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Ventidue giorni alla scadenza della commissione
La mattina dopo Elena Bianchi si trovava tra le vie del centro palermitano, improvvisamente diventate lo scenario di quello che cominciava a sembrare il copione di un film horror.
La Signora (quelli della Cantina la chiamavano così) era una donna che aveva passato da poco la cinquantina, capelli biondo intenso sempre raccolti in grossi fermagli, il viso senza una ruga, gli occhi accesi da un chiarore che le donava un’espressione accattivante e qualche chilo di troppo che tuttavia non guastava la sua attraenza. Aveva costituito lei la Cantina, dopo che un caso finito col morto le aveva causato la revoca della licenza d’investigazione privata. A cavallo tra gli anni novanta e gli anni duemila con quell’attività aveva fatto i soldi, perché a Palermo, e non solo, era diventata la numero uno, tanto da essere spesso ingaggiata per casi ben più delicati e più remunerati delle semplici corna. Si diceva che persino le forze dell’ordine talvolta chiedessero la sua collaborazione, ma questa forse era solo una leggenda metropolitana. Eppure, era stato proprio un caso d’infedeltà a causarle il putiferio che l’aveva travolta, senza comunque toglierle la fama d’investigatrice infallibile. Fama che aveva sfruttato per continuare clandestinamente nella sua attività e con ancora maggior profitto. Da quell’accadimento funesto aveva imparato sulla sua pelle una cosa fondamentale: se voleva continuare a fare quel mestiere doveva avere le spalle coperte e doveva puntare in alto, che significava poter arrivare a chiunque e risolvere qualunque problema. Così, aveva smesso di agire come una semplice investigatrice privata e aveva messo su una squadra di problem solvers, reclutando soggetti sensibili dalle diverse competenze. Aveva coinvolto, dapprima, la criminologa Marzia Fanali, la giovane ricercatrice e hacker rimasta disoccupata dopo la chiusura della Bianchi Investigazioni; poi lo squattrinato poliziotto, Luigi Banti; quindi, il giornalista Luca Morosi col suo bel mutuo sulla casa da pagare e due figli da tirar su; e infine il giudice ludopatico, Giulio Severino. Tutta gente che lei, durante la sua carriera da investigatrice, aveva avuto modo di conoscere, direttamente o indirettamente, e conoscerne forze e debolezze. Una volta formata la squadra, avevano fatto girare la voce di un team di professionisti a cui rivolgersi per risolvere qualsiasi tipo di problema, mentre la Bianchi aveva provveduto a contattare personalmente tutti i suoi vecchi clienti (in archivio ne aveva più di duecento, sparsi in tutta Italia), comunicando loro che lei si era ritirata, ma che sapeva come ingaggiare una qualificatissima e segretissima squadra di problem solvers, se ne avessero avuto bisogno. Così, giorno dopo giorno, la figura di Elena Bianchi era stata inghiottita dal dimenticatoio e, con la forza incredibile del passaparola (ancor più potente se incappucciato di clandestinità), si era messo in moto un complesso e rodato meccanismo sottotraccia di contatti e commissioni redditizie. La Cantina divenne in poco tempo una specie di mito, forse vivente o forse solo leggendario. Tutti sapevano della sua esistenza, ma nessuno ci metteva la mano sul fuoco. “La Cantina è come Dio - diceva sempre la Bianchi - C’è, ma non si vede. Non esiste, ma è reale … solo che noi risolviamo problemi, Dio ne crea soltanto”. Aveva dato quel nome alla sua squadra perché la prima volta che la riunì fu proprio nelle viscere della villa all’Addaura (al tempo della sua vita matrimoniale, solo una residenza estiva), in quella che poi sarebbe diventata la sala riunioni, ma che allora era solo uno spazio ricavato dall’ex marito sotto il livello del seminterrato, per farne