Capitolo 1
Zia Rosa
Coroglio (NA), qualche tempo fa.
Erano le otto di sera e per strada non si vedeva anima viva. Il vento pungente del nord, che veniva da oltre i monti lontani, invogliava la gente del posto a starsene in casa davanti ai bracieri zeppi di tizzoni ardenti e alla televisione. Di tanto in tanto, un cane randagio spuntava dall’ombra e ringhiava contro la nera luna per rabbia o forse per gioco, o perché aveva fame.
Antonio Masillo raggiunse di corsa l’androne del vecchio palazzo, ansimante e infreddolito. Mani in tasca e bavero alzato. Era giovedì sera. A casa di zia Rosa avrebbe tentato di nuovo la fortuna per mettersi in gareggiata. Antonio non stava bene. Aveva brividi di freddo lungo la schiena e dolori alle ossa; gli occhi scuri e intensi apparivano ancora più lucenti per i decimi di febbre. Una bronchite l’aveva tenuto a letto per una settimana. Si era curato da solo con vino caldo, aspirine e qualche sniffata. La tosse era andata via, ma non i dolori. Non ci voleva un luminare per valutare che doveva restare a letto ancora per qualche giorno, ma era giovedì e non poteva mancare alla partita.
Il giovane entrò. Aveva il fiatone. Un’occhiata veloce e andò a sedersi su una sedia impagliata che era in un angolo del vestibolo. Al centro del locale vi era una cardarella di ferro dove scoppiettavano tronchetti di legno marcio e umido. In quella nicchia, al riparo dal vento freddo che entrava dal portone vetusto e al tepore della labile fiamma, che lottava arditamente per non spegnersi, il giovane diede una veloce ripassata alla sua vita.
-Questa è la serata buona. Lo sento! Devo soldi a troppe persone e se non pago non mi lasceranno in pace. Devo vincere. Accidenti! Ci mancava pure l’influenza. È proprio vero che o cane mozzica sempre o’ stracciato. Potrei fuggire, andare lontano da Coroglio e ricominciare da capo. Andare dove? Ricominciare che cosa? Non so fare niente. Non ho arte, né parte. Tiro avanti con il contrabbando di sigarette e con le carte. La verità è che sono un miserabile. No! Devo prima onorare i debiti, poi si vedrà. Così si doleva Antonio Masillo avviluppato nel lungo cappotto di lana di pecora che gli copriva anche una parte del viso grazioso.
Zia Rosa uscì dalla stanza e si avvicinò lentamente alle sue spalle silenziosa come un gatto, nonostante fosse grossa e pesante. Il giovane si accorse della sua presenza soltanto quando avvertì il lezzo, che la donna si portava dietro.
-Se hai freddo, puoi entrare da me? Disse zia Rosa sorridendo con malizia e i denti d’oro ai lati della bocca limacciosa emanarono una strana luce.
-In casa ho una stufa a carbone. Ti preparo un caffè e se ne hai voglia anche qualcosa di caldo da mettere nello stomaco, perché mi sembri proprio conciato male. Sei uno straccio, ma anche così non sei niente male. Un bocconcino saporito saporito per la vecchia zia Rosa, che è di bocca buona.
-Non voglio niente da te, rispose stizzito il giovane. Lasciami perdere, perché non è serata. Ho già troppi cazzi che mi ballano nella testa. Per favore! Non metterti anche tu.
-Lo so! Lo so, Antonio bello. Zia Rosa sa tutto di tutti. Hai debiti di gioco con gente cattiva che mal sopporta i ritardi. Ma zia Rosa ti vuole bene e ti può dare una mano, se soltanto ti dimostri un pochino gentile. E sorrise di nuovo.
