Storia · capitolo 1 · finale

Prendimi, Valerio

Il racconto di un bacio di Francesco Tavola

Luria e Valerio,

due tipi che han fatto male a trovarsi e peggio a cercarsi

 

La prese per la mano e la portò a far l’amore sugli scogli.

Lui voleva che lei dicesse: “Sì, lo voglio anche io; anche io ti voglio”.

Lei voleva poter dire che non fu una scelta, ma che fu lui e solo lui.

Vinse lei. Perché avvenga, vince sempre lei. Dalla Genesi, all’Iliade fino a quella sera a Camogli.

 

Il problema di Luria era una cervellotica e affinata, in anni di fiera e faticosa autonomia, sovrastruttura difensiva. Nella vita di tutti i giorni dirigeva persone, prendeva decisioni strategiche, firmava contratti e gestiva le proprie solitudini con apparente disinvolta mestizia.

Ma nell’intimità, proprio dove il controllo diventa una gabbia, Luria cercava disperatamente la deroga. Voleva un uomo che avesse la forza di sollevarla dal peso di dover essere la mente vigile che autorizza e pianifica. Sognava, anelava, desiderava, fantasticava l’incantesimo dell’inevitabile: poter dire, cioè, a sé stessa che non era stata una sua scelta, che era stata travolta da una forza della natura, e dunque restare incolpevole, leggera, al riparo da ogni giudizio.

Valerio, dal canto suo, soffriva del male opposto: un’ossessione paranoica, al limite della compulsione, per il consenso espresso che vedeva nella mancata volontà esplicita dell’altro una trappola morale. Per lui, muovere un passo senza che la donna, o, se preferite, Luria, avesse dichiarato a chiare lettere la propria intenzione non era galanteria o passione, ma un sopruso. Se Schopenhauer lo avesse visto, si sarebbe messo a piangere: in buona sostanza, la Volontà di Valerio pretendeva un modulo di liberatoria prima di manifestarsi.

 

Quella sera, a Camogli, il salmastro s’arrampicava sulle facciate alte delle case, strette l’una all’altra come per proteggersi dal mare. Camogli a ottobre ha questo di meraviglioso: spegne le voci dei turisti e lascia soltanto la pietra, la brezza e due nevrotici colti pronti a sbranarsi concettualmente.

Luria camminava a piedi scalzi sulla pietra fredda del molo, le scarpe con il tacco strette in mano con la cautela della donna borghese capitata per caso là dove non dovrebbe essere, ma che vuole con tutta sé stessa rimanerci.

“Valerio,” cominciò a stuzzicare lei, fermandosi a guardare l’acqua scura, “tu sei affetto da una forma terminale di democraticismo affettivo. Pretendi un referendum prima di ogni minimo contatto. Ma Kant e il suo principio di rispetto non c’entrano: qui c’è solo la tua paura di rischiare. La passione non è un’assemblea di condominio.”

Valerio si fermò sotto la luce calda di un lampione, aggiustandosi gli occhiali sul naso con quell’indice storto e ricurvo, che lei, segretamente, avrebbe voluto mordergli.

“Io non pretendo proprio un bel niente, Luria. Solo la corresponsabilità. L’archetipo della conquista bellica appartiene alle tragedie greche, e tu non sei Elena di Troia. Tra l’altro, Elena a Sparta ci stava benissimo prima che arrivasse quel vanesio di Paride. Ti ridurrei ad oggetto sessuale se ti ‘prendessi’ senza che tu me lo chiedessi o me lo accordassi quanto meno con un cazzo di sguardo di consenso. Io voglio che ci sia un patto tra noi, una decisione condivisa a carte scoperte. Io voglio che tu ci sia, capisci? Con tutta la tua volontà, non come una comparsa che si lascia trascinare dalle onde.”

