Capitolo 8
Il bancomat di Torino — dicembre 2017
Erano passate sei settimane dall'avviso di garanzia notificato a Giulio e dalle dimissioni di Marquis. Giulio era tecnicamente indagato; Dalbard stava lavorando alla memoria integrativa. Elisa continuava le sue ricerche, separatamente, in silenzio. La domanda sul bancomat aveva una forma precisa: una tessera di credito scaduta nel 2011 non vale niente. Non si usa, non si clona, non si vende. Vale solo come oggetto di plastica con un nome sopra.
Elisa ce l'aveva nel quadernetto da mesi, ferma, con un asterisco accanto. Ci tornava ogni tanto, la spostava mentalmente da una parte all'altra senza trovare il posto giusto. Una tessera scaduta nel 2011, trovata nella scrivania nel 2017. Sei anni di distanza. O la custodiva Rollandin per ragioni incomprensibili, o qualcuno gliela aveva presa e l’aveva conservata.
La seconda ipotesi era quella che non riusciva a togliersi dalla testa. Ma perché conservare una tessera di credito scaduta sei anni prima? Rollandin non aveva mai sporto denuncia — lo avrebbe saputo, quella segnalazione passava dagli uffici regionali in caso di atti ufficiali collegati. Quindi o non se ne era accorto, o non gliene importava, o sapeva chi l'aveva presa e aveva motivo di non dirlo.
Andò a cercare un'altra strada.
* * *
Marco Pellissier lavorava all'Assessorato alle Infrastrutture da prima che ci arrivasse Elisa, e ci avrebbe probabilmente lavorato ancora vent'anni dopo che lei se ne fosse andata. Era uno di quei funzionari che sono la memoria storica e conoscono ogni pratica, ogni procedura, ogni persona che sia mai passata per i corridoi della Regione, senza grandi ambizioni ma con moltissima attenzione.
Elisa lo chiamò un martedì di dicembre, con la scusa di una verifica su una delibera vecchia. Dopo cinque minuti di lavoro ordinario gli chiese: «Ti ricordi la conferenza interparlamentare della francofonia del 2015? Quella che si tenne a Torino, credo a Palazzo Madama.»
«Certo, era il novembre del 2015», disse Pellissier senza esitare. «L'assemblea annuale. Rollandin c'era come rappresentante della Valle. Durò tre giorni.»
«C'era una nostra delegazione regionale?»
«Piccola, ma c’era. Rollandin e un collaboratore, credo un funzionario del protocollo. Perché questa domanda?»
«Sto cercando di ricostruire alcune trasferte di quell'anno per un'analisi sui rimborsi. Chi gestiva i rimborsi spese per le trasferte istituzionali del presidente?»
«L'ufficio di segreteria, come sempre. Ma i giustificativi li archiviava Marilena Binel, all'amministrazione. È ancora lì.»
* * *
Marilena Binel aveva cinquantasei anni e una scrivania così organizzata che Elisa, ogni volta che ci passava davanti, pensava che fosse il posto più ordinato dell'intero palazzo. Ogni cartella con l'etichetta scritta a mano, ogni faldone con l'anno e il mese sul dorso, i post-it colorati usati con una logica che Elisa aveva smesso di cercare di capire e accettava come sistema a sé.
Le chiese dei rimborsi spese per la trasferta di Torino del novembre 2015. Marilena andò direttamente al faldone giusto senza cercare, lo aprì alla sezione corretta, estrasse una busta di carta.
«Ecco qui. C'è tutto: taxi, hotel, ristoranti. C'era anche una nota a parte, scritta a mano, allegata alla richiesta di rimborso. Aspetta.»
Cercò nella busta. Estrasse un foglietto di carta intestata dell'hotel — Grand Hotel Sitea, Torino, via Carlo Alberto. Scritto a biro, due righe: «Tessera bancomat non trovata dopo cena del 12/11. Probabilmente smarrita. Scadenza imminente, non richiedere sostituzione.»
Elisa tenne il foglietto in mano per qualche secondo. Lo girò. Sul retro non c'era niente.
«Posso fotografarlo?»
«Certo.» Marilena non chiese perché. Era una delle cose che si apprezzava di lei.
Elisa fotografò il foglietto, ringraziò, uscì.