un rifugio surreale dove scrivere in santa pace e bere vino direttamente dalle due grandi botti di rovere, sistemate accanto a un vecchio scrittoio in legno. “Uno dei tanti fallimenti del mio ex marito, che quel romanzo non l’ha mai finito e quel vino non lo ha mai fatto”, diceva sempre lei. La Cantina aveva preso subito piede, le commissioni si erano moltiplicate e si era resa presto necessaria una vera e propria base operativa. Il bunker era stato interamente costruito da un manovale, cui la Bianchi aveva praticamente salvato la vita, quando, ingaggiata da un imprenditore edile perché facesse luce sugli ammanchi in ditta, l’aveva letteralmente scoperto con le mani nel sacco di cemento, assicurando però il suo cliente in odor di mafia che gli ammanchi non fossero opera di alcuno dei suoi operai; in cambio aveva ottenuto il completo asservimento del muratore dalle mani lunghe. La Cantina faceva affari d’oro. Le forze dell’ordine ovviamente sapevano, intuivano, presumevano, ma si giravano dall’altra parte e lasciavano fare. Chiunque avesse un problema da risolvere a tutti i costi, e potesse permetterselo, si rivolgeva alla Cantina. Questo era il terzo caso di omicidio che veniva commissionato alla squadra della Signora, ma a differenza dei primi due (risolti con successo), questo caso portava con sé la stranezza della commissione. La prima volta si era trattato di una coppia di genitori palermitani a cui avevano ucciso il figlio, titolare di una catena di supermercati durante una rapina; lo Stato non era riuscito a dare risposte e loro volevano a tutti i costi giustizia, volevano che i rapinatori (due, ripresi solo di spalle dalle telecamere) fossero individuati e consegnati alla giustizia. La seconda volta il committente era stato un anziano di Voghera, straconvinto che a uccidere la moglie non fosse stato un attacco di cuore, bensì l’incuria di un’infermiera dell’ospedale dov’era stata operata per una frattura al femore: l’anziano notaio non si era sbagliato e la Cantina alla fine era riuscita a fornirgli le prove, che avevano poi portato in carcere l’infermiera. Quella volta, invece, non solo si trattava di un serial killer (roba da task force e indagini ad altissimo livello), ma soprattutto non sembrava esserci alcun legame, affettivo o d’altro genere, tra il committente e le vittime e, elemento ancora più inquietante, la richiesta del committente non era quella di consegnare il responsabile alla giustizia, ma d’individuarlo e consegnarlo a lui. Ciò aveva provocato lunghe discussioni in seno alla Cantina e indotto la Signora a molti ripensamenti prima di accettare l’incarico. “Qui rischiamo una serie infinita di reati”, aveva fatto notare il Giudice. Ma alla fine si era voluto credere che probabilmente si trattasse di un facoltoso filantropo sfiduciato della giustizia oppure di un ricco pazzoide che voleva fare a pezzi un omicida seriale, il quale in questo caso avrebbe avuto in fondo quello che si meritava. E poi il rischio, anzi, la consapevolezza di commettere reati era una costante della Cantina, che inevitabilmente si ritrovava ad operare sempre a cavallo tra il bianco e il nero, come un esiliato che cammina con un piede al di qua e uno al di là della linea di confine. Certo, in questo caso si parlava di favoreggiamento, intralcio alle indagini, giustizia privata e altre gravi fattispecie da codice penale, tutte dettagliatamente sciorinate dal giudice Severino, il quale per questo aveva preteso, infine, che si richiedesse al committente una super ricompensa: duecentocinquantamila euro. «Richiesta accettata - aveva risposto il committente - A due condizioni, però: avete un mese di tempo e dovete arrivarci prima della Procura».
E
adesso eccomi qui, di nuovo tra le mie strade, tra la mia gente!