“Io voglio… io voglio… io voglio… Guarda che sono io che voglio essere ridotta a oggetto!” esclamò lei a bassa voce, ma con un’intensità da teatro d’avanguardia. “O meglio… fammela dire meglio, che se c’è qualche femminista in giro comincia a menar il can per l’aia e io non voglio storie. Dicevamo… ah sì! Io… Voglio che tu ti assuma la responsabilità del gesto. Voglio l’eroe, Valerio! L’eroe non chiede nessuna autorizzazione alla ninfa. La prende. Poi, semmai, gestiscono il trauma in terapia di coppia dopo dieci anni. Ma nel momento in cui mi porti verso gli scogli, io non voglio essere un socio in affari. Voglio la forza del cacciatore. È Omero, è mitologia pura. Prendimi Valerio! Come Abatantuono in Sballato, gasato, completamente fuso! Sono qui con ogni fibra del mio corpo e della mia testa, codardo di un testardo. La volontà di una donna, a volte, sta proprio nel scegliere di non scegliere. Nel lasciarsi vincere. Quando un uomo si prende la responsabilità dell’inizio, rischia. Rischi la mia disapprovazione, rischi il rifiuto, rischi di essere tu quello che ha voluto troppo. È questo che fa un leader nel desiderio: si carica del rischio. Tu invece vuoi dividere il rischio al cinquanta per cento, per non sentirti in colpa.”

“La mitologia è piena di gente che finisce trasformata in alloro pur di sfuggire ai cacciatori, Luria. E comunque René Girard ha spiegato benissimo il desiderio mimetico: tu non vuoi me, vuoi che io desideri ciò che tu credi io debba desiderare per confermare la tua idea di femminilità. È una comoda scorciatoia psicologica. Ti mantieni nella posizione dell’inviolabile: se le cose vanno bene, ti sei goduta il momento; se vanno male, ‘è stato Duilio di Sballato, gasato, completamente fuso. Ti metti sul piedistallo e aspetti che io faccia il lavoro sporco. E tu, quando uscì quel film, non eri neppure nata.”

“Non è passività, Valerio, è fiducia. E… se citi ancora René Girard mentre il mare sta letteralmente schiumando sotto i nostri piedi, giuro che mi tuffo vestita,” disse lei, facendosi più vicina. “E comunque non è comodo rifugio, è fiducia! Per concedermi di non decidere, devo potermi fidare della tua forza. Devo sapere che sei in grado di reggere il peso di entrambi. Ma tu hai il terrore di scoprire che dentro di te c’è un impulso che non puoi controllare con una teoria. Smetti di essere Abatantuono e diventa almeno per una sera Giancarlo Giannini!”

“Seee… Va beh… ma che citazioni sono? Forse,” ribatté lui, stringendo gli occhi e sentendo il respiro di lei sul collo, “tu hai il terrore di scoprire che il tuo desiderio è identico al mio. Se mi dici ‘ti voglio’, ti metti nella mia stessa posizione di bisogno. E la tua bella fortezza di donna autosufficiente non sopporta di aver bisogno di qualcuno.”

Si guardarono negli occhi. L’impatto delle loro menti era spietato: si disossavano a vicenda con una lucidità preziosa e divertita, ed era proprio quella capacità di leggersi dentro che li rendeva inscindibili.

Nessun altro al mondo riusciva a stimolarla a quel livello; nessun’altra riusciva a mettere a nudo le difese di lui con tanta grazia.

Scesero verso la scogliera. Le pietre nere erano scivolose, levigate dal mare. Valerio allungò d’istinto la mano per sostenerla.

“Non farlo per cavalleria vittoriana,” disse lei, afferrandogli il polso. La pelle di lui era caldissima.

“Se cadi ti fai male. E mi rovini la serata.”

“Allora tirami a te con forza.”

“Sei una manipolatrice hegeliana,” mormorò lui, senza mollare la presa sul polso.

“E tu sei un codardo kantiano,” rispose lei, annullando la distanza tra le loro labbra.