Nel corridoio si fermò un momento appoggiata alla parete. La tessera non era stata denunciata come rubata — Rollandin aveva scritto smarrita e aveva deciso di non richiedere la sostituzione, il che era ragionevole per una tessera ormai prossima alla scadenza. Nessuna denuncia, nessun blocco, nessuna segnalazione bancaria. La tessera era semplicemente sparita in una serata torinese del novembre 2015, inghiottita dalla città senza lasciare traccia.
E qualcuno l'aveva raccolta. Era questa la preistoria del piano di cui Giulio le aveva parlato in ottobre — non un'ipotesi, adesso. Una catena con una data di inizio precisa: 12 novembre 2015, cena al Grand Hotel Sitea, Torino.
* * *
Tornò in ufficio. Aprì il quadernetto e scrisse lentamente, scegliendo le parole:
«Tessera Rollandin — cena Grand Hotel Sitea 12/11/2015. Smarrita. Nessuna denuncia, nessun blocco. Scadenza 2011 già passata: la tessera non poteva essere usata. Valore zero economico, valore totale come oggetto con un nome. Conservata per 19 mesi. Usata il 22 giugno 2017.»
Poi aggiunse sotto, separato da una riga bianca:
«Chi c’era alla cena del 12 novembre 2015 al Grand Hotel Sitea?»
Era la domanda successiva. Le domande successive erano un modo con cui si andava avanti.
Aprì il computer. Cercò Grand Hotel Sitea Torino novembre 2015 conferenza francofonia. Trovò il programma ufficiale dell'assemblea parlamentare della francofonia: tre giorni di lavori, sessioni plenarie a Palazzo Madama, cena sociale il 12 novembre in un albergo del centro. L'elenco dei partecipanti non era pubblico, ma l'elenco delle delegazioni sì: ventisette paesi e regioni della francofonia, tra cui la Valle d'Aosta.
Una cena sociale con ventisette delegazioni significava sicuramente centinaia di persone. In una sala di quel tipo, con quella densità, sottrarre qualcosa dal portafogli di qualcuno era una cosa da pochi secondi. Non richiedeva pianificazione elaborata. Richiedeva solo di sapere cosa cercare e di essere abbastanza vicino al bersaglio al momento giusto.
Qualcuno sapeva che Rollandin sarebbe stato a quella cena. Sapeva chi era Rollandin — non era un politico nazionale, non era una figura nota fuori dalla Valle d'Aosta. Per sapere chi era e dove sarebbe stato bisognava essere informati, connessi, presenti in quell'ambiente. O aver ricevuto quelle informazioni da qualcuno dall’interno.
Scrisse nel quadernetto: «Chi sapeva della presenza di Rollandin alla cena del 12/11/2015?»
Poi guardò la riga. Era troppo larga, quella domanda. Troppo aperta. Centinaia di persone potevano saperlo — le delegazioni, i funzionari, i giornalisti accreditati, chiunque avesse accesso al programma ufficiale.
Ridusse: «Chi, tra chi sapeva, aveva anche interesse a conservare quella tessera per diciannove mesi.»
Quella era la domanda giusta. Molto più ristretta. Con un numero di risposte possibili molto più contenuto.
* * *
Quella sera, a casa, Elisa cucinò in silenzio mentre Nico faceva i compiti al tavolo della cucina. Era la loro routine del giovedì: lei cucinava, lui studiava, ogni tanto si scambiavano qualche parola senza che nessuno dei due interrompesse davvero quello che stava facendo.
A un certo punto Nico alzò la testa. «Mamma, cos'è la francofonia?»
Elisa si girò dal fornello. «Perché?»
«Ce lo hanno chiesto in classe. Sono i paesi che parlano francese?»
«Non solo i paesi che parlano francese. Anche le regioni. La Valle d'Aosta fa parte della francofonia, per esempio.»
«Ma noi non parliamo francese.»
«In Valle d'Aosta il francese è lingua ufficiale insieme all'italiano. Si studia sin dalle materne. Il patois è un dialetto romanzo vicino al francese antico.»
Nico annuì, scrisse qualcosa nel quaderno. Poi: «E tu lo parli, il francese?»
«Un po'. Abbastanza per capire.»
Lui tornò ai compiti. Elisa tornò ai fornelli.
Dopo qualche minuto Nico alzò di nuovo gli occhi. «Papà torna sabato», disse. Era un’informazione, non una domanda — aveva quella tendenza da quando era piccolo, di dire le cose difficili come se fossero dati meteorologici.
«Lo so», disse Elisa.
«Porta Giada.»
Elisa girò il sugo senza rispondere subito. «Hai voglia di vederla?»