-Facciamo così, continuò incurante dell’astio del giovane: io faccio fronte ai tuoi debiti e tu, di tanto in tanto, mi vieni a tenere compagnia. Le notti sono lunghe e da sola nel letto non passano mai. Io do qualcosa a te e tu dai…
-Va bene, tagliò corto il giovane, un caffè caldo e zuccherato lo prendo volentieri, non può che farmi bene, ma non farti venire strane idee in testa. Te l’ho detto: non voglio litigare. Devo restare calmo e concentrato. Soltanto un buon caffè e se ci metti dento una goccia di rum… Ti ringrazio assai.
A Coroglio, un piccolo quartiere del litorale flegreo, zia Rosa era zia Rosa e basta. Trasandata e lutulenta aveva un’età indecifrabile, che nemmeno lei ricordava bene. Dava denaro a strozzo e comprava con i piedi oro e argento dai disgraziati che per un motivo o per un altro erano costretti a vendere anche la fede nuziale.
Rosa Mannella, così si chiamava, un tempo era stata una bella figliuola. Alta nella misura giusta, bruna e armoniosa nelle movenze, quando andava con la camicetta stretta stretta per i vicoli stretti stretti dei Quartieri Spagnoli, dove allora abitava, non mancava mai un giovanotto impertinente che le facesse un complimento.
-Bella bella, il pittore che ti ha dipinto teneva proprio un pennello fatato, perché ha fatto un quadro di valore.
Rosa gli mandava un sorriso malizioso e tirava avanti. Rosa Mannella era bella, ma era povera e come tante altre signorine non baciate dalla buona sorte, dovette arrangiarsi. Al mestiere sul marciapiede preferì l’arte della concubina. A sedici anni lasciò casa e scuola e si mise con un ricco e attempato commerciante di nome Arcangelo, che da due anni era rimasto vedovo. Per i genitori della giovane fu una bocca in meno da sfamare. Una benedizione e per la grazia ricevuta, accesero un cero alla Madonna del Carmine.
Il commerciante aveva tre figli e la figlia più grande aveva l’età di Rosa.
Rosa Mannella fu fedele ad Arcangelo che la trattò con riguardo e quando l’uomo si ammalò di un brutto male, ella gli restò vicino e si prese cura di lui. Dopo tre anni di terapie e sofferenze, il ricco signore si acquietò nelle braccia della giovane amante, che fino all’ultimo lo aveva gratificato. Rosa gli era rimasto accanto per scrupolo non certamente per amore, perché per lei l’amore era una cosuccia sconveniente. Il brav’uomo si ricordò di lei nel testamento ed ella si ritrovò con un cospicuo conto in banca e con una cattiva reputazione. Aveva diciannove anni.
Poi fu ruffiana e amante di uomini potenti, puttana in casa e persino sciantosa al Salone Margherita, dove per due anni si esibì nella compagnia del grande Nino Taranto. Cantava e ballava al ritmo del cancan. Rosa teneva portamento e una bella voce e gli spettatori ne erano incantati. Per vent’anni si fece apprezzare in pubblico e in privato. Quando constatò con mestizia che l’esperienza non bastava a contrastare la freschezza delle ragazzine dell’Est, si ritirò dalla scena. Rosa Mannella dei Quartieri Spagnoli si trasferì a Coroglio, dove comprò una palazzina diroccata per una mangiata di fave e divenne zia Rosa.
Il manufatto lo comprò da un suo cliente habitué che doveva squagliarsela al più presto da Napoli. Il galantuomo, che di nome faceva Filippone, aveva messo nei guai una signorinella della zona. Il padre e i fratelli di lei, che erano persone molto suscettibili, lo cercavano per mare e per terra per fargli una bella mazziata e costringerlo ad un matrimonio riparatore.
Filippone, appena concluso la vendita del fabbricato se la svignò lesto lesto in Spagna. Dopo anni di eccessi, una notte ebbe una visione mistica. Vide la sua anima che bruciava nelle fiamme dell’inferno e l’Arcangelo Michele che gli puntava contro la spada santa e gli diceva: pentiti, pentiti depravato, finché sei in tempo, altrimenti dopo saranno cavoli tuoi. Atterrito dalla visione celestiale, Filippone lasciò perdere gli stravizi e si ritirò in un convento di frati benedettini. Aveva sessantasette anni. Questo è quanto sappiamo di lui.
