E' stata dura per Cupido
Non sembravano una coppia, sembravano due persone che avevano cominciato a mancarsi prima ancora di salutarsi.
Si telefonavano per chiedersi una cosa e finivano a far l'amore per telefono, ma guai a dirlo a lei!
Francesco cercava la donna ideale, Nadia arrivò e gli rovinò magnificamente il progetto.
Questa è la storia di come ho teso l’arco per Francesco e Nadia. Non è stato un lavoro pulito. Ci sono stati un piccione con la prelazione, una pagnotta con le sue opinioni e uno specchio che si è rifiutato di collaborare.
Mi presento, se ancora non lo avete capito. Salve, sono Cupido.
Quando mi siedo sui cornicioni dei palazzi di ringhiera sono felice, perché sono i miei preferiti. Certo, lo so. Si sta scomodi e arrivan su certi odorini. Lo so. Ma qui la gente è verace. I ragazzi scimmiottano gli adulti e sono insicuri. E allora mi sento utile. Non hanno cugini con la spider che gli fan vedere come si fa. Non hanno personal trainer. Non hanno se non le ringhiere, le vetrine e la strada.
Quel pomeriggio il cielo aveva il colore incerto delle giornate che non sanno se piovere o limitarsi a minacciare. Sotto di me una radio gracchiava da una finestra aperta, una signora scuoteva una tovaglia a fiori e dal pianterreno saliva l'odore della cipolla sul fuoco a rosolare per un succulento fegato alla veneta. Le ringhiere erano fredde e chiazzate di ruggine. Io ci stavo con i piedi penzoloni, l'arco appoggiato al muro e il badge sul petto. Il badge si gira sempre dalla parte sbagliata. È il suo modo di ricordarmi chi comanda.
Qui l’intonaco si stacca come pelle secca e l’odore del caffè litiga col quello del bucato umido. La gente pensa che io sia un bambino capriccioso con le ali. In realtà sono un dipendente. Ho un badge, un capo che non ho mai visto e una quota di cuori da accoppiare, di cui non conosco mai il numero anche perché, voialtri, ci mettete del vostro con litigi non previsti, discussioni furibonde, rotture e potrei continuare oltre il consentito dal protocollo.
Fare l’osservatore invisibile ha i suoi vantaggi. Nessuno ti chiede nulla, puoi sederti sulle spalle della gente senza esibire il pass, e quando ti annoi basta una sbattuta d’ali. Lo svantaggio è che nessuno ti ringrazia. Quando una coppia si forma, ringraziano il caso, il destino, la serata, gli amici e la scelta del profumo giusto. Il profuno! Il profumo? Ma, dico io, vi rendete conto quanto siete… siete… siete… sciocchi?
Una volta ringraziarono un tonno in scatola. Capite bene che io resto sul cornicione col mio badge. Ma, veniamo a noi. Voglio raccontarvi di quell’imbranato di Francesco e di quella meravigliosa creatura che è Nadia, anche lei, per la verità, un pochino stordita.
Perché proprio loro? Perché mi hanno reso la vita davvero difficile, ma gli son rimasto affezionato perché insieme son proprio carini.
Francesco era la pratica 4312. Un ragazzo dai lineamenti spigolosi e lo sguardo di chi aspetta un treno già passato, e lo aspetta con una certa convinzione. Po’rello. Viveva in un bilocale consumato dalla polvere e pieno di libri comprati per fare bella figura con sé stesso. Nadia era la 4313, una forza della natura distratta. Alla voce “caratteristiche particolari” avevo scritto: inciampa.
Quel giorno Francesco portava un cappotto blu di qualche inverno prima, troppo leggero per la stagione e troppo onesto per fingere di essere elegante. Aveva una sciarpa arrotolata male e i capelli schiacciati da un berretto che teneva in tasca per non rovinarsi i capelli. Una strategia senza vincitori. Ditemi voi come si fa ad accomodare il cuore di un tipo di siffatto lignaggio. Le mani, lunghe e un po' nervose, cercavano continuamente qualcosa: una moneta, il telefono, una decisione. Il bilocale gli somigliava. Non era brutto, era rimasto in attesa di qualcuno che avesse voglia di avere la necessità di spolverarlo. Sul davanzale viveva un ficus inclinato verso la finestra, l'unico in casa ad avere un progetto preciso. Scappare.