Quando le ricerche della Cantina erano a un punto morto la Signora andava di
persona sul posto e si mischiava tra la gente, le cui dicerie, diceva sempre,
erano cianfrusaglie in mezzo alle quali poter trovare la chiave giusta. Ecco
perché quella mattina era lì. In realtà, come Banti, pure lei dubitava che il
vero nesso tra i diversi omicidi fosse quella specifica zona della città,
dov’ella peraltro aveva abitato nei quasi dieci anni di suo matrimonio. La
visione di una specie di serial killer di quartiere le appariva un po’ troppo
semplicistica, sebbene la territorialità sia notoriamente uno dei tratti
caratterizzanti la maggior parte degli assassini seriali. La ricognizione di
quella mattina s’era resa parimenti necessaria perché quella era comunque la
zona dove vivevano le vittime e, secondo la strategia messa a punto nell’ultima
adunata, era proprio da loro che bisognava ripartire. Girava voce che anche la
Procura stesse lavorando sulle vittime, concentrandosi però soprattutto sulle
loro relazioni personali e questo per la Bianchi era un errore. Non ti diranno niente ... Secondo lei,
Colimberti stava solo perdendo tempo a interrogare parenti e amici. Il suo
ragionamento era: se il killer agisce colpendo ripetutamente e a casaccio
abitanti di uno stesso quartiere, la chiave è quel quartiere ed è lì che
bisogna portare l’azione investigativa, non su amici e parenti delle vittime;
se invece (e questa era l’ipotesi di cui andava sempre più convincendosi) il
killer agisce perché ha un suo disegno e ha fretta di portarlo a termine, vuol
dire che le vittime sono parte di quel disegno, in quanto coinvolte in qualcosa
di cui però difficilmente si parla a casa o tra gli amici, qualcosa che forse
ha una qualche attinenza con quella zona. Nell’uno e nell’altro caso, quella
mattina lei stava facendo la cosa giusta, la Procura stava solo agendo da
manuale. Rimanevano le foto sulle ultime due vittime, che Banti non era
riuscito a procurarsi, e quel muro eretto dai Ros e dal Pm: segno che
gl’inquirenti avevano in mano degli elementi d’indagine su cui lavorare. Ma
quali? Sperò che il Giudice arrivasse dove Banti non era riuscito.
Erano le nove e mezza circa, quando Elena, caffeinomane conclamata, si fermò al Baretto, in via XX Settembre. Sebbene la Bianchi ormai non muovesse un passo senza Alfredo, il suo fidatissimo fac totum di colore, quella mattina andò da sola, fingendo di collaborare con un’emittente del nord all’inchiesta sugli omicidi della Palermo bene (i media avevano già scelto il titolo per quel film dell’orrore). Vista la grande risonanza degli accadimenti, aveva ritenuto abbastanza credibile assumere le sembianze dell’inviata col taccuino in mano; trovare gente disposta a parlare in cambio di qualche minuto di notorietà sarebbe stato un gioco da ragazzi. Sapeva di correre il rischio di essere riconosciuta: Palermo è un paese! Un rischio comunque abbastanza calcolato. La Bianchi non frequentava la città da anni, ormai. Il suo tempo libero era vivere nella piccola baita prospiciente un laghetto artificiale, che possedeva a Piano Battaglia, sulle Madonie, e frequentare il vicino paesino di Petralia Soprana, dove l’eco della sua storia non era arrivata o era stata comunque dimenticata. A Palermo invece no, a Palermo certe cose sono dure a morire, a Palermo, come dicono i palermitani, lei si era fatta la nomina e sapeva che quella brutta storia l’avrebbe perseguitata per sempre. La storia dell’amante suicidatosi dopo essere stato colto in castagna dalla Bianchi Investigazioni e la conseguente revoca della licenza avevano alzato un polverone enorme su di lei, finita per essere dipinta come una spietata cacciatrice di corna senza scrupoli. Elena Bianchi non solo aveva scoperto il tradimento, ma dietro espressa richiesta (e un surplus di ricompensa) della moglie tradita, aveva fatto sì che per le strade della città una mattina spuntassero, appese ai muri da attacchini abusivi ben pagati, gigantografie del fedifrago in atteggiamenti intimi con la figlia poco più che ventenne di un noto commerciante della città. Insomma, con quei manifesti aveva rovinato parecchie vite, oltre a beccarsi un anno e sei mesi con la condizionale. Non era questo lo stile della Bianchi e solo chi la conosceva bene sapeva quale fosse stato il vero motivo che l’aveva spinta fino a tanto; e non era certo stato il surplus di ricompensa. Quel motivo era una rabbia che si portava dentro da anni e che le faceva trovare una profonda soddisfazione nel rovinare i mariti traditori.