Il fabbricato era composto da un piano terra e un primo piano. Al piano terra viveva zia Rosa. Il piano alzato era composto da due piccoli appartamenti. Un appartamento zia Rosa lo affittava di tanto in tanto a studenti o extracomunitari di passaggio, mentre l’altro che era più grande ed aveva anche la vasca da bagno era a disposizione dei giocatori. Le partite si tenevano il giovedì sera e andavano avanti tra incazzature e bestemmie fino all’alba.
…
Gli altri tre giocatori arrivarono dopo una decina di minuti. Zia Rosa li fece accomodare nel salotto ed offrì anche a loro il caffè che aveva preparato per Antonio e dolci secchi di pasta di mandorle. Gli uomini accettarono volentieri il caffè che era ancora caldo, ma lasciarono perdere i dolci che non avevano un bell’aspetto.
I tre giocatori erano cugini da parte di padre e si chiamavano Aldo, Mario e Sergio Cesarano. Aldo e Mario erano grossi e panciuti, mentre Sergio, che era il più giovane, era magro come la quaresima.
-È da molto che sei qui? Chiese Aldo al giovane.
-No! Giusto il tempo di prendere il caffè.
-Giovanotto, spero per te che sai quello che fai. La lista dei debiti è lunga e bisogna darle una sforbiciata. Da queste parti i debiti di gioco si onorano con la borsa o con la vita.
-Questa sera stravinco, rispose secco Antonio, e pago i debiti. Ad ogni modo non ho nessun passivo con voi, perciò non vi preoccupate.
Zia Rosa era rimasta in disparte, pensierosa. Aspettò che i Cesarano finissero il caffè, poi consegnò loro la chiave dell’appartamento e li seguì zoppicante al piano di sopra.
-Il rum è nella credenza. È quello buono. Per qualsiasi cosa sono a vostra disposizione, disse con voce incolore. Vado giù a riposarmi. Questo freddo mal si concilia con la mia artrosi. Mi sembra di avere le gambe ingessate. Buona fortuna a tutti quanti. E si allontanò a passo lento e cadenzato.
I giocatori non erano sempre gli stessi. Quel giovedì di metà febbraio, il tavolo da gioco era composto da Antonio e da tre lestofanti patentati. I Cesarano erano nel giro della droga e del Lotto clandestino. Brutta gente!
Antonio si era ripreso. Non aveva più brividi di freddo. Il caffè caldo gli aveva fatto bene. La partita ebbe inizio e Antonio cominciò a vincere.
-Lo sentivo che era la mia serata fortunata. Mi tolgo i debiti e me ne vado lontano, al Nord. Con il portafoglio gonfio qualcosa da fare mi verrà in mente. Un negozio di articoli sportivi… perché no! Una bionda procace dietro la cassa, un’altra sculettante a servire i clienti ed io a controllare, perché un minimo di controllo ci deve stare. È l’occhio del padrone che ingrassa il cavallo, ma senza affaticarmi più di tanto. Poi si ricordò della bronchite e dei dolori al petto che ultimamente lo affliggevano e realizzò che era meglio una città del Sud con tanto sole. Così rimuginava il giovane ed era sereno. Antonio Masillo vinceva a mani basse.