Vidi passare Nadia per la via della vita, che poi è una strada con due buche e un tabaccaio. Camminava con fretta senza motivo, le Superga bianche ormai grigie, le stringhe sciolte che le frustavano le caviglie. Francesco era a pochi metri, fermo davanti alla vetrina di un panettiere.
Nadia indossava un impermeabile color sabbia, aperto nonostante l'aria fresca, e sotto si intravedeva un maglione rosso dalla trama grossa. Portava una borsa capiente, di quelle in cui finiscono documenti importanti e oggetti di cui si ignora l'origine e, dopo un po’, l’esistenza. I capelli castani, raccolti in fretta, avevano già deciso di liberarsi. Una ciocca le sfiorava la guancia; lei la scacciava senza rallentare, assorta in un pensiero che sembrava averle fatto un torto personale.
L’idea era quella di sistemarmi sul semaforo pedonale, da dove Nadia sarebbe passata. E, dato che è una tipa precisa, avrebbe aspettato il verde. Il semaforo era occupato da un piccione.
“Spostati” dissi.
“Ho la prelazione” disse il piccione. “Sono qui dal 2009.”
“Devo far innamorare due persone.”
“Anch’io. Una vedova del terzo piano e il suo canarino, che ha un problema col destino. Fai la fila.”
“Il mio è urgente.”
“Sono tutti urgenti. Il mio è anche fragile.”
Lasciai perdere e tesi l’arco. Il piano era semplice: lei inciampa, lui la sorregge, gli occhi si incrociano, tutti a casa per cena.
Nadia inciampò davvero. Ovviamente. Barcollò, imprecò sottovoce, e si rialzò prima che Francesco facesse in tempo a voltarsi. Lui sentì soltanto dei passi e continuò a fissare le pagnotte. Una pagnotta ricambiò il mio sguardo.
“Che vuoi?” mi chiese da dietro il vetro.
“Niente. Sto lavorando.”
“Lui ti sta più simpatico di lei?”
“Non è questione di simpatia, è la pratica 4312.”
“Brutto segno” disse la pagnotta. “Quando uno diventa un numero, l’amore è già a rischio.”
“Tu sei una pagnotta.”
“E tu un bambino con l’arco. Nessuno dei due ha scelto il proprio mestiere. E, se lo diciamo in giro che stiamo argomentando sugli umani, nessuno ci crede”.
Non fu così, no, che se ne innamorò.
Passarono le settimane. Riuscii a portarli nello stesso bar, alla stessa ora, con un lavoro di coordinamento che le Poste se lo sognano. Nadia si sedette davanti a un grande specchio decorato sulla parete di fondo e cominciò la sua guerra quotidiana con una ciocca ribelle. La infilava dietro l’orecchio, la bagnava con un dito, la minacciava senza convinzione. La ciocca tornava ogni volta a cadere sugli occhi, serena, come chi ha un contratto a tempo indeterminato.
Il bar occupava l'angolo tra una farmacia e un negozio di lampadari che esponeva sempre la stessa luce accesa. Dentro c'erano tavolini piccoli, sedie di legno consumate e un bancone di ottone che conservava le impronte di tutti. Il caffè arrivava col rumore secco dei piattini. Nadia aveva lasciato l'impermeabile sullo schienale. Portava una camicia chiara infilata in una gonna scura, semplice, e un paio di orecchini minuti che comparivano quando riusciva a domare i capelli. Francesco, al tavolo accanto, aveva una giacca di velluto marrone e l'aria di chi legge il giornale soltanto per poterci nascondere dietro la faccia.
“Collabora un pochino” chiesi allo specchio.