Non si baciarono. Ovviamente. Rimasero a un millimetro l’uno dall’altra, con il mare che infrangeva le sue onde scure, spruzzando una nebulosa d’acqua salata sulle loro caviglie. Era una tortura erotica.

Valerio, divertito ed eccitato, riprese: “Vuoi spingermi oltre il limite per poter dire che sono stato io a travalicarlo.”

“E tu ti fai manipolare?” le labbra di Luria provocarono quelle del testardo codardo. “Sei così debole di fronte alle mie trappole mentali?”

Risero e si guardarono. Si guardarono e si sorrisero.

“Dillo,” mormorò Valerio. “Dimmi che mi vuoi quanto io voglio te.”

“Mai,” rispose Luria, chiudendo gli occhi. “Tu devi prenderti la responsabilità del mio desiderio. Sii un corsaro, per una volta nella tua vita.”

“I barbari hanno distrutto Roma, Luria.”

“Ma quella stagione è stata bellissima, Valerio.”

Luria vide lo spazio e affondò il colpo: “Sono affascinata da come usi la tua etica per nascondere la paura di fallire come uomo.”

Boom!

La stoccata arrivò diretta. Valerio serrò la mascella. Per un secondo lungo un secolo, le loro menti rimasero sospese, a misurare l’ampiezza del danno e la profondità dell’attrazione. C’era fame nei loro sguardi, una necessità di annullare quella distanza critica che li proteggeva ma li isolava.

“Sei insopportabile,” riprese Luria, avvicinandosi di nuovo così tanto che il suo respiro accarezzò il collo di lui. Valerio deglutì. La sua rigida architettura etica cominciava a mostrare crepe vistose sotto l’assalto di quell’attrito imminente.

“Sei tu che cerchi un alibi,” ribatté lui, rimanendo immobile, pur con i battiti cardiaci che avevano superato di gran lunga la soglia del ragionevole. “Vuoi poter dire a te stessa, domani mattina: ‘Ah, io non volevo, è stato quel bruto intellettuale di Valerio che mi ha travolta con la sua imperiosità’. Vuoi la colpa a carico mio. È la teoria del capro espiatorio, ancora Girard”

Silenzio. Pesante. Lei gli occhi nei suoi prossimi di lui gesti. Lui immobile per impedire di essere teleguidato. Ma, questa volta, per la prima volta, l’ormone partì e guidò.

“Non voglio spingerti”, provò Valerio l’ultima manovra per uscire dalla rotta che lei gli aveva disegnato.

“Spingimi, maledetto! Sii… imperioso” mormorò lei, annullando la distanza tra le loro labbra.

“Dillo,” mormorò Valerio, “Dimmi che mi vuoi. Dimmi che questa non è un’esecuzione, ma un duetto.”

“Mai,” rispose Luria, chiudendo gli occhi e facendosi più vicina, cercando il contatto della sua pelle. “Non te lo dirò mai. Devi essere tu il primo a rompere il patto. Sii l’imperioso corsaro che ho sempre desiderato tu diventassi.”

Valerio fece scivolare la mano fino alla di lei nuca, stringendo le dita tra i capelli umidi di salsedine, e la tirò a sé con un gesto secco, improvviso. Luria lasciò cadere le scarpe sui sassi, emettendo un piccolo sospiro caldo contro la bocca di lui.

Il bacio fu un naufragio onirico, un rovesciamento di tutte le sovrastrutture. Valerio la guidò verso uno scoglio più ampio e riparato, usando la propria giacca per proteggerle le spalle dalla pietra fredda. Luria sorrise nell’ombra: persino nel momento del ratto barbarico, Valerio conservava una sollecitudine dolce che la scioglieva.

“Questo è un abuso di potere,” mormorò lui, mentre le sue mani cercavano la stoffa del vestito di lei.

“Shh,” lo zittì lei, mettendogli un dito sulle labbra. “Non parlare. Stai rovinando la mia finzione di essere stata rapita da un corsaro imperioso.”