Aveva preso le carte in mano a dodici anni e non le aveva più lasciate. Dopo la morte della madre per sifilide e dopo che il padre era sparito dalla circolazione per correre dietro ad una portoricana che ballava il tango con il casquè, il ragazzo era stato cresciuto dalla nonna materna con mazza e panelle. Mazza e panelle fanno i figli belli, recita un vecchio detto napoletano e per Antonio Masillo fu proprio così. Alto lo era e pure moro e riccioluto. Aveva occhi malandrini e una faccia che ispirava al gentil sesso dolci fantasie. Il bell’Antonio faceva girare la testa a tutte le giovincelle del quartiere, ma anche alle signore mature che si sentivano trascurate dai mariti. Un vecchio adagio vuole che ogni lasciata è persa, Antonio che poteva scegliere si lasciava dietro soltanto le grinzose. Non di rado accettava dalle amanti regali consistenti, perché è scortese rifiutare un dono, ma non aveva mai chiesto o accettato soldi. Era un donnaiolo impenitente, ma non un mantenuto. Tirava avanti con il contrabbando delle sigarette e con le carte. E tanto gli bastava. Il suo lavoro era quello di trasportare le bionde dallo scarico, che avveniva sulla spiaggia di Coroglio, ai magazzini di Portici e di San Giovanni a Teduccio.
Vinceva, ma cominciava ad essere stanco. L’effetto corroborante del caffè si era esaurito ed era tornata la febbre. Tossiva e ad ogni colpo di tosse avvertiva una leggera fitta al petto. Gocce di sudore gli bagnavano la fronte e scendevano sul viso gentile. No! Non era nelle condizioni di continuare.
-Signori! Esclamò con un fil di voce, credo proprio di non stare bene. Mi è salita la febbre, non posso continuare in queste condizioni. Vi chiedo il permesso di lasciare il tavolo. Rinuncio all’ultima vincita.
-Quando si vince, lo riprese Aldo, non si può lasciare. Sono regole precise. Mi fa meraviglia che tu, giocatore di professione, non le conosci.
-Qui decidiamo noi quando la partita è chiusa, aggiunse Mario con tono minaccioso. Quindi si continua.
Antonio si fece forza; un respiro profondo e riprese a giocare. Ma non era in grado di tenere testa agli avversari che erano in combutta. Nemmeno in condizioni normali poteva riuscirci, figuriamoci in quello stato. Antonio, che non era uno sprovveduto, l’aveva capito e dentro di sé ruminava: mi hanno messo in mezzo. Sì! È così. Ma nemmeno li conosco! Che vogliono da me, questi figli di puttana.
E la tensione accresceva il suo malessere.
Debilitato e confuso cominciò a perdere. Dopo due ore aveva perso tutto e fu una liberazione. Poteva finalmente fare ritorno a casa e mettersi a letto.
-Ho perso tutto, disse strascicando le parole. Io lascio. Con voi non ho debiti in sospeso,
-No, esclamò borioso Aldo. I debiti ce li hai e li devi onorare. Ci siamo accollati i tuoi passivi e questa sera devi saldare il conto.
-Come faccio a pagarvi se non ho più una lira. Datemi tre giorni di tempo e vi restituisco tutto con gli interessi che volete. Solo tre giorni. Dopodomani arriva un carico di sigarette dalla Tunisia che devo trasportare agli amici di Portici e…
-E, se non paghi adesso, lo interruppe Sergio, che fino ad allora non aveva aperto bocca, mettiamo la questione nelle mani dell’Esattore e lo sai bene come andrà a finire. L’Esattore è una bestia feroce.
-Perché non mi volete ascoltare, implorò Antonio. Non ho una lira. Come faccio a pagarvi?
-Puoi farci un favore e niente più debiti.
Il giovane andò alla credenza, prese la bottiglia di rum e un bicchiere e ritornò al tavolo. Tracannò il liquore tutto d’un fiato, poi ne riempì un altro e un altro ancora.
-Un favore! Che tipo di favore, farfugliò.
-Prima dobbiamo sapere se accetti, continuò Sergio. Ma smettila di bere; non è questo il momento per ubriacarsi. Devi essere lucido.
-Sono lucido, sono lucido e accetto tutto. Tutto quello che volete basta che la finiamo qui. Accidenti! Ho lo stomaco in gola. Scusate, devo vomitare. E scappò in bagno.