“Io rifletto” disse lo specchio. “Non sono responsabile di quello che rifletto.”
“Fallo vedere a lui, il riflesso. Metti in mostra la ciocca.”
“Ho una dignità. Solo oggi ho riflesso un matrimonio, due situazioni che diventeranno, sicuro, un divorzio e una separazione; senza contare la signora che si è baciata da sola per una scommessa.”
“E allora?”
“Chiedi al ventilatore.”
Lo specchio è l’unico oggetto che fa credere agli umani di conoscersi. Si guardano due minuti e dicono: ‘ecco chi sono’. Poi si stupiscono quando qualcuno li ama per cose che non si riconoscono, come il modo di tenere una tazza, di perdere le chiavi, di imprecare contro il mobile contro cui sbattono.
Francesco ogni tanto alzava gli occhi. La vide, vide la sua lotta con la forza di gravità e quel gesto di vanità così piccolo e così femminile, e sorrise tra sé. Era un sorriso di simpatia, di quelli che si riservano ai passanti buffi. Poi quel fesso ebbe l’iniziativa di sbirciare sotto il tavolino le gambe di Nadia.
“Ma ti pare?” dissi al ventilatore a soffitto.
“Io giro e vedo tutto” disse il ventilatore. “Ti dico solo che da quassù gli uomini sono molto meno interessanti di come si credono.”
“Tira un’aria!”
“È il mio mestiere.”
Alla terza volta che Francesco si piegò a cercare con gli occhi le gambe accavallate, Nadia se ne accorse. Pagò, si alzò stizzita e uscì lasciando dietro di sé una porta che oscillava. Fesso.
Devo confessare una cosa. Non è la prima volta che il lavoro mi sfugge di mano. Nel 1987, a Chioggia, sbagliai mira e colpii il gatto di un notaio. Il gatto si innamorò di un parchimetro. Per sei mesi lo vegliò ogni notte, e il notaio, che era un uomo di legge, fece causa al Comune per alienazione d’affetto. Vinse il parchimetro per mancanza di querela. Il gatto vive ancora in laguna. Da allora, prima di tirare, controllo sempre che il bersaglio non sia un felino lagunare.
Venne il momento del dolore necessario. Nadia non era sola. Aveva un ragazzo, uno di quelli con le spalle larghe e il profumo costoso. Il profumo entrava in piazza cinque secondi prima di lui, come un maggiordomo, diciamo. Francesco li vide sotto la pioggerellina di novembre. Lei lo baciava con gli occhi chiusi e il collo teso, tanto da far sparire le orecchie dentro le spalle, un abbandono totale che sembrava un addio o una supplica.
Francesco provò una fitta, sì. Ma era invidia per quella passione, non amore per lei. Sentì il freddo nelle ossa e si strinse nel cappotto.
La piazza luccicava sotto la pioggia fine. Le auto passavano lasciando un fruscio d'acqua lungo il marciapiede e le insegne si scioglievano nelle pozzanghere. Nadia portava un basco nero e un cappotto chiuso fino al collo. Sembrava più piccola del solito, raccolta dentro quell'abbraccio che Francesco osservava senza volerlo osservare. Profumo Costoso aveva scarpe lucidissime e la sicurezza irritante di chi non ha mai dovuto cercare una parola giusta.
“Fa male?” gli chiesi, atterrandogli sulla spalla.
Lui non rispose. Si grattò dove io avevo posato un piede.
“Ho freddo” disse a nessuno.
“Eh, no. È invidia. L’invidia ha odore di ferro e di pane andato a male.”
“Ho dimenticato di comprare il pane” disse lui.
Non fu così, no, che se ne innamorò.
L’amore, quello vero, quello che mi costringe a usare le frecce con la punta di diamante, non nasce quasi mai sotto i riflettori. Nasce nel vapore di una cucina.