Lui ci pensò serio. «Non lo so. È piccola. Non sa fare niente di interessante.»
«Ha tre anni.»
«Appunto.» Rimise le cuffie. Dal corridoio si sentiva il basso di Lazza, qualcosa di ritmato e basso che usciva ovattato dalle cuffie. Tornò ai compiti. Poi, dopo un momento: «Papà le ha comprato una bicicletta.»
Elisa mise un coperchio sul sugo. Nico non aggiunse altro. Non c’era altro da aggiungere — era già tutto nella frase: la bicicletta, i tre anni di Giada, il sabato che arrivava. Lei aprì il quadernetto sul banco e scrisse qualcosa che non riguardava né Andrea né Giada né Nico, e sentì quel misto di sollievo e colpa che capita di sentire insieme.
Quella settimana Nico aveva l’esame intermedio alla SFOM — il Preludio dalla Suite n. 1 di Bach per violoncello solo, quattro minuti che ripeteva ogni sera attraverso la parete. Elisa lo sentiva mentre lavava i piatti o leggeva le pratiche: quando sbagliava ripartiva sempre una misura prima dell’errore, come se volesse cancellarlo. Tre giorni prima dell’esame aveva smesso di parlare a cena. Non era distante — era concentrato, e Elisa conosceva bene quella differenza.
* * *
Una sera di novembre Nico alzò gli occhi dal violoncello appena prima delle dieci e disse, senza nessuna premessa: «Papà non sa che suono.»
Elisa era in cucina. Si fermò. «Come lo sai?»
«Perché non è mai venuto. Neanche una volta.» Lo disse con il tono di chi riferisce un dato. Non con rabbia — preciso, freddo, come i bambini che hanno smesso di aspettarsi qualcosa.
Elisa andò sulla soglia della sua stanza. Nico stava rimettendo il violoncello nella custodia, con la cura lenta riservata alle cose preziose. «Forse non sa quanto sei bravo», disse lei.
«Non sa neanche che esiste la SFOM.» Una pausa. «Ho provato a dirglielo una volta. Mi ha detto bravo e ha cambiato argomento.» Chiuse i fermagli della custodia. «Va bene lo stesso.»
Elisa non disse niente. Pensò a Andrea — alla geometria esatta di quello che riesce e quello che non riesce a vedere. Poi disse: «Ti sento ogni sera attraverso la parete, sai.»
«Lo so.» Nico sorrise appena, senza guardarla. «Quale scala ti piace di più?»
«La minore», disse Elisa, senza sapere perché. Era la prima che le veniva in mente. «Perché?» «Perché sembra più seria delle altre.» Nico la guardò un secondo, poi rise — quella risata breve e vera che Elisa conservava come si conservano le cose che sanno finire. «Anch’io», disse. «Anch’io la preferisco.»
Pensò alla cena del 12 novembre 2015. A una sala piena di persone che parlavano francese, o che cercavano di parlarlo, o che cambiavano lingua a seconda di chi avevano davanti. A Rollandin che stringeva mani, come faceva sempre, come aveva fatto per vent'anni in mille occasioni simili. Al momento in cui qualcuno si era avvicinato abbastanza.
Aprì il quadernetto sul banco della cucina — lo teneva in borsa, lo portava sempre — e scrisse l'ultima cosa della giornata:
«La tessera non è stata rubata per caso. Qualcuno sapeva che Rollandin sarebbe caduto. O che avrebbe potuto cadere. O l’hanno fatto cadere. E si è preparato.»
Poi chiuse il quadernetto e andò a controllare i compiti di Nico.
Nico mangiava senza alzare gli occhi dal piatto. Poi, tra un boccone e l’altro, come se stesse riferendo una cosa qualunque: «Mamma, ieri pomeriggio c’era uno sotto casa che guardava su.»
Elisa continuò a girare il sugo. «Come uno?»
«Uno. Un uomo. Stava fermo sul marciapiede e guardava su verso le finestre. Poi quando sono uscito a comprare le figurine se n’era già andato.» Alzò gli occhi. «Perché? C’è qualche problema?»
«No», disse Elisa. «Nessun problema.» Gli sistemò i capelli con una mano, il gesto automatico di sempre. Nico abbassò di nuovo gli occhi sul piatto.
