Storia · capitolo 15

L'Abominevole Uomo delle Nevi

L' Abominevole Uomo delle Nevi di Simone Laurenzi


15-

Avevo vent’anni e, sciocco ed esaltato, partecipai a un concorso di poesie. Le inviai tutte in una busta ma, dopo una settimana, mi tornarono indietro. Un avviso mi diceva che erano troppo poche per partecipare al concorso. Ne avevo inviate tre, e basta. Il minimo era di cinquanta poesie. Allora, arrogante e isterico, cominciai a scriverne due tre al giorno, non appena tornavo dal lavoro. Lavoravo in una grande falegnameria, e odiavo lavorarci, ma appena tornavo a casa mi sedevo e ne scrivevo due, tre, quattro. Non mi toglievo nemmeno le scarpe, e puzzavo di mastice e segatura, così nel giro di un mese mi ritrovai con un centinaio di poesie, ma il concorso ormai era scaduto. Me ne fregai. Le stampai e le confezionai in un libricino in A4, con tanto di copertina e titolo. Il titolo, anche a vent’anni era divertente trovarne uno. Scelsi I miei arsenali sono vuoti e la guerra deve ancora cominciare, che era la mia traduzione sbagliata di una canzone metal. Non significava proprio nulla, ma mi piaceva. Quel libricino me lo portai dietro, nelle tante città, e lo ritrovai in quei giorni a San Tomè, e fu divertente, perché la guerra ora sembrava incominciata e non avevo idea se i miei arsenali fossero pieni o vuoti. Roba di vent’anni prima. Scrivi una poesia. Seppelliscila e poi rileggila dopo vent’anni. Ne sei felice? Ne sei imbarazzato? Ne sei intenerito? Prenditi a vent’anni, nasconditi, mettiti sotto terra ed esci dalla fossa, dopo altri vent’anni. Esci dalla fossa con un’idea sognata di vita vissuta. Esci e fai un tutt’uno di tutti i ricordi che hai. Torna indietro, scrivi poesie a vent’anni e fai una lista veloce di quello che ti piace, dei film che guardi, delle canzoni, delle tue passioni. Seppellisci tutto, e poi aspetta, e poi ritrovali. Ne sei imbarazzato? Depenni? Confermi? E bravo. Adesso seppellisciti di nuovo, ma in un nuovo pezzo di terra, più profondamente. Tirare le somme non ti fa bene, ti fa bene solo non sapere che ci sei, che sei sotto terra e hai ricordi da mettere assieme.

Erano i miei pensieracci di quei giorni di Gennaio, e decisi che quella sera sarei andato a cena fuori. Amavo i pensieracci, ma non ero disperato sul serio. Doveva equilibrare il tutto con cose normali, e allora scelsi un ristorante cinese aperto da poco. Da solo, senza nessun nome scritto su pezzetti di carta, con un libricino che non avrei mai aperto al tavolo. Era quasi vuoto, e in sottofondo c’era di continuo la canzone del Titanic cantata in cinese. Ordinai e tutto sembrava buono, gnocchi di riso, la zuppa, sembrava tutto davvero molto gustoso, ma forse c’erano delle pastigliette chimiche sciolte come dadi che davano un sapore speciale. Dado Gusto di pesce buono #4, che delizia. Bevvi molto vino frizzante e, stordito dal cibo, feci poi la conoscenza della grappa alle rose. La cameriera carina, alla seconda grappa di rose, mi sorrise e mi lasciò la bottiglia al tavolo. Cercai di non mostrarmi ingordo, ma mi feci altri due bicchieri. Il bicchiere era carino, e pensai di portarmelo via, così da entrare ancora in comunicazione con gli spiriti. Schioccai le labbra, me ne feci un altro goccetto, e mi alzai. Pagai e salutai, uscendo subito sulla viuzza fredda e buia. Mi accesi una sigaretta e subito, alla prima tirata, mi resi conto di aver mangiato e bevuto da schifo. Il sapore della grappa mista al glutammato di sodio esplose, e m’incamminai nella notte buia.

