Capitolo 9
Avviso di garanzia — ottobre 2017
La notizia delle dimissioni di Marquis arrivò il 10 ottobre, un martedì sera, su tutti i canali contemporaneamente.
Elisa stava leggendo sul divano quando il telefono cominciò a squillare — prima un collega, poi un'altra, poi il responsabile dell'ufficio che l’avvertiva che il mattino dopo ci sarebbe stata una riunione straordinaria. Marquis aveva diffuso un comunicato stampa alle diciassette: prendeva atto della situazione createsi, non voleva che la sua permanenza alla presidenza diventasse un ostacolo al buon funzionamento delle istituzioni, si dimetteva con effetto immediato.
Le parole erano precise e misurate, come lo erano sempre le sue comunicazioni. Non c'era rabbia, non c'era difesa. C'era solo la geometria fredda di una decisione presa.
Elisa lesse il comunicato due volte. Poi aprì il quadernetto.
Scrisse: «10 ottobre 2017. Marquis si dimette. Avvisi di garanzia notificati oggi: Marquis, Viérin, G.F.» Rimase ferma sulla terza iniziale per un momento, poi aggiunse: «Accusa: concorso in calunnia.»
Rimase sul divano senza accendere la televisione. Fuori era già buio, le finestre di via Festaz riflettevano la luce della stanza. Pensò alla geometria di quello che stava succedendo: tre nomi in un avviso di garanzia, tre persone che erano state nella stanza giusta nel momento sbagliato, o nel momento giusto a seconda del punto di vista.
Pensò a chi poteva aver costruito quella geometria.
* * *
Il mattino dopo, in ufficio, tutto era sospeso.
I colleghi si salutavano con la cautela di chi non sa come parlare di quello che è successo. Le riunioni fissate per quella settimana erano state rinviate o cancellate. La segreteria lavorava in regime di ordinaria amministrazione, in attesa che qualcuno decidesse la forma della transizione.
Renato Cuc passò davanti all'ufficio di Elisa verso le undici. Si fermò sulla soglia — la stessa soglia, la stessa postura di quella mattina di marzo, mesi prima.
«Brutta faccenda», disse.
«Sì», disse Elisa.
«Speriamo che si chiarisca presto.» Una pausa. «Come sempre succede in questi casi.»
Elisa lo guardò. «Come sempre?»
Lui fece un gesto vago con la mano — non esattamente un'alzata di spalle, qualcosa di meno definitivo. «In Valle le cose si chiariscono. È piccola. Non c'è spazio per i misteri lunghi.»
Se ne andò. Il corridoio era vuoto.
Aprì il quadernetto. Sotto le note del giorno prima scrisse: «Cuc — In Valle le cose si chiariscono. — ore 11.14.» Non era una prova, solo l'ennesimo dettaglio che non sapeva dove mettere.
* * *
Giulio la chiamò nel pomeriggio.
«Possiamo vederci domani mattina? Bar Roma, otto e mezza.»
«Sì.»
Quella fu tutta la conversazione.
* * *
Il mattino dopo Elisa arrivò al bar Roma di via Aubert con cinque minuti di anticipo. Giulio era già lì, seduto al solito tavolo vicino alla vetrina, con un caffè davanti. Stava guardando fuori, la strada, la gente che passava nel freddo di ottobre. Aveva una matita in mano — la faceva girare tra le dita senza accorgersene, un'abitudine che Elisa aveva notato anche in ufficio nelle riunioni difficili. Quando la vide entrare la matita sparì in tasca in un gesto rapido, quasi inconscio.
Elisa si sedette. Ordinò un caffè. Aspettò.
Giulio teneva le mani intorno alla tazzina senza berla, riscaldandosi le dita. Fuori, Aosta di ottobre aveva quel grigio compatto che viene quando le nuvole scendono sulle creste e non salgono più per giorni.
«Dalbard dice che la posizione regge», disse Giulio alla fine. «La memoria integrativa che ha depositato sposta abbastanza il quadro da rendere l'accusa meno solida. Ma ci vorrà tempo.»
«Quanto tempo?»
«Mesi. Forse più. La Procura deve rivalutare tutto alla luce dei nuovi elementi. Nel frattempo sono tecnicamente indagato.»
Elisa non disse niente. Sapeva già quello che stava per dirle.
«Ho capito una cosa in questi mesi», disse Giulio. «Guardando il documento del 19 maggio, guardando la catena di chi sapeva cosa. Questo non è stato improvvisato. Chi ha costruito il 22 giugno aveva lavorato con molto anticipo — mesi, forse di più. Aveva già tutto pronto prima che Rollandin cadesse.»