Con Nadia e Francesco accadde mesi dopo. Erano diventati amici grazie a quelli che io chiamo “interventi tecnici”: per esempio la caldaia di Francesco, che avevo convinto con una lunga chiacchierata a morire un sabato sera. Nadia passò a prestargli un asciugacapelli e restò a fare da consulente per la caldaia. Così si ritrovarono nel bilocale, in un pomeriggio di domenica che sapeva di malinconia. Lui era stanco, con le occhiaie di una settimana intera e di una vita che sembrava pesargli sulle spalle.
Nel frattempo, avevano imparato a riconoscersi nelle giornate normali. Si telefonavano per chiedersi una cosa e finivano a parlare d'altro. Nadia conosceva il modo in cui Francesco abbassava la voce quando era preoccupato; lui aveva capito che lei, quando taceva all'improvviso, non desiderava domande che prevedevano risposte impegnative. Camminavano spesso lungo i viali dietro la stazione, tra biciclette legate ai pali e vetrine già spente. Non sembravano una coppia. Sembravano due persone che avevano cominciato a mancarsi prima ancora di salutarsi.
Nadia entrò con un sacchetto della spesa. Si tolse le Superga (finalmente allacciate) e andò ai fornelli.
Il bilocale era illuminato da una lampada col paralume color miele. Sul termosifone asciugava una camicia e dalla finestra si vedevano tetti scuri, antenne e una fila di comignoli che il vento costringeva a lavorare storti. Nadia posò il sacchetto sul tavolo e si guardò intorno. Non giudicava più il disordine di Francesco: ormai ne distingueva le epoche. C'era quello recente, fatto di posta e tazze; quello storico, che comprendeva cavi senza proprietario e un dizionario aperto alla lettera M. Si era messa una gonna blu appena sopra il ginocchio e un cardigan morbido.
“Dov’è lo scolapasta?”
“Nel posto dove metto le cose che non uso.”
“Cioè?”
“Il forno.”
“Hai lo scolapasta nel forno.”
“Ho anche un fornetto vinto alla pesca in parrocchia nella lavastoviglie.”
Nadia fece spallucce ma intanto faceva andare gli indici bislunghi sugli alluci nei fantasmini, era il modo che avevano i suoi piedi di partecipare allo stato emotivo di euforia quando stava bene e si sentiva a suo agio. E comunque, preciso, che mise la gonna prima di uscire. Appena sopra il ginocchio ma mise la gonna. E per mettersi la gonna volle fare la ceretta, lei direbbe ‘dovette’. Questo comportò un rallentamento sulla tabella di marcia, dovuto soprattutto al fatto che il fornelletto non si trovava e quando il gatto Peresempio lo trovò, lo stesso si rifiutava di funzionare. Insomma, per farla breve arrivò da Francesco alle cinque e mezza anziché alle quattro come si era prefissata. “E il sale?”, all’improvviso interrogò Francesco.
“Il sale è finito nel 2022.” Rispose il ragazzo.
“Ma siamo nel 2014!”
“E allora deve essere al suo posto. Sì, è lì.”
Nadia era frastornata dalla situazione surreale in cui si era cacciata. Frastornata e interessata. Quel ragazzo le piaceva. Andò un attimo in corto perché, come dicevo, era fidanzata. Ancora, non per molto. Vi confesso che Profumo Costoso a me non piaceva proprio per niente.
“Francesco, chi vive senza sale nel futuro?”
“Uno che non ha avuto una buona ragione per comprarlo nel passato.”
Lei lo guardò. Lui guardò il soffitto. Io, dal ficus accanto alla finestra, quasi caddi a terra. Mi tenni a stento. Ma decisi ciò che non dovrebbe essere fatto. Sì. Interpellai Leprecano, che mi doveva un favore. Gli chiesi di intervenire su Profumo Costoso. Non gli parve vero. Stava antipatico anche a lui. Sicché vi anticipo che da quel momento in poi ogni volta che dovevano vedersi Profumo Costoso e Nadia al povero ragazzo palestrato succedeva sempre qualcosa, qualcosa di compromettente. Una volta finì in diretta televisiva in un programma di verità pomeridiano in compagnia di una sua vecchia ex. Un’altra volta trovò la moto con le ruote sgonfie e non potè passare dalla palestra a prendere Nadia. La meravigliosa creatura aveva l’abitudine buona di farsi la doccia e la pessima consuetudine di non asciugarsi i cappelli. Così finì a letto una settimana intera. Un’altra volta ancora… e basta… insomma l’avete capita: gliene abbiamo sistemate così tante che alla fine Nadia lo ha lasciato.
