Storia · capitolo 2

Prologo

Bloody Versailles: if you win you are the king di Hayley Bloom

LA GALLERIA DEGLI SPECCHI

Il marmo era freddo. Tagliente, spigoloso, che trasudava cera d'api e secoli d'ombra.
Quando aprirono gli occhi, non trovarono il soffitto delle loro camere ad accoglierli, ma un'armata di angeli e divinità dipinte che li fissavano da un cielo di stucco e pigmenti antichi. Le loro teste pulsavano come martelli battuti sull'incudine.
Poi arrivò l'abbaglio. Oro. Oro ovunque.
E specchi. Decine, centinaia di specchi che riflettevano e moltiplicavano il loro smarrimento. Quel posto non aveva nulla dell'architettura americana: trasudava Europa, storia e una grandiosità quasi soffocante.

«In piedi.»

La voce, grave e priva di inflessioni umane, rimbalzò contro le volte affrescate.
Nonostante gli arti pesanti come il marmo stesso, i primi corpi riacquistarono una parvenza di movimento. Dodici ragazzi si ritrovarono a guardarsi l'un l'altro con le pupille dilatedate dal terrore. Indossavano tutti la stessa uniforme bianca e minimale, un contrasto stridente con il rosso purpureo e l'oro della sala.
Le tasche erano vuote. Nessun telefono. Nessun ricordo di come fossero arrivati fin lì.
«Dove... dove cazzo siamo?» sussurrò una ragazza bionda con la voce incrinata, le palme premute sul pavimento come a cercare un appiglio su quella superficie troppo liscia.
«Non lo so. Ma dobbiamo muoverci,» tagliò corto un ragazzo alto, mascella scolpita e il portamento rigido da atleta. Chris. Fu il primo a rimettersi in piedi, serrando i pugni per scuotere via la debolezza. «Le porte. Controlliamo le uscite.»
Il gruppo si mosse compatto, spinto dall'istinto di sopravvivenza, verso le enormi porte ad arco in fondo alla galleria. Ma la speranza durò un istante: il legno finemente intagliato del Settecento era stato coperto e sigillato da imponenti lastre di acciaio scuro, imbullonate direttamente nella pietra. Una blindatura impenetrabile.
Qualcuno iniziò a colpire il metallo con la disperazione nei pugni, fino a quando un segnale acustico — un bip elettronico, nitido e spietato — non lacerò il silenzio del palazzo.
Tutti si voltarono di scatto. Al centro della Galleria, sopra lo specchio più maestoso, le modanature dorate sembrarono scostarsi per fare spazio a un display a LED rossi. I numeri si accesero all'improvviso, iniziando un conteggio alla rovescia:
06:00:00
In quel preciso momento, i pendoli degli orologi monumentali disposti lungo la sala cominciarono a girare al contrario, in una frenesia meccanica il cui ticchettio rimbombava come un battito cardiaco all'impazzata.
La voce metallica risuonò di nuovo, questa volta diffusa da altoparlanti nascosti dietro le cornici degli affreschi.
«Benvenuti a Versailles, concorrenti. Davanti a voi si snodano quattro atti. Quattro prove per quattro aree della Reggia. Gli orologi non mentono: avete tempo solo fino all'alba. Chi raggiungerà il traguardo sarà incoronato Re e otterrà la libertà. Chi fallirà... diventerà parte delle fondamenta di questo palazzo.»
Sul display, le cifre rosse continuarono a scalare inesorabili: 05:59:58.
«Il Royal Game ha inizio. Raggiungete il Salone del Trono. Ora.»
Con un rigido stridore meccanico, una sezione della parete specchiata sul lato opposto scivolò verso l'alto, spalancando un varco verso un corridoio cieco che sprofondava nel cuore oscuro della Reggia


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