L'affitto
L’agente immobiliare si presenta con dieci minuti di ritardo al nostro appuntamento delle 18.30, davanti al civico 12. Io invece sono arrivato un po’ in anticipo con l’intenzione di esplorare il quartiere, ma la stitica pioviggine milanese di fine gennaio mi ha inchiodato sotto il portone.
“Francesco?” esordisco, indicandolo con il dito.
“Meh, che tempaccio!” esclama lui, e con un balzo mi salta accanto.
“Un tempo da Aristogatti” scherzo io.
Mi guarda, forse non ha colto la citazione.
“Alessandro?”
“Sono io.”
“Anche io sono io. Piacere!”
Ci stringiamo la mano. La sua è fredda e bagnata.
“Alessandro, conosci già la zona?”
“In realtà no. Volevo fare un giro del quartiere ma non ho l’ombrello…”
“Meh, ma che tempaccio!” ripete ancora, stavolta scuotendo le mani giunte.
“Tempo milanese…”
“Tempo milanese, hai detto bene! Tu pensa che dalle mie parti è quasi primavera!”
“Sei pugliese?”
“Di Manfredonia” risponde saltando alcune vocali.
“Mai stato. Però sono andato spesso in Salento.”
“Eh, quella è un’altra regione. La Puglia sta più sopra.”
Faccio un sorriso di cortesia, mentre davanti a noi passa un rider in bicicletta.
“Dicevamo della zona,” riprendo io “come è?”
“Eh come è… c’è tutto qua” fa lui inarcando la schiena, poi inizia a indicare una serie di punti nella via. “Là c’è il tabacchi che è ancora aperto, là c’è un ristorante cinese che è ancora chiuso, quella è una lavanderia, in fondo c’è un bar, queste saracinesche chiuse non lo so, quelle altre neanche, quelle dopo invece sono di un gommista.”
“Insomma, c’è tutto.”
“C’è tutto” conclude soddisfatto.
“Bene. Saliamo a vedere casa?”
“Ah, la casa è proprio bella, vedrai. Sei solo?”
“Sì.”
“Allora è perfetta. Quarto piano, cinquanta metri quadrati, salone con un bel divano, cucinotto separato, camera da letto con affaccio interno e bagno finestrato.”
“Sembra bella.”
“E pure luminosa.”
“Esposizione?”
“Prego?”
“Mi chiedevo se l’esposizione fosse verso est o ovest… il punto cardinale insomma.”
“Aah!” sgrana gli occhi buttando indietro la testa “Non lo so, però si vede tutto il cielo.”
“Peccato che ora sia buio.”
“Non c’è problema. Ho portato la torcia” e tira fuori dalla tasca un torcione a pile giallo limone, con i bordi neri.
Lo guardo con aria interrogativa, così aggiunge: “Per fare luce in casa.”
“Ma perché, non c’è la luce in casa?”
“Hanno staccato le utenze.”
“Come hanno staccato le utenze?”
“Eh, quelle non ci vuole niente a riattaccarle. Dai cinque ai sette giorni lavorativi.”
“Ma io non posso scegliere casa al buio…”
“Alessandro, ma ti ho detto che ho la torcia! Guarda qua che luce!” e inizia a lampeggiare sul muro del palazzo di fronte. Un altro rider che ci passa davanti è costretto a coprirsi gli occhi dal bagliore, per poco non sbanda.
“Guarda che luce!” ripete lui “sembra il sole di Manfredonia, meh!”
“Eh sì… saliamo?”
“Appena arriva la signora.”
“Quale signora?”
“La signora Anna. La proprietaria.”
“Credevo che fossimo solo noi.”
“La signora Anna ci tiene a essere presente a ogni visita. Vuole conoscere di persona i candidati affittuari.”
“Candidati affittuari…” ripeto io a bassa voce, ironico.
“Beh, Alessandro, capirai che di questi tempi non c’è molto da fidarsi della gente. Tu pensa: l’inquilino precedente quando ha lasciato casa si è portato via le tazzine da caffè, il microonde e lo stendibiancheria con tutte le mollette. Vada per il microonde e lo stendibiancheria, ma le tazzine da caffè facevano parte del corredo di nozze della prozia della signora, erano un ricordo. Parliamo del valore affettivo non di quello economico, naturalmente, la signora coi soldi che ha potrebbe riempire di tazzine tutto il palazzo.”
“Quindi in casa manca il microonde?”
“E allora dopo questa brutta esperienza la signora Anna ha deciso di prendere delle precauzioni. Vuole conoscere tutti di persona” scandisce le sillabe battendo l’indice destro sul palmo opposto.
“Ma intanto possiamo entrare nel palazzo? Così non stiamo al freddo.”
“Non ho le chiavi. Ce le ha la signora Anna.”
“E tra quanto arriva?”