Era passato tanto tempo ormai, quasi
sette anni. Ciononostante e malgrado gli occhialoni da sole e la tintura
castana dei capelli la rendessero alquanto diversa dal suo aspetto abituale,
quella mattina s’imbatté in tre persone che la riconobbero: il fascinoso
insegnante di tango, la cui pancetta segnava l’enormità di tempo che era
passato dall’ultima lezione con lei; una vecchia conoscenza dell’università,
una di quelle facce che saltuariamente si finisce con l’incontrare in diverse
situazioni e luoghi, fino a diventare familiare; e il vecchio portiere dello
stabile di via della Libertà, dove lei aveva abitato da sposata. I primi due li
salutò sbrigativamente, il terzo invece la fermò festoso, facendole
l’immancabile domanda: “E lei che ci fa qua?”. Elena, in uno slancio
d’ipocrisia acuta, gli rispose che aveva cambiato vita e attività, che da
qualche tempo collaborava con un’emittente lombarda ed era in zona per lavoro.
La considerò la risposta giusta, e vaga al punto giusto, per non rischiare di
cadere in contraddizioni, in quel suo paziente e discreto gironzolare, fatto di
domande poste a mezza voce e appunti presi in un piccolo block-notes, tra un
paio di scarpe provate al negozio di via Parisi (di cui la cartomante uccisa
era cliente) e una manicure nel salone di bellezza di via Siracusa (frequentato
da Valeria Giannusi, secondo quanto risultava dalla carta di credito della
terza vittima). Fu qui che le venne all’orecchio qualcosa che le accese
l’intuizione: “Alla Giannusi la sera piaceva andare in giro …”. Una frase che
la Signora avrebbe interpretato come un banale pettegolezzo di quartiere, se
non l’avesse già sentito dire e se non fosse stato che in fondo Valeria
Giannusi tutto era stata fuorché una donna piacente, mentre solitamente quel
tipo di pettegolezzi sono riservati alle belle donne. Uscita dal salone,
sgattaiolò in tutta fretta verso la sua auto, parcheggiata a due isolati da lì:
ne aveva abbastanza di quei posti, che pure un tempo erano stati il centro
della sua vita. Camminando a passo spedito, chiamò Banti.
Lo Sbirro rispose al primo squillo.
“Banti, vedi cosa riesci a trovare su Valeria Giannusi” e riattaccò. Salì in
macchina e trasse un profondo respiro, come se il silenzio ovattato
dell’abitacolo riproducesse, in piccolo, il guscio in cui s’era chiusa da anni,
proprio per tenersi alla larga da quella gente. Aggiustò lo specchietto
retrovisore, di modo che potesse guardarsi negli occhi. C’era ancora tensione
nel suo sguardo, anche se il groviglio confuso di pensieri e sensazioni che
l’avevano assediata per l’intera mattinata si andava via via sbrogliando. Fu
allora che si rese conto con disappunto di non aver pensato neppure per un
momento alla sacerdotessa e di non averla nominata neppure una volta,
nell’infinità di chiacchierate che aveva intrattenuto e nella miriade di
domande che aveva rivolto. Non era da lei. Forse era stata la mancanza di
serenità a farle commettere un errore così banale o forse, più semplicemente,
non credeva alla storia del bigliettino firmato «la sacerdotessa». Ma questo
non toglieva il fatto che fosse stato un errore non averla nominata neppure una
volta, per vedere se magari il solo nominarla, anche solo incidentalmente,
suscitasse in qualcuno una qualche reazione. Mentre considerava quanto ancora
sentisse il peso del suo passato, spinse il piede sull’acceleratore della sua
Toyota Yaris 500 grigia, per non perdere il verde dei primi quattro semafori
che, in fila, penzolavano sulla trafficata Via Notarbartolo. Perderlo voleva
dire perdere l’onda verde, cioè la sincronizzazione dei semafori per cui se
passi col verde il primo, trovi il verde anche in quelli successivi. Non vi
riuscì, ma sorrise lo stesso, perché si rese conto che quella benedetta onda
verde non aveva mai funzionato veramente, era sempre stata pura teoria e causa
d’imprecazione dei palermitani. Non è
cambiato niente! E nemmeno lei, in fondo. Era sempre stata, e sempre
sarebbe rimasta, quell’implacabile cane segugio che seguiva con maniacalità
ogni traccia. Perciò, si ripromise, non avrebbe più commesso un errore del
genere. Che fosse reale oppure no, che lei ci credesse oppure no, da quel
momento la sacerdotessa sarebbe entrata nella sua indagine e ne sarebbe uscita
da personaggio irreale o da killer da consegnare al committente. L’ultimo
pensiero lo rivolse proprio a lui, il cruccio del perché di quella commissione
non l’aveva mai abbandonata. C’era sempre un legame o un nesso tra il
committente e la commissione, sempre. Perché
vuoi la sacerdotessa?