Lo so, non si fa. Ma tanto Profumo Costoso si è già accasato, con certa Guendalina. Se vedete in giro una ragazza con delle estensioni ai capelli color licaone, ecco… È lei. Si sposeranno a breve ma ho lasciato la pratica alla commissione matrimoni strampalati dei Gremlin mediterranei.
“Quanto la cuoci?” chiese Francesco, per dire qualcosa, a Nadia mentre gettava la pasta. La ragazza si immerse nel dialogo surreale con divertita maestria: “Finché smette di fare resistenza.” “Si chiama al dente.” “Si chiama rispetto per l’avversario.” “Hai mai cucinato per qualcuno?” “Una volta per una pianta grassa.” “Prima o dopo che diventasse grassa?” “Durante. Ho reso possibile la transizione.”
L’amore cominciò a germogliare quando lei gli passò il sale. Un cucchiaio di legno passato di mano in mano. Francesco la guardò mentre lei, con una naturalezza che lo mise a disagio, cominciava a rimettere in ordine, insieme a lui, i cocci di una quotidianità trascurata.
“Zio” disse una vocina dal divano. La nipote di Francesco, rimasta lì per il weekend, aveva sei anni e una sfiducia totale nei confronti degli adulti; sfiducia giustificata da anni di parcheggio una volta dallo zio, una volta dai nonni e un’altra volta ancora da una vicina francese. “La signora ha detto che il tuo frigo ha un’anima.”
“Ho detto che ha un’eco” disse Nadia.
“Dentro c’è solo un limone.”
“Appunto. Gli fa compagnia.”
Ho una riflessione da mettere a verbale. Gli umani pensano che l’amore sia un’esplosione. Io, che lo faccio per mestiere, vi dico che è molto più spesso una faccenda domestica. Una volta, ad Amsterdam, feci innamorare due sconosciuti dentro un ascensore. Tirai bene, tirai due volte. Si guardarono, arrossirono, si presero la mano. Poi l’ascensore si bloccò, arrivò il tecnico, e si innamorarono del tecnico. Adesso vivono in tre a Rotterdam e dividono le bollette. Non dico che sia sbagliato. Dico che l’amore, quando c’è, preferisce le cose da riparare.
Nella sera che stava facendo capolino non ci furono violini. Anzi il silenzio complice di chi mette a letto una bambina rimboccandole le coperte con una sincronia perfetta. Sistemarono le lenzuola insieme, tirando i lembi dai lati opposti del letto, uniti da quel rettangolo di stoffa bianca come da una bandiera di pace. Davvero.
“Tira” disse lei.
“Sto tirando.”
“Tiri da una parte sola.”
“Quella è la mia parte.”
“Hai una parte?”
“Da stasera sì.”
E se ne innamorò. E si innamorò.
Vidi Francesco cambiare. La schiena gli si raddrizzò, il passo smise di essere incerto sulla direzione. Nadia gli si mise al fianco, non davanti per trascinarlo, né dietro per spingerlo. Semplicemente al fianco, che è il posto più difficile.
Lo aiutò a correre sempre più veloce verso i suoi sogni, quei progetti che aveva lasciato a impolverarsi sullo scaffale tra i libri non letti.
“Questo cos’è?” chiese lei, tirando fuori una cartellina. “Un progetto.” “È vuota.” “È un progetto pulito.” “È una cartellina.” “Una cartellina con delle ambizioni.” “Aprila.” “Se l’apro, lo devo fare.” “Esatto” disse Nadia. “È questa la fregatura.”
