Storia · capitolo 2

La vedova del piano di sopra

La fine del mondo di Annarita Verzola

Glielo dicevo sempre che quella chiazza di umidità sul soffitto mi preoccupava. La vedevo allargarsi ingorda verso le pareti della stanza in cui custodivo amorevolmente i miei libri, ordinati sui ripiani di belle librerie di legno lucido. Senza sportelli.

Mi aveva assicurato almeno una decina di volte che suo figlio sarebbe venuto a vedere e alla fine ci siamo dati appuntamento per stamattina presto.

È venuto, sì, ma con un tale ritardo che ho perso il tram per andare al lavoro e così, sperando di riguadagnare un po’ del tempo perduto, ho preso la macchina.

La macchina non ne ha voluto sapere di partire ed è cominciata l’affannosa ricerca di un taxi libero in quell’ora di massimo afflusso impiegatizio.

Appena arrivato in ufficio, il capo era davanti alla mia scrivania e mi ha scaricato un fascio di pratiche, tutte urgenti, tipo entro ieri per domani.

Il distributore automatico si è ingoiato i miei soldi ma si è rifiutato di darmi in cambio caffè, peraltro schifoso.

A mensa il mio posto preferito, il tavolo vicino alla finestra che affaccia sullo striminzito giardino, era occupato da tre oche giulive del quarto piano che discettavano di balayage, skincare, overlining, refill e microblading (boh, magari sono nuove strategie di marketing).

Dopo pranzo, mentre un cliente importante si lamentava di alcune imprecisioni nel risultato del lavoro che ci aveva commissionato, ha chiamato mia madre per sapere se avessi fatto colazione e pranzato in modo sano ed equilibrato (io sentivo la cotoletta e le patatine, fritte con olio esausto, ballare la rumba nel mio stomaco).

Di lì a poco la mia compagna Gabriella ha stigmatizzato via WhatsApp la mia tendenza a temporeggiare su questioni fondamentali, tipo decidere la sera in cui invitare a cena sua sorella e il marito, suggerendo una doverosa pausa di riflessione sul futuro del nostro rapporto.

All'uscita pioveva parecchio, ma sono riuscito a prendere al volo un tram. Stracolmo. Ho viaggiato compresso tra una casalinga sovrappeso, che si ostinava a restare in equilibrio aggrappandosi ai manici delle borse della spesa, e un adolescente sudaticcio e brufoloso con enormi cuffie attraverso le quali la musica arriva a me con una tale intensità che mi chiedevo come mai non gli sanguinassero le orecchie.

Sono dovuto scendere due fermate prima perché i Vigili del Fuoco avevano chiuso la strada. Vedevo il fumo strisciare fuori dalle finestre dell’appartamento sotto il mio.  Ho fatto di corsa tutto il marciapiede, gli occhi sulla cisterna che inondava d'acqua il palazzo in cui abito.

La vedova del piano di sopra accarezzava il gatto e io guardavo l'unica finestra aperta di casa mia. Quella della biblioteca.

"E lei che si preoccupava per una chiazzetta di umidità."

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