Un pochino barcollavo e feci confusione su quale strada prendere per tornare a casa. Deposi le armi e presi a camminare a zonzo. Dalle finestre usciva la luce blu dei televisori, e ancora c’erano alcuni avvisi della bomba tutti accartocciati. Finsi di perdermi, girando gli angoli, appoggiandomi al muro e fumando. E non c’era nessuno per le strade, e girando in tondo, sviando, e attraversando piazzette, mi ritrovai di fronte al Tibidobo chiuso. Lo guardai rallentando, come fosse una cattedrale cercata per ore sulla cartina. Le luci spente, le finestre buie, le vetrate. Tutte le sedie ammassate senza catena, perché nessuno rubava a San Tomè. A Bologna e Torino, quando chiudevo il dehors in altri locali, le catene erano indispensabili. Riunivo sedie e tavolini, e facevo girare la catena, fino a richiudere i due capi col lucchetto. A San Tomé nulla, nessuna catena, le riunivamo, anche male, e la mattina dopo erano tutte lì. Sempre. Non si rischiava. Mi avvicinai alla cattedrale, non c’era un’anima. Mi misi le mani a coppa sulle tempie e guardai dalla vetrata, come se non lavorassi più lì, come se la bomba fosse già esplosa, come se non abitassi più a San Tomé. Il banco, la macchina del caffè, gli sgabelli. Aprii la bocca stupefatto, e vidi il fantasma di Caterina muoversi lento. Ruttai piano e tutto mi fu chiaro. Come le sedie e i tavolini del Tibidobo, anch’io in quella provincia romagnola non rischiavo nulla. Non avevo catene, né lucchetti. Non fu arrendersi e ammetterlo, ma arrivò così, dall’alto, una verità alla grappa di rose. Non c’era nessuna strategia in atto, non c’era attesa. Il tempo mi era indifferente, e i mesi passavano. San Tomé non era fatta per quelli di passaggio, per quelli che se ne infischiano e fanno spallucce. Mi staccai dalla vetrata, andandomi a sedere sulla panchina di pietra dove mi mettevo sempre in pausa con Paolo. Mi accesi una sigaretta, e tutto mi fu chiaro. Dovevo andarmene, dovevo solo stabilire se San Tomé fosse o meno fatta per scrivere. In ogni città dov’ero stato avevo sempre scritto un romanzo, e qui? Avevo scritto un racconto solo, corto, tre pagine appena. E allora? La bomba doveva esplodere, dovevano farla brillare. Forse dovevo solo aspettare questo. Alle mie spalle, qualcuno si lamentò. Fu come un ululato, forse era un cane, forse il famoso lupo mannaro romagnolo. La guerra doveva finire, poi potevo abbandonare la trincea e inviarmi cartoline da qualche isola del sud. Il tempo, quanto tempo, quanto dovevo aspettare? Che cosa pensava mio padre alla mia età? La mia età. Io avevo, quanti anni? Lasciai stare subito certi pensieracci, e pensai alla bomba là nei campi. Adesso era il 2016 o il 1916? No, era il 1916, ecco, e sapevo che sarebbe finita nel Novembre 1918, quindi meno di due anni. Il tempo, a volte è solo un abbaglio maledetto, crudele. Altre volte è così ingiusto toccarne l’essenza, la consapevolezza. Mio padre alla mia età… un altro rutto alle rose e un masso di tristezza. Solo, di fronte al Tibidobo buio. Tutto buio. Un pensiero macilento di speranza rinnovata. Chiamare la mia vecchia padrona di casa bolognese, la cara Clara, la nonnina cieca, e chiederle tutto festante se aveva ancora una casa per me. Si fidava di me, e indossava sempre un paio di occhiali da sole. Mi accarezzava la barba, dicendomi che dovevo tagliarla. “La casa ce l’ho, ma prima devi finire la guerra, poi la casa si libera!” mi diceva al telefono. “Certo Clara, assolutamente!”. Una pausa, e sentivo Clara respirare rauca dall’altra parte del telefono. “Ma se mi torni scemo di guerra?”. mi chiedeva, e io non seppi risponderle.

Gettai la sigaretta, non ci avevo proprio pensato. Come mi avrebbe ridotto questa guerra? Come sarei rientrato nel mondo, nella società. Capitava ai soldati dopo la Prima guerra mondiale. Quello che urlava alla vista del cappello di un generale. Quello che s’infilava sotto il letto, credendo un bombardamento. Quello pieno di tic e gli occhi a palla. Clara faceva bene a preoccuparsi, dopo questi anni di guerra a San Tomé potevo benissimo diventarlo. Chiudermi, infischiarmene troppo, avere paura dei commessi del supermercato e della gente al bancone dei bar. Nevrastenico, paranoico, noioso. Come diceva Pasquariello in Indifferenza, troppe punture al cuore e ora non sente più dolore. Era colpa del lavoro, ma sapevo che non era così. Diamo sempre la colpa a qualcosa fuori, mai alle teste nostre, ai nostri traumi, alle troppe indulgenze. Mi alzai dalla panchina, cercando di indovinare la via per tornare a casa. Ero come un fallito che aveva appena perso tutto al casinò, e non c’era il mare e nessuna spiaggia su cui passeggiare e chiarire il fallimento. La via, l’altra via, le strade vuote, il freddo delle campagne, qualche cane che abbaiava. Mi fermai, respirando quel preciso momento. Ma che posto! Ma davvero siamo in Romagna? Davvero, alla luce del sole, è solo un paesino piccolo piccolo, circondato dai campi e con lo stradone che porta a Forlì? Nel silenzio, era la mia trincea, sempre in attesa della carica. Savoiaaaa! Ma nulla, nessun ordine. Una spiaggia e, nel tempo di una sigaretta, decidere se andarsene a giocare gli ultimi spiccioli o mandare tutto al diavolo e andare in stazione, per l’ultimo treno.

