E' un racconto
TU ed IO: la scoperta di un mondo tutto nostro.
Il pendolo di nonno Aldo batteva cinque rintocchi nella sala. Diego, come un automa, riconosciuto il segnale, portò il suo corpo davanti all’immenso quadro in cucina, ponendosi in visione e in attesa davanti all’ opera, pronunciando ripetutamente il “don “acustico che echeggiava nella stanza. Un paesaggio da Eden si mostrava davanti a lui in tutta la sua bellezza: un piccolo ruscello, prima di diventare laghetto, scorreva in modo vivace, con la sua acqua limpida e pura, in un bosco rado di alti larici e abeti, inoltrandosi con il suo letto morbido e sinuoso attraverso un prato colmo di tulipani che formavano macchie sparse di colore giallo e arancione. Il bambino tutti i giorni, a quell’ora, si posizionava davanti a quell’immenso puzzle che gli zii gli avevano donato per il suo quinto compleanno. Ma non riusciva a percepire la fresca bellezza che il dipinto trasmetteva, non sentiva crescere l’emozione dal petto nel vedere quello spettacolo, si limitava a fissare un mazzetto di tulipani gialli, tracciando con il dito, ripetutamente, un cerchio intorno ad essi, senza un motivo particolare, ma con insistenza continua. A quell’ora rientrava dal lavoro mamma Tea e, nel vedere il figlio sempre in quell’atteggiamento, le provocava una fitta al cuore, ricordandole l’autismo da cui era affetto il suo bambino. Non aveva mai accettato il suo disturbo, il mondo illusorio in cui si rifugiava, creando una muraglia con in cima “cocci aguzzi di bottiglia”. Diego non permetteva a nessuno di entrare in quel mondo tutto suo, raffigurato nel quadro, dove lui era intento a muoversi secondo strani e ripetuti automatismi, non si sa se percepiva il nitore che suscitava. Improvvisamente le tornò in mente il momento in cui fu fatta la diagnosi. Diego aveva tre anni. Alcuni comportamenti del bambino, come il ritardo verbale e la tendenza ad isolarsi, allarmarono Tea, lei che non si esprimeva su niente; contattò la sua dottoressa che le consigliò una visita specialistica con un neuropsichiatra. La diagnosi arrivò come un uragano: Autismo. Erano presenti tutti i caratteri peculiari: Deficit nella comunicazione e nell’interazione sociale, non riuscire ad entrare in contatto con gli altri, a sentirne i bisogni e gli stati d’animo; comportamenti ripetitivi, autolesionismo; più volte aveva trovato Diego a mordersi la mano compulsivamente. Il suo bambino era autistico. Questa frase, vissuta come una condanna, una sentenza irrevocabile, le stuprava letteralmente la mente. Non l’ammetteva, lei così “perfettina”, la sua vita vincente aveva avuto una battuta di arresto. Ma lei non voleva accettare questi segnali. Diego era un alieno rispetto al resto del mondo; l’esatto contrario di Tea , così immersa nelle sue certezze e valori materiali. Questa mancanza di intuizione, non solo per quanto riguarda il mondo sociale, ma anche per il succedersi degli eventi, faceva sì che diventasse difficile collaborare con lui e avere iniziativa nella vita di tutti i giorni, soprattutto sopportare i cambiamenti di routine e gli imprevisti. Era abituato a vedere il suo mondo, costituito da oggetti abituali, posizionati sempre allo stesso modo. Mamma Tea soffriva molto dell’autismo di Diego, le restava difficile entrare nel suo mondo, ma capiva che sarebbe stato l’unico modo per relazionarsi con lui. Non cedeva però a questa possibilità, perciò continuava a comportarsi come se il suo bambino non avesse nulla. Era inevitabile il confronto con le altre mamme e i loro figli sia a scuola o nel parco giochi. A forza aveva accettato l’insegnante di sostegno nella scuola dell’infanzia per “fargli imparare di più “, rispetto agli altri bambini, quasi una competizione ,anziché “facilitare l’apprendimento”: un tormento interiore la prendeva ogni volta che lo vedeva in mezzo agli altri coetanei, specie se erano i figli delle sue amiche che, nonostante non facessero pesare affatto a Tea questo grave problema, lei le sentiva “ nicchiare” “commentare : “ Povera Tea , che caso terribile le è capitato, proprio a lei che tiene all’apparenza, all’immagine ”. Una cattiveria inaudita, malelingue, queste erano le “sue amiche”. Tuttavia lei nascondeva il problema di Diego, mettendo in luce quella che era la sua competenza più elevata: la tecnologia; sapeva usare, già a soli quattro anni e mezzo, il computer molto bene, i giochi con la X Box o La Play Station 4.Per lei