«Sì», disse Elisa. «Lo penso anch'io. Ma non ho ancora la prova di quando e come hanno iniziato.»
«Il che significa che sapevano che Rollandin sarebbe caduto, o erano pronti nel caso in cui fosse caduto. E avevano già tutto pronto.»
«Sì.»
«Questo non è il lavoro di qualcuno della Valle.»
«No», disse Elisa. «Non lo è.»
Fuori, le prime foglie gialle degli ippocastani sul marciapiede di piazza Chanoux. Qualcuno passava con il cappotto già abbottonato.
«C'è un'altra cosa», disse Giulio.
Elisa alzò gli occhi.
«Ho parlato con qualcuno. Prima di capire quanto la cosa fosse seria.» Una pausa. «Un amico, qualcuno di cui mi fidavo. Gli ho raccontato quello che pensavo. Il terzo operaio, il documento che mi è arrivato tra le carte, il fatto che qualcuno dall'interno avesse fatto uscire informazioni.»
«Chi?»
Giulio scosse la testa. Non stava rifiutando di dirle il nome: stava dicendo che il nome non l'avrebbe aiutata. «Qualcuno che non è coinvolto. O almeno, non dovrebbe esserlo.»
«Giulio.»
«Non ha importanza chi è. Ha importanza che gli ho detto cose che non avrei dovuto dire a voce, senza che fossero messe per iscritto da qualche parte.»
Elisa capì quello che stava dicendo senza che lo dicesse esplicitamente: aveva parlato con qualcuno, e non sapeva se quella conversazione fosse rimasta un semplice scambio di parole. Non sapeva se il suo amico di fiducia avesse parlato a sua volta, consapevolmente o no, con qualcuno che non avrebbe dovuto sapere.
Non disse niente. Bevve il caffè, anche se si era raffreddato.
«Dalbard lo sa?», disse alla fine.
«No. E per adesso non glielo dico. Non ho elementi per capire se è rilevante o no.»
«Potrebbe esserlo.»
«Sì. Potrebbe.» Si alzò, prese il cappotto dallo schienale. «Tienilo presente tu, nel quadernetto.»
Uscì. Elisa rimase al tavolo ancora qualche minuto, con la tazzina vuota davanti.
Aprì il quadernetto. Scrisse in fondo all'ultima pagina usata, in piccolo, separato dal resto:
«G.F. ha parlato con qualcuno. Prima. Non sa se quella conversazione è rimasta riservata.»
Poi chiuse il quadernetto e guardò la strada fuori dalla vetrina.
Via Aubert, ottobre 2017. Le foglie degli ippocastani. Le persone che passavano senza sapere niente di quello che stava succedendo nei palazzi a trecento metri da lì.
Elisa pensò che le storie come questa si reggevano proprio su quello: sul fatto che la maggior parte delle persone non sapesse niente, e non aveva motivo di sapere, e andava avanti lo stesso. Era questo che li rendeva possibili. Non la cattiveria, non la corruzione in senso stretto. La normale, ordinaria, universale distrazione di chi ha sempre altro a cui pensare.
Pagò al banco, salutò il barista, uscì nel freddo di ottobre.
Dopo questo capitolo puoi leggere anche
LETTERA ALLA MAREA
LETTERA ALLA MAREA Camilla teneva il foglio in mano mentre scriveva con la sua penna preferita. Scriveva in piedi accanto al letto, le lenzuola bianche disfatte. Schiena dritta, le gambe nude; le piaceva sentire il freddo percorrerle la pelle. Vent’anni, ca
IL PROFUMO DELL'ARGILLA tratto da
In un contesto dove le sfide quotidiane si intrecciano con la speranza, il libro esplora la storia di Serena Gullaci. Attraverso una narrazione poetica, divertente, nostalgica e immediata l'opera affronta temi cruciali come la resilienza e la ricerca di identi
Un insolito viaggio di andata e ritorno
È la storia di Olivia giovane scrittrice freelance, che non riesce più a scrivere storie emozionanti. La sua editrice le dice che deve ritrovare la sua vena perché i suoi personaggi, nelle ultime storie, avevano perso carattere. Le consiglia di andare in mezzo
Codice aperto- L'algoritmo a palazzo
CODICE APERTO- L’algoritmo a PalazzoSono le 9 di lunedì 13 aprile quando accendo il registratore davanti al municipio. Il cartello con il nome del nuovo sindaco è già affisso all'ingresso: Alba Rizzo. Lo leggo ad alta voce, per verificarne la consistenza. Ness