4.
I primi mesi nello spazio furono una vera e propria tortura psicologica. Senza nulla da fare per giornate intere, Camille si aggirava tra il modulo di ricerca e gli alloggi, spesso dormendo e aspettando che i pasti venissero erogati, in automatico, nelle ore prestabilite. L’unico modo di percepire il passare del tempo era quello di controllare gli orologi digitali presenti in ogni modulo della navicella spaziale, perché lassù i giorni e le ore si avviluppavano e sovrapponevano in un ciclo infinito sempre uguale. La prima settimana le sembrò di impazzire, poi iniziò a pensarsi come un oggetto del firmamento, un piccolo puntino insignificante che faceva parte di un sistema galattico molto più grande di lei e dei pianeti stessi, un grosso meccanismo in cui ogni parte aveva senso, ma nessuna utilità.
Si era da subito abituata all’assenza di gravità, tanto che a poco a poco aveva iniziato a piacerle: fluttuare da una parte all’altra all’interno dei moduli le dava la sensazione di poter fare qualsiasi cosa, visto che aveva imparato a volare. Quello a cui non si era abituata era il cibo, con una dieta che alternava diversi alimenti e miscugli nutrizionali che l’avrebbero tenuta in forma fino all’arrivo su Marte e oltre. Sempre che l’erogatore automatico avesse continuato a funzionare, naturalmente. Era controllato dalla sala controllo, sulla Terra, e Camille si trovò a pensare quanto la sua vita e la sua esistenza fosse strettamente legata a quelle persone, della cui maggioranza non conosceva nemmeno il nome o il volto, e che avevano il potere di decidere le quantità di cibo erogato con il solo gesto di un dito su un pulsante o, al contrario, di affamarla per giorni. Alle sei di mattina prima colazione, una pappa proteica e un gel energizzante alle vitamine. Alle dodici il pranzo, altra pappa proteica e capsule di oli vegetali e animali, a volte con additivi alla soia che davano un sapore salato al pasto. Alle diciotto la cena, a base di un mix di ormoni, vitamine e burro di arachidi, oltre all’immancabile pappa proteica che aveva il retrogusto di tonno in scatola.
Col passare di giorni, settimane e mesi, aveva acquisito una routine tutta particolare che le aveva consentito di tornare a percepire lo scorrere del tempo e i muscoli del corpo. Dopo la colazione passava tutta la mattina nel modulo degli alloggi, l’unico che ricreava condizioni di gravità terrestri, dove si allenava correndo sul tapis roulant e si perdeva ad osservare lo spazio infinito da un piccolo oblò proprio a fianco della sua brandina. Dopo il pranzo passava il pomeriggio nel modulo di ricerca, oltrepassando le porte automatiche della zona di decompressione e fluttuando tra i rover nuovi di pacca che l’avrebbero accompagnata sulla superficie del Pianeta Rosso, galleggiando tra la strumentazione scientifica per l’analisi dei campioni prelevati e guardando dei documentari attraverso i monitor dei computer. Dopo la cena, galleggiava a gravità zero tra il modulo di sicurezza, il modulo delle utilità, quello dove c’erano gli impianti energetici e del supporto vitale, e il modulo di ricerca biologica, dove tante piccole e allegre piantine verdi crescevano, vivevano e morivano in un interessante esperimento scientifico volto a determinare quanto potessero sopravvivere nello spazio. Poi andava a dormire, accoccolandosi sulla sua brandina, pronta a ripetere la sua routine per ancora molti, molti, molti giorni.
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