“Appena finisce la messa. Pochi minuti.”
La pioggia ha mantenuto per tutto il tempo la stessa bassa intensità. La osservo cadere sotto la luce dei lampioni. La temperatura invece è scesa: probabilmente in montagna stanotte nevicherà. Io e Francesco adesso siamo in piedi in silenzio, spalla a spalla, sotto il portone: sembra che stiamo aspettando il tram.
“Francesco! Francesco!” una voce femminile tremolante ci arriva dall’alto. Alzo la sguardo e vedo una testolina bianca sporgere dalla finestra dell’ultimo piano.
“Signora Anna! Siamo qua!” risponde lui.
“Lo vedo che siete là. Scendo.”
“Ma non era andata a messa?” chiedo a Francesco.
“Così mi aveva detto.”
Dopo un paio di minuti si apre il portone del palazzo, e ne esce la signora Anna in tutta la sua breve figura.
“Signora Anna, ma non doveva andare a messa?”
“Ci sono andata, in televisione. È come andare in chiesa, ma senza comunione. Tanto ormai io di peccati da perdonare a questa età non è che ne commetta molti. Una comunione a settimana mi basta, quella della domenica. Perché la domenica, cascasse il mondo, io in chiesa ci vado sempre!”
“Signora Anna, le presento Alessandro, il candidato affittuario per il bilocale del quarto piano.”
“Piacere, signora.”
“Salve.”
“Meh, andiamo a vedere la casetta?”
La vecchia rimane ferma sulla soglia, quasi a sbarrarci la strada, e mi fissa.
“Lei che mestiere fa?”
“Sono uno scrittore, signora.”
“E che scrive?”
“Romanzi.”
“E di che parlano questi romanzi?”
“Della vita delle persone.”
“Ah. E lei che vita fa?”
“Passo molto tempo in casa. A scrivere, appunto.”
“Non fa le feste?”
“No, signora. Al massimo qualche cena. Stia tranquilla.”
“E a messa ci va?”
Francesco da dietro mi fa cenno di annuire.
“La domenica non manco mai” mento col miglior sorriso, cercando di conquistare la simpatia della vecchia.
“Ma lo sa che lei ha veramente un bel sorriso?” mi dice, ricambiandolo.
“Anche lei, signora”.
Sorride anche Francesco, soddisfatto. Sorridiamo tutti e tre adesso, ognuno per un motivo diverso.
“Francesco, facciamo il contratto a questo bravo ragazzo.”
“Signora Anna, ma Alessandro non ha ancora visto casa.”
“Ah no? E che avete fatto fino ad ora?”
“Aspettavamo che arrivasse lei. Con le chiavi.”
“Ma le chiavi ce le ha mia figlia.”
“Sua figlia?”
“La figlia?” ripeto io.
“Mia figlia. Dovrebbe averla avvisata.”
“No, oddio, non mi pare…” poi tira fuori il telefono e col dito inizia a scorrere le notifiche “Meh, ecco qua, mi ha mandato un messaggio stamattina, ma non l’ho letto. Mannaggia.”
“Mia figlia è una persona precisa.”
“Francesco, e ora che si fa?”
“Signora Anna, ma sua figlia dove sta? Non può venire?”
“È partita per lavoro. Torna venerdì.”
“Francesco, quindi che facciamo?”
“Lei ha veramente un bel sorriso. Mi ricorda mio nipote.”
“Grazie, signora. Francesco, io però ho spostato degli impegni per venire a vedere questo appartamento.”
“E io ho pure speso i soldi per il torcione, meh.”
“Perché non tornate la settimana prossima? Magari di giorno, così c’è luce.”
“Mi sembra un’ottima idea, signora Anna. Alessandro, che dici?”
Annuisco sconsolato.
“Bene. Però dovete mettervi d’accordo con mia figlia, mi raccomando. Buonasera.”
Salutiamo la vecchia, che sparisce nella penombra dell’atrio accompagnata dallo schiocco secco della serratura del portone.
“Ale, le sei piaciuto un sacco!” esclama Francesco compiaciuto “Il grosso è fatto. Questa casa non te la leva nessuno. Sei contento?”
“Ma se neanche l’ho vista!”
“La vedrai quando torna la figlia. E poi hai le foto, no?”
“Sì, giusto le foto…”
Francesco butta un occhio all’orologio, sancendo la fine dell’incontro.
“Adesso torniamocene al calduccio, Ale, tanto qua il grosso è fatto. Ti chiamo domani.”
“A domani.”
Ci stringiamo la mano: la sua è ancora fredda, ma asciutta. Poi Francesco si volta, dà uno sguardo al cielo e si lancia sotto la pioggia stitica.
“Meh, ma che tempaccio!” lo sento esclamare, mentre si allontana rapido marciando raso al muro del palazzo.
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