Alla fine di quel crescendo paradossale si baciarono. Sì, si baciarono. Fu lei a prenderlo per le spalle e attirarlo a sé. Lui chiuse gli occhi, calibrò male i movimenti e le diede una tempiata sul naso. Nadia rise. Non pianse, rise. Aveva le lacrime agli occhi sì ma per due motivi diversi. Primo: era felice. Secondo: quando riceveva un colpo sulla cartilagine del naso poi starnutiva. Ma lo starnuto arrivava lento. Molto lento tanto che sentiva tutto un formicolio dentro le narici e poi all’improvviso arrivava violento e, spesse volte, se non stava attenta sbatteva la capoccia ora qua ora là. Ma torniamo al bacio. Dopo essersi ricomposta, lo guardò, gli sorrise chiuse gli occhi e appoggiò le sue labbra su quelle belle e carnose di Francesco. Che dolci che furono. Sì, proprio mielosi.
Paradossalmente, lo aiutò anche a morire sempre più lentamente. Gli insegnò che il tempo non è un nemico da seminare, è uno spazio da abitare. Ogni sigaretta evitata, ogni risata condivisa era un secondo rubato alla Fine.
“Hai fumato?” “No.” “Hai l’odore di uno che ci ha pensato.” “Ci ho pensato col naso.” “Il naso risponde delle sue azioni.” “Il naso è un anarchico, Nadia. E tu dovresti saperlo bene”. Lei arrossì. Questa volta fu lui a prenderla e a tenerla stretta. La lasciò andare solo dopo aver fatto l’amore. Sì, fu così che fecero l’amore. E, contate male, lo fecero quattro volte di fila. Non me lo sarei mai aspettato dallo spilungone sgangherato. Alla facciaccia di Profumo Costoso.
Voi umani avete inventato gli orologi per sapere quanto manca all’inizio del film, a timbrare il cartellino, all’inizio della partita, a quando vanno via i cognati e vi siete dimenticati di chiedervi per cosa vale la pena buttare via l’orologio. Io, che sto da duemila anni sui cornicioni, vi dico che il tempo non finisce mai davvero. Si consuma nelle pause tra una frase e l’altra, e quasi tutti quelle pause le passate a guardare il telefono.
Francesco si innamorò perdutamente quando sentì l’alito caldo di lei sulle gote, mentre dormivano, un ritmo regolare che diceva “sono qui”. Si innamorò quando sentì la sua mano, a volte un po’ sudaticcia per l’emozione o per il caldo estivo, appoggiarsi tra le scapole, proprio lì dove io tengo le ali, nel punto esatto in cui un uomo si sente più vulnerabile.
“Ehi, quella è la mia zona” dissi, dal comodino.
“Sempre tu” disse il comodino. “Non ti stanchi di guardare?”
“È deontologia.”
“È curiosità col tesserino.”
Mi fermai sul davanzale della loro camera. Riposi l’arco nella custodia. Non serviva più. Mi squillò il badge.
“Pratica 4312?”
“Chiusa.”
“E la 4313?”
“È la stessa pratica.”
“Allora puoi volare a Rotterdam. L’ascensorista non vuole più fare il terzo incomodo e la ragazza della pasticceria proprio sotto casa si è appena accorta che lui esiste”
Francesco non si era innamorato della ragazza ideale riflessa nello specchio. Si era innamorato della donna che gli aveva sporcato le mani di farina e gli aveva scaldato la schiena nei momenti di paura. Questa è la differenza tra una freccia e un cucchiaio di legno. La freccia fa rumore. Il cucchiaio fa la minestra.
Chiusi la finestra e volai via. Il piccione era ancora sul semaforo.
“Finito?” chiese.
“Finito.”
“Io sto ancora aspettando la tortora.”
“Ti auguro di sistemare le cose, non puoi stare ancora qui. Dopo cinque anni devi lasciare lo spazio alla gente che lavora.”
“Che schifo” disse il piccione.
Il mio lavoro, con loro, era finito.
Sotto, il mondo continuava a inciampare nelle proprie stringhe.
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