era un motivo di vanto nei confronti delle altre mamme, quindi si “faceva grande”, esaltando la bravura di suo figlio in questo settore. Perché proprio a lei era toccato un figlio così? Che domanda orribile, disumana, ma lei era tale, quella coltre di durezza che si era costruita per vivere in un mondo di apparenze ormai non le era facile toglierla, era la sua maschera “di scena”, non avrebbe mai fatto vedere la sua “nudità“ci stava bene dentro il meccanismo pirandelliano. Lei non voleva bambini, l’unione con il suo compagno era molto fragile, un legame tra amore e opportunismo reciproco, tanto che, dopo la diagnosi di autismo di Diego, Giuseppe prese una decisione irrevocabile. Quando rimase incinta, inaspettatamente, l’unica preoccupazione era di mantenere il posto di lavoro; Giuseppe invece era contento che un bambino circolasse tra le stanze della loro bellissima casa. Ma avere un figlio non vuol dire questo, era ben altro: era assumersi la responsabilità di diventare genitori e loro due, lei e Giuseppe, purtroppo non erano ancora pronti per questo ruolo che, invece, la maggior parte delle coppie non vede l’ora di ricoprire. Quant’ è strana l’inclinazione umana: ciò che sembra naturale diventa, a volte, di una pesantezza e difficoltà uniche. Tuttavia proseguì la gravidanza con tutte le incertezze, i dubbi, ma la creatura che stava crescendo dentro di sé la sentiva come estranea, non si creò quel legame intra uterino classico tra mamma e figlio, quella simbiosi speciale, ineffabile, forte che il feto sente già nella pancia da cui prende nutrimento e carezze. Il piccolo, ancora non nato, era abbandonato in quel ventre gonfio e cresciuto, in quella che, almeno temporaneamente doveva essere la sua casa. Arrivò il momento del parto, Giuseppe assistette Tea come se fosse un’azione dovuta e normale, una routine abituale, senza nemmeno capire che stavano per diventare genitori di un bel bambino di tre chili e cento che, di lì a poco, venne alla luce. Non fu né stupore, né meraviglia, ma solo la classica domanda “Sta bene ? “pronunciata da entrambi all’unisono e in modo neutro, senza sbavature sentimentali. Il pianto liberatorio testimoniava la certezza della buona salute fisica del loro bambino. Una breve degenza e ritornarono a casa; Giuseppe, pochi giorni dopo, se ne andò, con naturalezza, senza neanche ponderare la gravità della sua azione. Superficialità, fragilità, debolezza avevano contrassegnato il rapporto che sembrava apparentemente solido. Stava abbandonando la sua famiglia, la sua compagna con il bambino appena nato. Tea doveva crescere da sola il bambino, era affranta, tuttavia il senso morale che le avevano insegnato i suoi genitori era talmente forte e radicato che la faceva persistere. Vedeva quella situazione come un impedimento alla sua vita, alla sua realizzazione personale, quella corsa sfrenata ad una posizione manageriale dentro l’azienda presso la quale lavorava da dieci anni. Prospettive di lavorare all’estero, viaggiare si scontravano con il senso materno che sembrava proprio non avere. Per Tea furono anni duri, terribili, sola con un bambino piccolo da crescere, accudire, educare come fanno tutte le mamme perché è l’atto più naturale e gioioso del mondo. Continuava a lavorare, accettando l’abbandono del padre di Diego, di nuovo con quella calma apparente per non far trapelare nessuna emozione. Aveva capito che, non manifestando i propri stati d’animo, non si mettevano in luce le proprie debolezze, si rimane solidi come dei tetragoni: “avvegna ch'io mi senta / ben tetragono ai colpi di ventura “era il verso dantesco che le dava forza e coraggio. Alla fine aveva fortificato l’esistenza del suo bambino, creandogli un guscio di ovatta su cui si ammortizzavano già i primi problemi: ritardo verbale, gesti ripetuti, mancanza di socialità. La dura sentenza di quel professorone di Bologna: Autismo. Diego aveva allora tre anni: era un bambino problematico. La reazione di Tea fu spietata: negò la verità, continuando la sua vita in modo regolare, evitando il problema, quella malattia il cui nome le risuonava dentro l’anima come un’eco maligna. Così proseguirono la loro vita. Passarono due anni, Diego aveva compiuto cinque anni e frequentava l’ultimo anno della scuola dell’infanzia. Gli aveva organizzato anche una festa di compleanno con la speranza di vederlo interagire con i compagni. Niente. La sua capacità illusoria era davvero potente, ma