Lasciatemi qui e lasciatemi in pace. Non vivo di nostalgie, non vivo di nulla. Ci sono solo questi brevi, sempre più brevi attimi. Attimi come fili da ricamo, sottili, ed è proprio lì che si annida la vita, e per questo amo questi attimi. Il resto, le matasse, tenetevele pure. Sbuffai ad alta voce, non era certo un periodo di lucidità, ma che me ne facevo della lucidità mentre seduto col fucile tra le gambe, aspettavo solo l’attacco? Tutto era solo attesa, e modi per non diventare davvero scemo di guerra. La vista dell’elmetto del generale, no, io avrei urlato per altre cose, rifugiandomi sotto il letto. La sciarpa gialla di Caterina, il cappottino rosso di Gloria, o la sua firma sul contratto della casa dove avevamo abitato. I miei stratagemmi stupidi, e il tempo era ora amico, ora un maledetto. Il tempo mi odiava, ora mi amava, a volte non mi considerava, facendomi passare stagioni senza nemmeno tirare fuori i maglioni di lana. Un lumicino lontano lontano, nei campi di San Tomé. Il tempo m’illudeva, dandomi speranza, e allora tornava amico. Sbuffai ancora, c’era tutta questa solitudine con cui vivere, e allora pensi sia normale, soprattutto avendo fatto certe scelte, ma non erano nemmeno scelte. Era tutto spontaneo, e pensavo a cose idiote, a nuovi stratagemmi. I tuffi al cuore, il cercare e il voler legarsi, cercare una quotidianità. Cercare una spiaggia per una passeggiata romantica, e capire di aver perso tutto. E, sulla spiaggia, gioca l’abominevole uomo delle nevi, eccolo. Ha musicato un madrigale, con un nuovo nome. Lo ascolto, ma so che il trucco è starsene nella trincea, in attesa della carica, perché il resto è qualcosa di falso, qualcosa che non ha senso. Cantava di sentimenti e lazzi amorosi, e aveva una bella voce, quest’uomo delle nevi. E mi convinse ancora una volta che era meglio aspettare, ed era molto meglio un filo di cotone. .

Voltai l’angolo e, da lontano, vidi il mio portone. Avevo voglia di stendermi, ma scoprii subito una coppia di ragazzi, e si stava sbaciucchiando proprio davanti. Oh no, li avrei interrotti, e non volevo. Le loro risatine e le loro baruffe mi furono chiare lentamente, passo dopo passo. Forse l’abominevole uomo delle nevi cantava per loro. Ridacchiavano, e lui forse sfotteva lei, e lei rideva. O forse solleticava la sua vanità, così poi l’avrebbe fatto salire in casa. Mi avvicinai, e dalle voci capii che erano giovani e innamorati. A qualche passo dal portone preparai le chiavi e scossi il mazzo, tanto per palesarmi. Che ore erano? I ragazzi smisero di ridacchiare e lui tossicchiò. Si spostarono, c’era poca luce. Salutai, come uno zio yiddish. Capii di essere ubriaco perché, come nelle migliori vignette, non riuscivo a beccare la serratura del portone con la chiave. E bravo. La ragazza, lì accanto, smise di ridacchiare, e si avvicinò, diventando subito un filo di cotone. Fece due passi e mi fu accanto e, senza che io dissi nulla, me ne rimanevo in silenzio, mi prese la mano e la guidò verso la serratura, centrandola in pieno. La mano della ragazza era piccola e calda, e mi scaldò tutto. Mi commossi al sapor di rose. Mi tenne la mano fino a quando il portone non fu aperto, ed era la prima volta da un sacco di tempo che una mano così calda mi toccava. Le dissi un Grazie e li salutai. E bravi. 

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