Quando Antonio tornò nella stanza i tre uomini stavano fumando e avevano un’aria compiaciuta.
-Stai bene? Chiese Mario.
-Va meglio! Che favore volete da me? Facciamo presto, perché non mi reggo in piedi. È stata una serata di merda. Mannaccia ‘o cazzo! Dovevo restare a letto.
-Il favore che ti chiediamo non è una cosa complicata da fare. Ci vuole soltanto un po’ di coraggio.
-Allora vi state rivolgendo alla persona sbagliata. Io sono un cacasotto.
-Se accetti, non hai più debiti e te ne torni tranquillo a casa. In caso contrario ci rivolgiamo all’Esattore. Scegli tu! E niente domande. Meno ne sai e meglio è. Credimi!
Era Sergio che aveva preso la discussione in mano. Era il più giovane dei tre e sebbene fosse piccolo e scheletrico mostrava di essere lui il capo branco.
-Accetto! Che devo fare?
-Questa sera devi uccidere zia Rosa.
Antonio non fece in tempo a ritornare nel bagno e vomitò all’istante.
-Che cazzo fai! Imprecò Mario, per poco non mi vomitavi addosso. Fà attenzione!
-Io non sono buono nemmeno ad accoppare un pollo, balbettò il giovane, figuriamoci se posso uccidere una persona. Figuriamoci, zia Rosa!
-Uccidere non è difficile. Lo possono fare anche i ragazzini, con l’arma giusta. Lo farai con questa. Così dicendo, Sergio tirò fuori una piccola pistola a tamburo che teneva nascosto sotto il pastrano. È leggera ed è semplice da usare, devi solo premere il grilletto. Proprio ieri leggevo sul Roma che in America un ragazzino di dodici anni ha ucciso i genitori, l’amante della madre, il compagno del padre e la sorellina di sei anni ed ha sparato anche al cane, ma non l’ha colpito. Cazzo! Se un ragazzino di dodici anni è stato capace di fare tanto sconquasso, perché tu non dovresti riuscire a fare fuori una vecchia traballante.
-Perché non siamo in America, perché io sono un codardo e perché zia Rosa è zia Rosa. Ma perché io? Perché non lo fate voi. Andate giù, la sparate e pace all’anima sua.
-Te l’ho detto e te lo ripeto per l’ultima volta: niente domande. Dopo avere sparato lascia cadere la pistola a terra e vattene. A tutto il resto, ci penseremo noi. Forza! Prendi la pistola e fa quello che devi fare. Se ti può essere di conforto sappi che non devi uccidere una santa, ma una strega che ha messo più di un’anima nelle mani del diavolo. Ora la facciamo venire su con una scusa. Appena si presenta, spara.
-No, disse risoluto il giovane che ormai non aveva più niente da perdere. Mi dovete dire perché non lo fate voi, che sembrate così esperti, altrimenti me ne vado e… al diavolo anche l’Esattore. Più nera della mezzanotte non può venire.
-Perché abbiamo una famiglia e perché siamo superstiziosi. Ora basta domande. Tieni!
Antonio prese la pistola con mano tremante; sudava copiosamente. Gli occhi febbricitanti e bagnati dal sudore gli impedivano di vedere bene. Gli pareva di vivere un incubo. Con una mano cercò di asciugare il sudore che gli colava lungo il viso, mentre nell’altra impugnava la pistola che Sergio gli aveva dato e che non riusciva a tenere ferma. Poi di colpo la porta si apri e silenziosa come un’ombra apparve zia Rosa. Teneva una tanica in una mano e una grossa accetta nell’altra. Si avvicinò al giovane, posò la tanica a terra e gli ordinò: dammi la pistola. Sbrigati!
Antonio gli porse l’arma senza fiatare. Zia Rosa puntò la pistola e sparò con maestria. Tre colpi precisi in mezzo agli occhi dei tre giocatori che non ebbero il tempo nemmeno di proferire una maledizione. Tutto questo si svolse in una manciata di secondi.