Elisa aspettò che finisse di mangiare, aspettò che andasse in camera a fare i compiti, aspettò di sentire la sedia che cigolava sul parquet come sempre. Poi andò in bagno. Si sedette sul bordo della vasca. Rimase ferma due minuti nel silenzio. Fuori dalla finestra Aosta era uguale a sempre: i tetti, le montagne, il buio che saliva. Niente di diverso. Niente che si potesse chiamare pericolo. Solo una tensione precisa nel petto che non aveva ancora un nome.
* * *
Il saggio di fine anno della SFOM si teneva ogni giugno al Salone Ducale del Comune di Aosta, al primo piano del Palazzo Civico. Era una sala con il soffitto alto e le finestre che davano sulla piazza, e quando era piena di gente produceva un calore particolare, quell’aria densa dei luoghi dove le emozioni si accumulano da troppo tempo per poter circolare bene.
Quel giugno Nico aveva tredici anni e avrebbe suonato il terzo — il Preludio dalla Suite n. 1 di Bach, lo stesso che ripeteva ogni sera attraverso la parete. Elisa era arrivata presto per trovare posto nella terza fila, quella che aveva imparato essere l’angolazione giusta per vederlo senza che lui la vedesse prima di entrare.
Stava leggendo il programma quando sentì una mano sulla spalla. Si voltò. Andrea.
Era in piedi nel corridoio laterale, con un sorriso incerto, quello che faceva quando non sapeva bene come collocarsi. «Non sapevo che ci fossi», disse, come se fosse una spiegazione.
Elisa si alzò. Si abbracciarono — brevemente, con la cortesia dei separati che hanno fatto la pace abbastanza da non essere nemici ma non abbastanza da essere altro. «Era ora che venissi», disse lei. Poi si fermò.
Accanto ad Andrea c’era una donna che Elisa non aveva mai visto. E accanto alla donna, per mano, una bambina di forse quattro anni con un astuccio di violino.
Capì in meno di un secondo. Li guardò trovare posto tre file più indietro. Poi si risedette e fissò il programma senza leggerlo.
* * *
Nico suonò bene. Meglio che bene — suonò come suona chi ha smesso di pensare alle dita e pensa solo al suono. Quando attaccò le prime quattro note del Preludio la sala si raddrizzò, come sempre. Elisa tenne gli occhi su di lui per tutta la durata. Quattro minuti che erano anche dodici anni, le scale serali, i saggi precedenti, le cuffie alle orecchie e il tablet aperto, tutte le cose che Ansermet aveva detto e che lei aveva sentito attraverso la parete senza capirle del tutto. Quando finì, l’applauso fu quello delle volte in cui il pubblico non deve decidere quanto applaudire — viene da solo.
Dopo, nel corridoio, Andrea lo abbracciò. Nico lo lasciò fare con una sorpresa che cercava di nascondere e non ci riusciva. «Eri qui», disse. «Certo che ero qui», disse Andrea. Elisa guardò altrove.
Nel momento del trambusto delle uscite, mentre Nico andava a riprendere il violoncello in camerino, Andrea si avvicinò a Elisa. «In realtà siamo venuti per Giada», disse piano. «Ha cominciato il violino a marzo. Volevo che vedesse come funzionano questi saggi, per quando sarà grande abbastanza da salire sul palco.» Una pausa. «Non sapevo che ci fosse anche Nico.»
Elisa annuì. Non disse niente. Guardò la bambina che stringeva ancora l’astuccio del violino e fissava il palco vuoto con una concentrazione seria, come se stesse cercando di memorizzare qualcosa.
* * *
Tornando a casa, Nico parlò per tutto il tragitto — del Preludio, di un passaggio che avrebbe voluto fare diversamente, di un compagno che aveva sbagliato l’entrata e Ansermet non aveva battuto ciglio. Poi, quasi a casa, si fermò un secondo e disse: «Papà era lì.» Non era una domanda. Era un modo di sistemare una cosa che non si aspettava.
Elisa parcheggiò. Spense il motore. Rimase un momento con le mani sul volante. «Sì», disse. «Era lì.»
Scesero. Mentre aprivano il portone del palazzo, Elisa disse: «Hai visto quella bambina nella terza fila? Quella con l’astuccio del violino.»
Nico ci pensò. «Quella piccola con i capelli scuri?»
«Sì. Si chiama Giada. È tua sorella.»
Nico non rispose subito. Salirono le scale. Al secondo piano restò un attimo immobile con la chiave in mano. «Suona il violino?»
«Comincia adesso. Ha quattro anni.»
«Ok», disse Nico. Aprì la porta. Entrò.
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