L’aveva nominata, senza accorgersene.
La sacerdotessa era già entrata nella sua indagine, che fosse reale oppure no, che lei ci credesse oppure no.
Il committente era nel suo studio, in fondo a via della Libertà, a pochi metri dalla statua. I palermitani la chiamano così, ma in realtà si tratta di un obelisco alto poco meno di trenta metri, che poggia su un ampio basamento con una grande scalinata e contornato da un colonnato a emiciclo. Fu costruito nel 1910 in occasione del cinquantenario della liberazione di Palermo da parte di Garibaldi; il colonnato invece fu costruito successivamente, in memoria dei caduti del ‘15-‘18. Posta al centro di Piazza Vittorio Veneto, la “statua” segna l’estremità alta di Via della libertà, una lunga ed alberata linea retta, intersecata da vie secondarie, che arriva fino a Piazza Politeama. Il salotto di Palermo è tutto lì, intorno a quella lunga, alberata linea retta.
Benedetto Sparacio aveva appena finito con l’ultimo paziente della giornata. Seduto alla sua scrivania, guardò verso la finestra, da cui si scorgeva la Vittoria alata, la statua bronzea svettante sull’obelisco a cui si deve l’abitudine di definire “statua” quel monumento. Fuori era buio. L’orologio a parete, un Kartell tic tac bianco, faceva quasi le otto. Non s’era accorto che fosse così tardi. Mandò via la segretaria: una cosa talmente insolita, che indusse l’assistente cicciona a chiedergli se fosse tutto a posto. La tranquillizzò, sfoderando il suo miglior sorriso. Voleva rimanere da solo. Si mise al computer e scrisse una mail all’indirizzo fornito dalla Cantina, perché quello era l’unico modo di comunicare con loro:
«Da quel che leggo, la Procura è ancora a un punto morto. E voi? Quelle povere donne ammazzate, che cosa avranno fatto mai? Sbrigatevi, avete ventidue giorni».
Cliccò sull’invio, traendo un respiro profondo. Si guardò intorno: non c’era nessuno, non c’era niente, solo lui e la percezione piena del vuoto. Gli piaceva, in fondo. I doppi vetri-camera non lasciavano penetrare i rumori del traffico di città, tra le pareti dello studio rimbombava una strana sensazione di solitudine, che sublimava i pensieri e acuiva i timori. Gli omicidi, quelle donne, la commissione, il killer. Dio! Chi voleva tutto questo? E perché? Rimase per un po’ a fissare lo schermo del computer, nell’illusoria attesa che qualcuno rispondesse e lo rassicurasse sull’imminente soluzione del problema. Nessuna risposta. Solo un silenzio surreale e il ticchettio delle lancette. Per un po’ il buio s’impadronì della stanza. Guardò di nuovo l’orologio: la lancetta piccola era sul 9, quella dei minuti quasi sul 3. Senza volerlo, si era appisolato allo schienale della sua poltrona ergonomica. Nel cellulare due chiamate della figlia senza risposta e un sms vecchia maniera: «Ehi pà, ti aspettiamo x cena. Ho ordinato cucina thailandese. Monica è già andata via, mamma è a letto, solito mal di testa. kiss». Si frizionò gli occhi coi palmi delle mani. Ancora il computer acceso, ancora nessuna risposta dalla Cantina. Allora si decise. Cercò il primo volo utile per Bruxelles. Il primo volo utile era per l’indomani e lui non seppe se rallegrarsene o dolersene. Rimase per qualche secondo come inebetito davanti allo schermo del computer, infine prenotò: era l’unica cosa giusta da fare. Nome del viaggiatore: Adele Sparacio.
