Storia · Narrativa

Il nome di Nicola

di simone nespolo

Trieste, novembre. Una bora feroce batte la città quando l’ex sostituto procuratore Corrado Sereni viene chiamato a sgomberare un vecchio deposito di fascicoli. Tra le carte del caso Ancona del 2008 trova una busta sigillata che nessuno aveva mai aperto.Marco Ancona, docente di storia dell’arte, si era consegnato spontaneamente confessando l’omicidio della m

Trieste, novembre. Una bora feroce batte la città quando l’ex sostituto procuratore Corrado Sereni viene chiamato a sgomberare un vecchio deposito di fascicoli. Tra le carte del caso Ancona del 2008 trova una busta sigillata che nessuno aveva mai aperto.Marco Ancona, docente di storia dell’arte, si era consegnato spontaneamente confessando l’omicidio della moglie Giulia, restauratrice, uccisa con una chiave inglese nella cava di Aurisina. Un caso chiuso in fretta, un ergastolo accettato in silenzio. Ma quella busta contiene una radiografia pediatrica e una cartella clinica che raccontano una storia diversa: la morte, nove mesi prima, del loro figlio Nicola.Riaprire quelle carte costringe Sereni a confrontarsi con una verità scomoda: cosa è davvero giustizia? Proteggere il nome di un innocente o lasciare che la verità, per quanto terribile, abbia finalmente un nome?Un noir psicologico teso e malinconico ambientato tra le Rive di Trieste e il Carso, che interroga il confine sottile tra colpa, pietà e vendetta.

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  1. Il nome di Nicola

Il nome di Nicola

Da tre giorni la bora soffiava su Trieste a raffiche che facevano sbattere le persiane e piegavano in due chi camminava lungo le Rive. Le strade del centro erano lucide e vuote, spazzate come banchi di pescheria dopo la chiusura. L'ex sostituto procuratore Corrado Sereni aspettava sotto il portico del Palazzo di Giustizia, il cappotto troppo pesante per quel novembre ostinato. Settantun anni, una convocazione scritta a mano: sgombero deposito, materiale non digitalizzato, casi ante 2010. «Roba sua, dottore» disse l'archivista spingendo un carrello cigolante. «Scatola 212/C. Ancona.» Il nome gli tornò in bocca con un sapore di ferro vecchio. Aprì la scatola lì, in piedi, sotto il portico, con le dita intirizzite. Dentro c'era l'odore di un ufficio chiuso per anni: carta umida, inchiostro sbiadito, polvere. Verbali spillati, foto in bianco e nero, un sacchetto di plastica con una chiav

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