La carrozzella
A soli dieci anni, mio padre, il suo gemello Giovanni e il fratello 13'enne Fulvio si alternavano tra il limitare del bosco e il focolare di casa. Sapevano che per sfamare la famiglia e tenere lontano il gelo, i ramoscelli secchi raccolti lungo il sentiero erano solo un’illusione di calore. Serviva la legna vera, quella pesante, quella che brucia piano e dà il tempo alla farina di farsi pane.
Un giorno, il babbo mise nelle loro mani una trivella. Non era un giocattolo, era un voto di fiducia. I tre fratelli, con la serietà che solo i bambini costretti a diventare troppo presto uomini conoscono, iniziarono a progettare la loro libertà dal peso. Scelsero rami robusti, scortecciati dal tempo e, con pazienza certosina forarono il legno, assemblando una carrozzella rudimentale. Le tre ruote, anch'esse scolpite nel legno, giravano con un lamento sordo, pronte a mordere il fango e le pietre.
L’autunno colorava le foglie, ma per loro significava solo che il tempo stringeva. Attaccavano una corda ruvida alla loro creazione e s’inoltravano tra gli alberi. Caricavano la carrozzella fino a farla scricchiolare, finché il legno non spariva sotto una montagna di ciocchi.
Il viaggio di ritorno era una danza di muscoli tesi e respiri affannati. Uno tirava, e gli altri due spingevano, i piedi piccoli cercavano stabilità sul terreno scosceso. Ripetevano quel tragitto due, tre, quattro volte al giorno, mentre la nebbia dell’inverno iniziava a calare o la primavera tardava a scaldare l'aria. Non c’erano lamentele, solo il ritmo alternato dei passi e il pensiero della meta.
Arrivare alla porta di casa significava consegnare il bottino alla mamma. Quella legna, conquistata col sudore, diventava improvvisamente magia: il caminetto si accendeva, trasformando la cucina nel cuore pulsante della casa.
Il forno prendeva vita, riempiendo l'aria del profumo acido del lievito e di quello dolce della pizza appena sfornata.
In quel calore, la durezza della giornata svaniva. Guardandosi intorno, tra gli altri fratelli e i genitori, i tre piccoli costruttori capivano che la loro fatica non era solo un carico di legna. Era amore. Era il rispetto per una famiglia che, pur non avendo nulla, possedeva tutto ciò che contava: il senso di appartenere l'uno all'altro.
A Rocchettine, nel 1954, la vita era dura, ma grazie a una carrozzella di legno e a tre cuori coraggiosi, nessuno restava mai al freddo.
Francesca Palmieri
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