Sul ripiano in vetro della scrivania del procuratore Colimberti c’era un ordine maniacale, nonostante la gran messe di faldoni, codici e fascicoletti e il posacenere riboccante di mozziconi di sigarette consumate. E in quell’ordine le foto delle quattro vittime ricoprivano un ruolo centrale, in tutti i sensi. Lui le aveva guardate tutto il santo giorno, come se aspettasse da esse un cenno, come se sperasse che da un momento all’altro una delle morte immortalate sbucasse fuori dalla foto e gli rivelasse il significato di quel minuscolo tatuaggio che aveva sul corpo.
I carabinieri se n’erano accorti solo al terzo omicidio, cioè solo dopo aver messo in relazione le vittime e a confronto le decine di foto digitali conservate nella memoria delle reflex dei foto-rilevatori. In realtà non erano stati i carabinieri ad accorgersene, bensì Carmelo Vallica, un barista di trent’anni, ignorante come la calia ma esperto in audio e video come pochi. Carmelo u’sgangulatu lavorava in uno squallido bar di uno squallido quartiere alle pendici di monte Cuccio che si chiama Passo di Rigano e, al netto di qualche misera mancia, guadagnava novecento euro al mese (sempre che quel mese il principale non gli allargasse le braccia e differisse la mesata); uno stipendio troppo magro, che arrotondava un po’ clonando schede pay tv e un po’ ottimizzando e rivendendo a pochi euro film porno scaricati da siti altrimenti a pagamento. Un giorno però era stato preso in castagna dai carabinieri e denunciato per truffa, pirateria e divulgazione di materiale pornografico. Alcuni suoi lavori erano stati mandati ai Ris di Messina, perché c’era il sospetto di un suo collegamento con un’indagine di pedopornografia e prostituzione minorile. Nessun collegamento. Da allora Vallica era passato al nemico, in cambio del ritiro della denuncia: intuizione del capitano dei Ris Giovanni Mirante, il quale si era inventato il modo di evitargli le gravi conseguenze di un procedimento penale a suo carico, ricevendone in cambio i servigi. Non che l’Arma non disponesse di esperti del settore, ma Vallica era un’altra cosa e poi forniva una prospettiva diversa, il punto di vista della gente comune, quella che il più delle volte fantastica ma ogni tanto ci prende. Vallica era una sua invenzione, qualcuno diceva “un’invenzione sgangulata”, per sottolineare l’inopportunità di coinvolgere quel mezzo brocco senza denti nelle indagini dei Ris, però i risultati avevano spesso dato ragione al capitano e così fu anche quella volta. La terza vittima in pochi giorni non poteva essere un caso, perciò Mirante aveva chiesto a Vallica di dare un’occhiata alle foto delle tre vittime, casomai notasse qualcosa, consapevole che per quel mingherlino sdentato di barista dare un’occhiata significava scomporre e ricomporre millimetro per millimetro quelle foto. Carmelo le aveva ordinate sullo schermo del computer come delle figurine Panini, formando tre lunghe file, una per ogni vittima, e studiandole minuziosamente; e ogni volta che aveva notato qualcosa aveva evidenziato la foto, l’aveva isolata in un riquadro dai contorni tratteggiati e trasportata a margine dello schermo. Non ci aveva messo molto a notare quello strano simbolo che le vittime avevano tatuato sul corpo, ognuna in una parte diversa, tutte e tre in parti nascoste. Era un tatuaggio piccolissimo, di color giallo intenso. Un dermatologo l’avrebbe forse scambiato per lentigo solare, al barista Carmelo a primo colpo era parsa una semplice macchia color caffè nell’intersezione tra il gluteo e la coscia e infatti l’aveva trascurata. Ma quella macchia s’era ripetuta nella seconda vittima (dietro l’avambraccio) e anche nella terza (sotto il malleolo). Con la freccia del mouse aveva isolato i tre segni e ingranditi delle dimensioni che lui voleva, senza che l’immagine si sgranasse, giocando disinvoltamente coi pixel come un giocoliere fa con le sue clave. Era un tatuaggio. Era la conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che le vittime avevano qualcosa in comune e non erano state perciò scelte a caso. Era tutto ciò che gli inquirenti al momento avevano. Mirante aveva portato di persona le foto ingrandite all’Infausto Colimberti.