era quella che, a volte, aveva dato un senso alla sua vita che sarebbe inevitabilmente crollata se non avesse avuto la speranza dissimulata come certezza. Mentre si toglieva le scarpe per mettersi in libertà, disse a voce alta proveniente dalla stanza da letto :“ Diego domani andiamo a Bologna , come facciamo di solito ogni mese “. Naturalmente non ebbe risposta, ma lei continuava a parlare ugualmente. Sapeva che il figlio avrebbe comunque recepito. Il mattino dopo, partirono verso le 7.00, a Diego piaceva molto viaggiare in macchina, si soffermava sul senso del movimento, vedere la realtà come “allungata” nelle forme verso un infinito prolungamento: gran parte del tempo lo trascorreva con il viso attaccato al vetro, imitando rumorosamente il suono del motore. Tea, davanti a quella scena anomala, sdrammatizzava, ma, ogni volta che i tratti tipici dell’autismo venivano espressi da Diego in modo del tutto naturale, per lei era un colpo al cuore, quel cuore che, ogni tanto, quando la morsa del contenimento cedeva, le ricordava di esserci. La visita fu breve, il prof. Montanari ormai conosceva bene Diego e confermò che l’andamento del disturbo era regolare. Usciti si trovarono in via Indipendenza e decisero di fare una passeggiata per le vie del centro. A Tea Bologna piaceva molto, perché aveva il fascino d ella città semplice di provincia . Soprattutto la parte della città universitaria che aveva frequentato venti anni prima, l’Alma Mater Studiorum, l’università tra le più antiche d’Europa, Bologna “la dotta “, la città che emanava sapere e conoscenza da lei tanto amati. Voleva ritornare in Via Zamboni n. 33 dove c’era la storica facoltà di lettere da lei frequentata. Si trovarono proprio lì, sull’atrio imponente e i ricordi felici le intenerirono il cuore indurito. Fluivano i momenti degli esami, quando dopo un bel trenta si usciva “toccando il cielo con un dito” e, con le amiche, si andava a festeggiare nel bar del centro dove si andava sempre dopo gli esami. Si attraversava la colorata e vivace Piazza Verdi, il cuore della cittadella universitaria, dove nascevano le idee tra il brulichio delle voci, si proseguiva per piazza Aldrovandi e si era in via San Vitale. In lontananza si intravedevano le vette della Garisenda e dell’Asinelli, le mitiche Due Torri che si ergevano nel cielo terso, vicino il ricco balcone di palazzo della Mercanzia, testimone della rumorosa vita medioevale tra fiere e traffico commerciale. Tea ricordò che, percorrendo via San Vitale, lei con le sue amiche trovarono un giorno un portone semi aperto: il gioco preferito era aprire quel portone e scoprire cosa ci fosse dentro. Spingendo piano ,sentendo un forte cigolio ,,nel cortile interno del palazzo nobiliare trovarono un albero di limoni, quel giallo dei limoni di Montale e furono attraversate da un tremore infinito. Quando un giorno da un malchiuso portone/tra gli alberi di una corte/ci si mostrano i gialli dei limoni;/e il gelo dei cuore si sfa,/e in petto ci scrosciano/le loro canzoni/le trombe d'oro della solarità. Tea rideva e piangeva dopo tanto tempo. Ad un certo punto vide Diego davanti a quello stesso portone della sua memoria e gli venne istintivo spingerlo, ma in modo meccanico, come faceva lui, senza il senso della curiosità. Tea si avvicinò rapita da quell’azione che la riportava a quel ricordo. Mentre spostavano insieme il grande battente di ferro, una visione di colori tra il giallo, verde arancione li travolse: un ruscello che si insinuava roboante tra la natura accarezzata dai rigogliosi e profumati tulipani. Diego con il dito andò a cerchiare il fiore giallo in basso a sinistra, stessa posizione…. Era il loro quadro, sì quello della cucina, quello che osservava alle cinque del pomeriggio con il tocco del pendolo che scandiva il tempo. Stupore e meraviglia calarono su di loro, incapaci di provare emozioni. Diego si voltò verso la madre e con la mano indicò il loro quadro, esisteva davvero, Come rapito dalla visione edonistica,quanto mai strana per lui, varcò l’ingresso e Tea lo segui incantata. Lui si voltò e lei gli sorrise, entrando dentro quel miracolo. Tea, in una folgorazione, in un attimo di purezza e dolcezza , riprovò quella felicità perduta. Prese la sua decisione e, guidata da un atto di amore profondo, entrò in quel mondo di bellezza innocente, misterioso, irreale, fatato : il mondo del suo bambino.
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