-Ora viene la parte più gravosa, disse zia Rosa con voce affaticata. Li devo fare a pezzi e scioglierli nell’acido. Non preoccuparti, non ti chiedo di aiutarmi. Non sei pratico di queste cose e nelle condizioni in cui ti trovi mi saresti soltanto di impiccio. Aspettami di sotto. Cercherò di fare presto. Questi tre pezzi di merda volevano fottere zia Rosa. Disgraziati! Zia Rosa ha il diavolo dalla sua parte. Nessuno può fottere zia Rosa.
Antonio si era appisolato. La stufa a carbone riscaldava la stanza e illuminava in parte l’ambiente. La fiamma si spostava a casaccio ora di qua, ora di là, portando alla luce ora questo, ora quell’oggetto o un particolare di qualcosa.
Il giovane aprì gli occhi e vide il sorriso luccicante di zia Rosa.
-Non ti ho voluto svegliare, disse la donna con voce amorevole, dormivi della grossa e parlavi nel sonno. Povero caro! Hai passato proprio una brutta serata, ma non puoi restare raggomitolato su questa poltrona. È disagevole e la notte è ancora lunga. Vieni tesoro mio, appoggiati a me, di là ho preparato il letto. Ho messo le lenzuola di lino pulite e sopra una manta di lana vergine. Vieni, amore mio! D’ora in poi a te ci penserò io e non ci lasceremo mai.
-E non ci lasceremo mai, abbiamo troppe cose insieme …Zia Rosa cantava giuliva, abbracciata al suo bell’Antonio. Aveva una voce calda e appassionata, del resto in gioventù era stata una sciantosa e aveva cantata nientepopodimeno che al Salone Margherita.
Antonio Masillo divenne il mantenuto di zia Rosa fino a quando la donna non ne ebbe abbastanza delle sue strafottenze. Antonio sniffava con continuità, beveva, giocava a carte e non faceva un cazzo. Quasi sempre al gioco perdeva, per cui zia Rosa ogni volta doveva mettere mano al borsello, perché i debiti di gioco vanno onorati. Antonio era sempre bello, ma aveva troppi vizi. Era diventato triviale e la cocaina lo aveva afflosciato. Antonio Masillo era bello, ma non ballava più. Era diventato un giocattolo rotto e costoso, un intralcio per zia Rosa, che era una donna pratica. Esacerbata dai comportamenti irriguardosi del giovane, una sera d’inverno lo uccise con il veleno dei topi. Prima che crepasse gli prese l’anima e la racchiuse in una scatola di latta per biscotti, poi fece a pezzi il corpo e i brandelli sanguinanti racchiuse in tre sacchi di tela. A notte fonda trasportò a spalla i sacchi sulla spiaggia e li scaraventò nel suo gozzo a remi, che sapeva governare con maestria e con qualsiasi tempo. Era una notte nera come il peccato. Si allontanò dalla riva e gettò in mare i tre sacchi appesantiti da grossi sassi. Indi si accese una sigaretta e chiamò il diavolo. Il diavolo venne e le chiese: mi hai chiamato. Cosa hai per me?
-Ho un biscotto saporito. E gli consegnò la scatola di latta.
In seguito raccontò nel quartiere che il compagno si era recato a Milano per lavoro. Nessuno andò in fondo alla faccenda, perché Antonio Masillo non interessava proprio a nessuno.
Zia Rosa vive ancora a Coroglio, al numero 7 del vicolo Scassacocchia. Ha cent’anni o forse più. Chi lo può dire! Continua a uccidere, perché questo è il patto che ha stipulato con il diavolo per avere in cambio una buona vita.
Al viandante, che per zelo o per imperizia a camminare si troverà da quelle parti, consiglio di avanzare il passo e di non fermarsi davanti al civico 7, per nessuna ragione al mondo.
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