Il Pm adesso era nella sua stanza, al secondo piano del Palazzo di giustizia, e rifletteva come fosse quasi passato inosservato il fatto che quelle foto adesso erano quattro e non più tre. Quante ancora ce ne sarebbero state, di foto di donne ammazzate? Dipendeva anche da lui, Dipende soprattutto da me! In quell’autoresponsabilizzarsi c’era tutta la personalità ipertrofica di un uomo dal cognome pesante che viveva per seguire le orme del padre, c’era tutto il suo desiderio di vincere, di uscire finalmente da quel Palazzo a testa alta e urlare alla John Travolta “Vado a farmi il mondo!”. Intanto devo farmi il professore, disse a se stesso ridestandosi dalle sue inguaribili allucinazioni ipnagogiche. Si alzò dalla poltrona e andò alla porta, cui qualcuno aveva bussato con vigoria. Era il professore Delacroix, l’esperto in simbologia fatto venire dalla Francia e costato alla Procura un sacco di soldi, tra consulenza, aereo e albergo. Concedendo ai convenevoli solo una sbrigativa stretta di mano e un “Benvenuto professore” con contorno di sorriso di circostanza, Colimberti circumnavigò, dinoccolato, la sua scrivania, per tornare a sedersi al suo posto di comando e fece accomodare il professore davanti a lui. I due si studiarono per qualche secondo e probabilmente entrambi notarono come ognuno fosse lo specchio riflesso dell’opposto dell’altro: giacca larga di spalle con cravatta snodata al collo, un po’ in carne e con la faccia inscurita da una barba fatta troppo in fretta, Colimberti; ascot dandy, fisico asciutto e capello bianco curatissimo, Delacroix. Senza preamboli, il Pm gli mostrò le foto e subito si rese conto che quelli erano stati soldi buttati al vento. La super consulenza del super professore Francois Delacroix durò una decina di minuti, giusto il tempo di scuotere il testone canuto, di sformare la sua bocca in una casseruola e scrollare le spalle in segno d’impotenza. Non ne aveva la più pallida idea e la rassicurazione che avrebbe fatto studi approfonditi suonava più come una scappatoia dall’imbarazzo, che come l’effettiva consapevolezza di poter produrre un qualche risultato. Usciti di scena il professorone e i suoi modi da snob, il Pm rimase nuovamente da solo nella stanza. Spense la luce, lasciando accesa solo la lampada da scrivania con paralume in vetro verde, puntata verso il basso. A lui piaceva la penombra, lo aiutava a concentrarsi. Solo che, a parte quel tatuaggio e le vittime (i cui cellulari avevano svelato diversi episodi di spostamenti comuni, di fatto accomunandole quanto il tatuaggio stesso), c’era poco su cui concentrarsi, se non la sua situazione personale: quegli omicidi potevano rappresentare il suo riscatto oppure il suo definitivo declino.
Fregandosene dell’ora tarda, si sforzò di tornare a concentrarsi sul caso. Si mise ad osservare nuovamente quelle foto, ma più le guardava e più si sentiva come un alpinista che scruta i fondali marini. Proprio come Delacroix e come tutti i tatuatori convocati quel giorno in Procura. Solo che né l’uno né gli altri erano alpinisti, ma esperti subacquei. Non sapeva se trovar gaudio in quel mal comune o se frustrarsene ancor di più. Una cosa era certa: nessuno aveva idea di cosa fosse quel piccolo segno tatuato sul corpo delle quattro vittime.
>I<
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