle elezioni dell'anno successivo.

L'Union Valdôtaine aveva convocato un'assemblea straordinaria per la prima settimana di gennaio. La posta in gioco, secondo i giornali locali, era la guida del partito: Rollandin non si candidava formalmente, ma la sua influenza era ancora palpabile, la sua rete di relazioni ancora densa abbastanza da condizionare qualsiasi scelta. C'era chi voleva una rottura netta col passato, chi sosteneva che rompere col passato significava perdere il radicamento territoriale che aveva tenuto il partito al governo per decenni.

In un bar di via Xavier de Maistre, una mattina, Elisa aveva sentito due uomini sui sessant'anni discutere di questo con la precisione di chi ha passato una vita a seguire la politica locale da dentro. «Il problema è che Rollandin ha fatto il partito a immagine sua», diceva il più alto dei due. «Adesso il partito senza di lui non sa che faccia avere.» L'altro aveva risposto: «Ma con lui non ci torni. Troppa roba.» Il primo aveva alzato le spalle: «In Valle ci torna sempre. È fatto così questo posto.»

Elisa aveva bevuto il suo caffè senza commentare. Aveva imparato, in quell'anno, a stare nelle conversazioni senza parteciparvi — ad ascoltare, notare, tenere.

* * *

A metà dicembre incontrò Cuc in corridoio.

Era pomeriggio, lei stava tornando da una riunione all'assessorato. Lui veniva dalla direzione opposta, con una cartella sotto il braccio e il passo di chi ha fretta di arrivare da qualche parte.

Si fermarono entrambi per un secondo.

«Buon pomeriggio», disse Cuc.

«Buon pomeriggio.»

«Come va?»

«Bene. Lavoro.»

Lui annuì. Non aggiunse niente. Riprese a camminare.

Elisa lo guardò allontanarsi nel corridoio. Era un uomo di mezza età con una valigetta in mano, che camminava in fretta verso il suo ufficio. Era quello che sembrava.

Riprese a camminare anche lei.

Quella sera, a casa, aprì il quadernetto all'ultima pagina e scrisse sotto il nome cerchiato:

«Corridoio, 14 dicembre, ore 15.40. Niente.»

Era un appunto inutile. Lo scrisse lo stesso, perché l'utilità di un appunto non si vede sempre subito.

* * *

L'ultima settimana prima delle feste Elisa andò a trovare i suoi a Châtillon.

Ci andava ogni domenica, ma quella domenica rimase più a lungo del solito. Suo padre aveva comprato un puzzle da mille pezzi che non riusciva a finire da solo, e lei passò il pomeriggio ad aiutarlo al tavolo del salotto mentre sua madre guardava un film in televisione con il volume troppo alto.

Era un puzzle con una veduta aerea delle Dolomiti. Non delle Alpi valdostane — delle Dolomiti, un errore geografico che suo padre aveva scoperto solo dopo averlo comprato e che aveva accettato con la rassegnazione di chi non è disposto a sprecare un puzzle per un dettaglio.

Elisa metteva i pezzi in silenzio. Pensava a Palazzo regionale, agli archivi, al log di sistema, alla cartella girata al contrario. Pensava che qualcuno sapeva dove stava guardando. Pensava che questo significava che stava guardando nella direzione giusta.

«Stai pensando al lavoro», disse suo padre senza alzare gli occhi dal puzzle.

«Un po'.»

«A Natale non si lavora.»

«Lo so.»

«Ma tu lo fai lo stesso.»

Elisa prese un pezzo, lo provò in un angolo, non entrava. Lo rimise sul tavolo. «È complicato quest'anno.»

Suo padre annuì. Non chiese altro. Era un uomo che aveva lavorato trent'anni come geometra comunale e sapeva che certe cose del lavoro non si spiegano a tavola.

Fuori dalla finestra, Châtillon nel pomeriggio invernale: i tetti, il castello di Ussel in alto sul costone, la Dora Baltea invisibile ma presente nel suono basso che saliva dalla gorge. L'odore della polenta che sua madre stava preparando in cucina filtrava sotto la porta — granoturco e burro e fontina che si scioglie, un odore che Elisa associava all'infanzia con la precisione dei sensi che la memoria conserva meglio delle parole.

Finirono il bordo del puzzle prima di cena. Il centro rimase vuoto, le Dolomiti senza il picco principale, un paesaggio a metà.

Elisa guidò verso Aosta nel buio di dicembre, la statale vuota, le montagne invisibili ai lati. Pensò che l'anno stava finendo senza che nessuna delle domande del quadernetto avesse una risposta definitiva. Aveva più fatti di quando aveva cominciato, e più domande. Era così che funzionava, probabilmente. Non si arrivava alle risposte per sottrazione — si arrivava per accumulo, finché il peso dei fatti non diventava abbastanza da reggere da solo.

Parcheggiò in via Festaz. Salì. Nico dormiva già.

Mise il quadernetto sul comodino, si cambiò, andò a letto.

Fuori, Aosta silenziosa. Il 2017 stava per finire.

PARTE TERZA — IL MECCANISMO

Gennaio – ottobre 2018

Torna alla scheda dell’opera

Dopo questo capitolo puoi leggere anche