“Un corsaro dotato di senso della misura, e per nulla molliccio” aggiunse, tracotante, lui, prima di chinarsi su di lei.

Le loro mani si cercarono nel buio, i respiri si confusero con il ritmo lento della risacca. Le menti, stanche di guidare la carrozza, lasciarono andare le briglie.

Un tempo indefinito più tardi, la luna riuscì a bucare le nuvole basse, proiettando una lama di luce d’argento sull’acqua.

Valerio era seduto con le spalle appoggiate alla roccia, intento a riallacciarsi con gesti soddisfatti i bottoni della camicia. I capelli erano in disordine e una traccia leggera di rossetto gli segnava l’angolo dello zigomo. Luria era sdraiata accanto a lui, la testa appoggiata sulla sua coscia, mentre guardava le stelle. C’era un calore intimo, una dolcezza morbida che aveva preso il posto delle parole stupide ed inutili.

“Allora?” disse Valerio, con un sorriso stanco ma appagato. “Secondo la tua ricostruzione dei fatti, stasera io avrei ceduto alle tue provocazioni e avrei agito da elemento dominante?”

Luria si girò lentamente su un fianco, sistemandosi la gonna giocando con lentezza con le mani lungo la coscia protesa verso di lui e i capelli lenti e adagiati sui seni già nascosti dal dolcevita fasciante forme generose.

“Di cosa stai parlando, Valerio?”

Lui la guardò accigliato, lasciando la mano sospesa sul penultimo bottone. “Come ‘di cosa sto parlando’? Di quello che è appena successo qui. Su questo scoglio.”

“Su questo scoglio abbiamo avuto una conversazione estremamente stimolante sulle dinamiche del controllo,” disse lei con totale serenità. “Nient’altro.”

“Luria, per favore,” sbuffò lui, indicando la propria giacca spiegazzata e un calzino da cui spuntava un filo di alga bagnata. “C’è una continuità materiale! Ci sono evidenze empiriche! Adesso… fotografo tutto!”

“La percezione della realtà è soggettiva,” rispose lei, accennando un sorriso enigmatico, e muovendosi veloce buttando tutto a mare, calze, giacca e alghe. “Dicevi? Di quali evidenze stavi cianciando? Per l’ennesima volta, caro il mio Onan, hai solo sognato quello che non hai il coraggio di prendere. Se tu ritieni che sia accaduto qualcosa di diverso da un intenso dibattito, significa che hai proiettato i tuoi desideri non detti sulla realtà. Ti piacerebbe pensare di avermi ‘presa’, vero? Ti farebbe sentire il corsaro che non sei mai stato. Il mare e il suo leggiadro luccichio sono dalla mia parte.”

Valerio la fissò per qualche secondo, sospeso tra l’esasperazione e una profonda, inconfessabile ammirazione. Rimase in silenzio, capendo la trappola perfetta in cui era caduto.

Se avesse insistito per confermare l’atto, avrebbe dovuto ammettere di aver agito di propria iniziativa, prendendosi la responsabilità dell’eroe che decide per entrambi. Se fosse stato al gioco, negando tutto, le avrebbe restituito il totale controllo della narrazione.

“Sei diabolica,” disse infine, lasciandosi scappare una risata bassa che si perse nel rumore del mare.

“No,” rispose Luria con immensa dolcezza, allungando una mano per sfiorargli la guancia e pulirgli via con il pollice quel resto di rossetto. “Sono solo una donna che sa che nella Genesi, nell’Iliade e a Camogli, l’ultima parola non appartiene mai a chi fa il primo passo, ma a chi decide come raccontarlo.”

Salirono insieme la scalinata verso la piazza, camminando vicini, tenendosi per mano. Se quella sera a Camogli le loro menti avessero davvero ceduto alla carne o se avessero soltanto sublimato il desiderio in un meraviglioso gioco di parole, rimase un piccolo segreto custodito dal mare e dalla caparbia luna, che, anche quella notte, fece capolino.

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